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La storia del violino della Shoah nel libro L’ultimo testimone di Carlo Alberto Carutti

È un violino Collin-Mézin, scovato presso un antiquario di Torino nel 2014. La sua provenienza è incerta, ha segni evidenti di una riparazione e presenta sulla cassa una bianca stella di Davide in madreperla. All’interno, c’è un cartiglio scritto a matita, che riporta una frase musicale di sei battute, ogni battuta contrassegnata da un numero, 168007.

È il numero di un deportato, pensa l’acquirente, Carlo Alberto Carutti, memore di quello, poco più alto, di Primo Levi. Acquista lo strumento e indaga in seguito fino a scoprire che 168007 corrisponde al numero di matricola ad Auschwitz di Enzo Levy: veronese, imprigionato con la madre e la sorella Eva Maria nel 1943.

Eva Maria e Enzo Levy
Per Carutti comincia un’appassionata ricerca, corroborata dal fatto che sopra le sei battute musicali appare un motto significativo, Der Musik macht frei, e che le note di quel canone inverso sembrano raffigurare soldati (oppure detenuti?) in marcia.

Imprenditore e scrittore, e molto altro, Carutti (Milano, 1923) è musicista e musicofilo, oltre a intendersi d’arte quasi per forza, avendo sposato Maria Luisa Testori, sorella di Giovanni, che di Carutti era compagno di ginnasio e liceo. È comunque lui la persona adatta per regalare una seconda vita al violino Collin-Mézin.

Nel 2015, su invito di Andrea Kerbaker, lo presta per un concerto alla Casa della Memoria di Milano, appena nata, poi lo accompagna a Livorno, per un’analoga celebrazione. Qui, per caso, un musicista scopre nella custodia dello strumento uno strano aggeggio, che riporta a probabili privazioni patite in un tempo di guerra, un diapason costruito con un bossolo di proiettile.

Il violino con la stella è ormai per Carutti una sana ossessione, riassunta nel desiderio di ricostruire la storia del Collin-Mézin e di chi l’aveva con sé ad Auschwitz.

Anche per questo si consulta con Francesco Lotoro, che si intende di partiture provenienti dai lager, quando nel 2016 il violino è invitato dalla comunità ebraica di New York ad accompagnare Ute Lemper in un concerto Klezmer. Trasferta americana che Carutti si sobbarca lui stesso, incurante dell’età, a novant’anni passati.

Questa vicenda e gli incontri umani felici che si sono verificati in occasione dell’indagine si possono leggere in un volume illustrato, ricco di lettere e documenti, edito da Interlinea: Carlo Alberto Carutti, L’ultimo testimone. Il violino della Shoah e la sua storia.

Non c’è un punto fermo nella ricerca ma sono sicure le emozioni: per esempio, la scoperta che il violino era un regalo per i 16 anni di Eva Maria Levy, sorella di Enzo, e l’ipotesi che la ragazza sia entrata col suo strumento – quasi protetta da esso – nella Mädchenorchester von Auschwitz, scelta dalla nipote di Mahler Alma Rosé; che cosa sia accaduto poi, forse in coincidenza con la rottura del violino, sarà invece per sempre protetto dalle più nere ombre: Eva Maria è morta suicida nel 1944. Suicida anche Enzo, sopravvissuto invece al campo, nel 1958: è lui che avrebbe lasciato e poi dimenticato lo strumento da chi doveva ripararlo.

È certo invece che il Collin-Mézin “parla” ancora oggi, appoggiato saldamente sulla spalla di una sensibile musicista, Alessandra Sonia Romano.

Carlo Alberto Carutti si è mosso tra queste pagine con il garbo e la civiltà di un gentiluomo, dove garbo e civiltà sono asservite prima di tutto al bisogno di ribadire una volta in più un ricordo intollerabile. Per questo suo impegno – e per il fatto che con la sua stella bianca il violino suona ancora contro ogni barbarie – non abbiamo abbastanza parole per ringraziarlo.

IL LIBRO Carlo Alberto Carutti, L’ultimo testimone. Il violino della Shoah e la sua storia, Interlinea

Nella foto tratta dal libro, il violino durante un concerto. Alle spalle, la proiezione del misterioso cartiglio

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