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Pier Paolo Pasolini e la lettera luterana di un uomo disperatamente solo

Nell’agosto del 1975, in uno stabilimento balneare di Ostia, Pier Paolo Pasolini legge da capo a fondo L’Espresso e, disturbato dal silenzio-frastuono della folla vacanziera che ha intorno, trae pessime conclusioni.

Si domanda: “Dov’è questa rivoluzione antropologica di cui tanto scrivo per gente tanto consumata nell’arte di ignorare?”. Ce l’ha intorno – è in mezzo a – questo popolo trasformatosi in un decennio in una massa “infimo-borghese” che lo disgusta, soprattutto nel caso dei “giovani imbecilli” sazi di ogni falsa conquista offerta dalla “nuova società”: in questa folla, Pasolini è rimasto per inerzia e, confuso a essa, incapace di trovare “fisicamente” un altro posto, si sente inerme, nota: “Niente mi ripara, niente mi difende”.

Si direbbe che Pasolini si senta o sia l’uomo più solo d’Italia, poiché chi invece gli è affine e ha i suoi stessi gusti – chi scrive per esempio su L’Espresso – vive per Pasolini, che ha una folgorazione agostana, in un insopportabile altrove, “dentro il Palazzo”.

Mai così servili, gli intellettuali italiani hanno regolato il loro passo su quello dei potenti e sono capaci di incontrare la folla – in cui Pasolini ora si trova – soltanto sulla via della Doxa, della statistica, per tenerla ben chiusa nel ghetto di una cronaca scevra di una reale curiosità o partecipazione.

Tra il Palazzo che attiene alla storia e il mondo della cronaca si apre un vuoto immenso: in questa “diacronia” Pasolini vede un’anticipazione dell’Apocalisse.

Pasolini aguzza gli occhi per guardare dentro il Palazzo, e vi trova i Fanfani e gli Zaccagnini, i Moro, simili a burattini mortuari poiché la Dc è sottoposta al nuovo potere economico – anche la Chiesa non c’è più – che si è permesso persino finto progressismo e tolleranza verso il popolo; ma, quando torna fuori dal Palazzo, alla cronaca, Pasolini scorge un altro “dentro”, il “penitenziario del consumismo”, i cui principali detenuti sono i giovani di cui sopra. Cresciuti nell’illusione di un mondo fatto per loro, eccoli stupidi e soddisfatti, teppisti e afasici o, se consapevoli della falsità in cui sono immersi, in preda a un’apprensione da educande.

Il padre che oggi si trova in casa un figlio criminale, come in un film recensito da Alberto Moravia sull’Espresso, si comporta come vogliono i tempi cinicamente progressisti: si limita a “capire”. È il padre che agisce, invece, che va incontro davvero al figlio, quello destinato “a rimanere morto nella polvere come Laio”, padre di Edipo.

Nei confronti dei giovani, dei figli, Pasolini afferma che non sceglie la comodità di “capire”, ma si prende il rischio di agire, di dire loro la verità sulla cronaca – questa versione addomesticata della storia, che è diventata la storia vera – e sul loro vuoto.

Volevo scrivere su Pier Paolo Pasolini, e ho aperto davvero a caso le Lettere Luterane (raccolte da Einaudi nel 1976): sono finito a fare la parafrasi di un articolo apparso sul Corriere della Sera del primo agosto del 1975. Mi è servito parafrasarlo per cercare di pensare in un attimo di calma a quello che Pasolini scriveva e pensava poco prima di morire – importa relativamente in quale modo – il 2 novembre di quarantacinque fa.

 

Credit: “File:Pasolini – foto di Domenico Notarangelo.jpg” by Domenico Notarangelo is licensed under CC BY-SA 4.0

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