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Migranti, parole e silenzi nell’Abisso di Davide Enia

Assisti a qualcosa di terribile e non trovi le parole per raccontarlo. Guardi quello che sta accadendo e non riesci neppure a pensare. Perché è troppo. E’ troppo.

Davide Enia, palermitano, è drammaturgo, interprete e regista dello spettacolo L’abisso, accompagnato dalle musiche di Giulio Barocchieri e tratto dal suo romanzo Appunti per un naufragio (Sellerio).

«Quando ho visto il primo sbarco a Lampedusa ero con mio padre. Approdarono neonati, ragazzi, bambine. Era la Storia quella che stava accadendo davanti ai nostri occhi. E mi lasciava senza parole. Negli anni sono tornato sull’isola, costruendo un dialogo con i testimoni diretti: pescatori, personale della Guardia Costiera, residenti, medici, volontari e sommozzatori. Parlavamo quasi sempre in dialetto, nominando i sentimenti e le angosce, le speranze e i traumi secondo la lingua della nostra culla, usandone suoni e simboli. In più, ero in grado di comprendere i silenzi tra le sillabe, quel vuoto che frantuma la frase consegnando il senso a una oltranza indicibile. In questa assenza di parole, in fondo, ci sono cresciuto. Nel Sud, lo sguardo e il gesto sono narrativi e, in Sicilia, “a megghiu parola è chìdda ca un si dice”, la miglior parola è quella che non si pronuncia».

Le parole e i silenzi sono diventati racconto.

Nei teatri italiani, dove mette in scena L’abisso, Davide Enia scandisce le parole di un rescue swimmer, un sommozzatore che partecipa alle operazioni di soccorso. «Io non sono di sinistra, anzi, tutt’altro, proprio l’opposto. Ma in mare ogni vita è sacra. Se qualcuno ha bisogno di aiuto, noi lo salviamo. Non ci sono colori, etnie, religioni. È la legge del mare».

Riporta le parole di Vincenzo, l’unico a essere riuscito a recuperare i cadaveri da uno dei primi barconi approdati a Lampedusa nel 1996. «Nessuno riusciva ad avvicinarsi per il tanfo dei corpi in decomposizione. Mi sono riempito le narici di foglie di menta e ce l’ho fatta. E li ho lavati quei corpi e profumati e sepolti. Perché così doveva esser fatto».

Richiama le parole dei pescatori, che pescano pesci e cadaveri. Cadaveri e pesci.

E’ qualcosa di smisurato quello che Davide Enia racconta ne L’abisso. Perché smisurato è ciò che sta accadendo da troppi anni nel Mediterraneo. Qualcosa di enorme a cui assistiamo. I corpi dei morti deformati dall’acqua e dal sale e dai pesci. La disperazione dei vivi, che perdono nei naufragi i figli, le mogli, i mariti, gli amici. La fatica di chi soccorre e a volte è costretto a decidere in una manciata di secondi a chi salvare la vita: «I tre che ho qui accanto tra le onde o la mamma e il neonato che sono a pochi metri?».

L’abisso è un mare che si è fatto cimitero, ma anche l’interrogativo sulle responsabilità di ciascuno. Siamo tutti figli di una traversata in mare, ricorda Enia in chiusura di spettacolo, richiamando il mito di Europa. Mentre noi che lo ascoltiamo in platea pensiamo a chi si oppone alla legge del mare, a chi fa chiudere i porti.

In una notte di maggio di anni fa, a Lampedusa, anch’io ho visto per la prima volta uno sbarco di migranti. Uomini, donne e bambini, neri come quella notte senza luna, le facce incrostate di sale, gli occhi spalancati su una costa che non sapevano neanche quale fosse. L’ho raccontato nel libro L’altra faccia della Terra (Mondadori).

Ma sono passate settimane prima che riuscissi a trovare le parole.

 

(Nel filmato qui sotto le immagini della Guardia costiera relative a  un naufragio nelle acque di Lampedusa)

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