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Ripassando Freud. Il disagio di una civiltà: la nostra

Mentre serata dopo serata mi sciroppo il fantasioso Freud secondo Netflix, ho terminato di leggere Freud in vita e in morte (Bollati Boringhieri) biografia scritta da Max Schur il medico che accudì Freud negli ultimi anni di vita.

Schur, giovane internista che si avviava a diventare psicoanalista, oltre a una documentazione straordinaria per vastità e ricchezza, offre al lettore la vista di chi ha vissuto i fatti in modo vivo e diretto.

Vicino in modo devoto e affettuoso a Freud, Schur poté assistere in prima persona alla genesi di opere come Il disagio della civiltà pubblicata nel 1929, l’anno della grande crisi di cui gli austriaci avevano avuto una dolorosa anticipazione nell’immediato dopoguerra.

Mi sono ripromesso di non parlare più della malattia e di concentrarmi sulle persone e quindi starò molto attento a non cadere nella trappola di parole come “guerra” (e di conseguenza “dopoguerra”) metafore oziose ancorché distruttive.

La lezione che traggo da Il disagio della civiltà è invece un monito positivo.

Noi tutti, le generazioni che dal ’45 in poi hanno dato vita alla “società signorile di massa” secondo la felice definizione del sociologo Luca Ricolfi, siamo vittime di una distorsione percettiva mai accaduta prima nella storia. Abbiamo negato il dolore e la morte, il rischio e la possibilità della caduta, credendo nel profondo della nostra anima che tutto fosse garantito, che tutto fosse per sempre, che la vita – finalmente! – non fosse quel ch’è sempre stata: incerta e precaria. Faticosa e dolorosa. Come ci ricorda Freud ne Il disagio della civiltà.

Siamo i protagonisti e gli interpreti della “Società Gesù Bambino” il brodo di coltura dell’irresponsabilità e della negazione che ha consentito l’affermarsi del nostro piccolo mondo che campa (campava) sulle piccole rendite di posizione, sul consumo delle risorse accumulate con fatica dai nonni e dai padri, sull’allegro sfruttamento dei disgraziati che paghiamo nulla per fare il lavoro che a noi non garba più fare. Sull’accumulazione del più gigantesco debito pubblico del mondo occidentale.

Quando torneremo alla normalità avremo l’occasione straordinaria di rincominciare tutto da capo. Di rimboccarci le maniche e ritornare a essere la nazione umile, intelligente e laboriosa che eravamo qualche decennio fa.

 

Giuseppe Ravera, laureato in Lettere alla Statale di Milano, ha lavorato nel marketing del largo consumo. Si occupa da sempre di progetti di comunicazione integrata. Ha dato vita e coordina le attività delle “Officine Narrative Milanesi” a cui collaborano specialisti della comunicazione sia on-line sia off-line. Ha pubblicato per la rivista Il Mulino e per Lupetti Editore. Il suo blog Le Nuove Madeleine è a questo link.

Credit: “A MOST FAMOUS SOFA: SIGMUND FREUD’S SOFA” by roberthuffstutter is licensed under CC BY 2.0

 

 

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