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Marie Curie nel paese dei disegni. Intervista a Claudia Palmarucci

Ogni tavola dipinta da Claudia Palmarucci è frutto della distillazione: nell’alambicco troviamo il suo sguardo sul mondo, il cinema, la letteratura, la cultura popolare, l’architettura, il paesaggio, il sogno e certamente la storia dell’arte.

Il suo percorso di ricerca – che ho il piacere di seguire da tempo – ha attraversato La rosa, I musicanti di Brema, il Doppio, Le case degli altri bambini, I Fioretti di San Francesco e ora è approdato alla vita intensa di Marie Curie.

I momenti della biografia della scienziata raccontati dalle parole di Irène Cohen-Janca vengono illustrati dall’artista marchigiana nella bella edizione di Orecchio acerbo Marie Curie – Nel paese della scienza (trad. Paolo Cesari).

Anche in questo caso nelle oltre ottanta immagini – una per ogni pagina – che compongono il volume, insieme all’interpretazione dell’artista dei fatti di vita e di scienza realmente accaduti e dei sentimenti coinvolti, rivive l’arte del passato, non come semplice citazione ma come arricchimento della circostanza o dell’emozione che sulla carta viene affrontata. L’utilizzo di elementi già visti e interiorizzati da chi guarda crea un interessante dialogo tra l’artista e il lettore che si sente maggiormente coinvolto.

I soggetti che Palmarucci sceglie per queste illustrazioni sono vari, alcune sono dedicate ai personaggi e alle loro interazioni, altre alla scienza e agli elementi chimici, altre ancora al contesto storico, agli interni. Una parte del lavoro di ricerca relativo a ciascuna immagine è riportato al termine del libro permettendo di sbirciare nel laboratorio dell’artista e raccogliere nuovi spunti da approfondire seguendo la propria curiosità.

Il sapere, pensa Mània, è come una fiaccola
che deve passare di mano in mano
per illuminare il mondo, e portarvi
più giustizia e più libertà.

Marie Curie, Nel paese della scienza

Ti ricordi qual è stata la prima volta che hai “incontrato” Marie Curie?

La terribile verità è che sapevo molto poco della scienziata quando Fausta Orecchio mi ha proposto di fare questo libro. È stata lei, affascinata dalla figura di Marie sin da bambina grazie a un albo illustrato di cui però non abbiamo recuperato l’edizione, a rivelarmi questo suo ricordo che desiderava riportare a immagine.

Ho tentato di entrare in questa vita densa, sia scientificamente che umanamente, leggendo inizialmente la sua autobiografia, che in Italia è edita da Castelvecchi, e poi Vita della Signora Curie scritto dalla figlia, Eve Curie, tre anni dopo la morte della madre. La narrazione che mi ha offerto uno sguardo più completo è stata quella di Susan Quinn, racchiusa in un libro di cui consiglio vivamente la lettura, edito in Italia da Bollati Boringhieri, (Marie Curie. Una vita, 2013). È un volume chiaro, denso, frutto, se non ricordo male, di sette anni di ricerca della giornalista e scrittrice americana, che scandaglia con passione e dedizione, analizzando i fatti e il contesto con rigore e cura, la vita della donna, nel tentativo, come lei stessa scrive nell’introduzione, di spogliarla da quell’alone di mito e di idealizzazione che la figlia aveva contribuito a creare. La Quinn è stata anche la prima ricercatrice ad avere la possibilità di consultare i resoconti, conservati presso la biblioteca dell’École de Physique et Chimie, dell’amara vicenda relativa al caso Langevin, che restituisce al lettore una narrazione fedele ai fatti, senza occultare la percezione delle ingiustizie e delle difficoltà riservate, in quell’epoca ma non solo, a ogni donna “con un temperamento forte e grandi ambizioni” .

Riguardo la corposa filmografia che tratta la vita prodigiosa della scienziata, ho scelto Madame Curie, regia di Mervyn Leroy (1943), il film di Guglielmo Morandi dallo stesso titolo (1966) e una produzione franco-polacca più recente della regista francese Marie Noëlle (Marie Curie, 2017).

Comprensibilmente, la maggior parte dei film si concentrano su uno spaccato della vita della donna, difficilmente ho ritrovato un’opera completa che abbracciasse tutta la sua esistenza, a eccezione di quella di Susan Quinn.

Quali scelte estetiche e progettuali hai compiuto per raccontare questa storia al pubblico dei più piccoli?

Quel che mi ha richiesto più impegno è stato il tentativo di incastonare i contenuti appresi, esplicitati mediante le immagini, alle informazioni e suggestioni racchiuse nel testo di Irène, cercando di mantenere una fedeltà storico-scientifica verso quei dettagli a cui solitamente affido anche, mediante rimandi, simboli e metafore, la possibilità di avvicinare il lettore a impressioni più personali. Un approccio che uso indistintamente per i i lettori grandi e piccoli.

L’uso del verde cinabro accompagna l’intero libro, armonizzando talvolta la scelta cromatica ma, in alcuni casi, creando anche una sorta di lisergica disarmonia. L’ho scelto per rendere visibile la fluorescenza del radio e più in generale perché mi rimanda a qualcosa di chimico. Ho pensato potesse inoltre contribuire a evidenziare l’ardore, l’intensità della vita emotiva di Marie Curie. A questo si aggiunge il ritorno frequente, nella narrazione di Irène Cohen Janca, di elementi come la lampada a petrolio che Marie usava nella sua stanzetta mentre studiava alla Sorbona o anche di notte quando si svolgevano le lezioni all’Università Volante. Torna spesso questa idea di una luce persistente che spezza il buio.

Durante l’attività di ricerca e illustrazione hai scoperto qualcosa che più di altro ti ha profondamente colpito a proposito della vita di Marie?

Sì. Credo che il libro della Quinn abbia concentrato la mia attenzione poiché condivido con l’autrice l’intento di restituire una narrazione non edulcorata e scevra da una comprensibile tentazione di mitizzazione della donna. Se Marie si fosse dimostrata incapace di reggere il peso delle pesanti sconfitte e umiliazioni subite, dell’ottusità e della violenta faziosità imposte da una parte delle istituzioni e della stampa, dell’eccessiva dose di giudizi e adulazioni che hanno costellato le varie fasi della sua esistenza, i risultati scientifici sarebbero probabilmente sepolti insieme a un’arrendevolezza che credo sarebbe stata comunque legittima.

Lei non tradì mai i suoi ideali: non lo fece quando, lavorando come istitutrice presso famiglie abbienti ma di cui disprezzava gli atteggiamenti meschini e materialistici, decise di impiegare gratuitamente il suo tempo, rischiando la deportazione in Siberia, a insegnare a leggere e scrivere il polacco ai figli dei contadini della zona, nutrendo mediante l’educazione quella che, secondo i positivisti del tempo, era una risorsa scarsamente utilizzata.

Non lo fece quando scelse di non brevettare le scoperte scientifiche di lei e Pierre, rivelando agli scienziati di tutto il mondo i risultati raggiunti. Mentre una parte della mentalità corrente del tempo non perdeva occasione di ricordarle che una donna avrebbe dovuto essere “seria e seducente, intuitiva e sensibile piuttosto che istruita” o per etichettarla come una di quelle “bizzarre eroine che hanno abdicato alla propria femminilità”, lei non si esimerà dal difendere con determinazione le sue scoperte scientifiche e la sua persona.

Non lo fece quando decise di proporre la sua candidatura all’Académie de Sciences (sarebbe stata, se fosse stata eletta, la prima donna a entrare nell’Institut de France duecentoquindici anni dopo la sua fondazione), nonostante gli uomini e non solo, vedessero nella sua candidatura una minaccia agli equilibri del tempo, certi che l’evoluzione dei costumi sessuali avrebbe finito col ledere la supremazia maschile e col dividere i sessi.

Non lo fece quando venne tacciata di essere, a seguito della relazione con Paul Langevin, una donna poco rispettabile, che aveva favorito la frantumazione della più sacra e intoccabile delle istituzioni, la famiglia francese. A seguito di questo scandalo, fu invitata a non recarsi in Svezia per il conferimento del secondo premio Nobel. Lei rispose sottolineando come non vi fosse alcun rapporto tra la sua opera e la sua vita privata, e come le calunnie e le maldicenze non potessero inficiare il suo lavoro scientifico.

Non solo. Nonostante l’invidia, il risentimento, le ingiuste accuse, la scienziata investirà tutte le sue energie a servizio della patria adottiva negli anni della grande guerre, attrezzando da sola diciotto autovetture radiologiche, duecento unità radiologiche fisse negli ospedali provvisori e insegnando rudimenti tecnici di radiologia alle infermiere e a donne di diversa estrazione sociale, alleviando le sofferenze e salvando la vita di molti soldati.

 

IL LIBRO Irène Cohen-Janca e Claudia Palmarucci, Marie Curie – Nel paese della scienza (Orecchio acerbo)

Credit photo: Anita Habluetzel Esposito

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