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Dal barbiere Sweeney Todd. Tra grandi debutti a teatro e bassa macelleria al cinema. Terza puntata

Prosegue con la terza di quattro puntate il racconto di Luca Billi, ispirato a un barbiere speciale, che divenne uno show, anzi un mito. Sweeney Todd: il nome vi dice qualcosa?

Quel giovedì sera, il 1 marzo 1979, c’è una grande attesa per il nuovo musical scritto da Stephen Sondheim che debutta all’Uris Theatre. Dal 1983 questo grande teatro al 222 West della 51esima Strada a Midtown Manhattan è intitolato a George e Ira Gershwin, ma alla fine degli anni Settanta porta ancora il nome dei fratelli Uris, che un decennio prima hanno acquistato l’edificio dove sorgeva lo storico Capitol Theatre, lo hanno demolito e, scommettendo sulla ripresa dell’area intorno a Times Square, allora in declino e dominata dalle attività legate alla prostituzione, hanno costruito in stile modernista questo grattacielo di quarantotto piani, che in quelli inferiori ospita un teatro che, con i suoi 1.933 posti a sedere, è il più grande di Broadway. Ha un arco di boccascena regolabile fino a venti metri e un palco largo quasi trenta, ideale per grandi produzioni. Al regista Harold Prince serve quell’enorme spazio, perché ha chiesto allo scenografo Eugene Lee di costruire una grande fabbrica, incombente sui personaggi, di realizzare una scena d’acciaio che sia anche una sorta di prigione, ed Eugene ha utilizzato molti pezzi di una fonderia in disuso che ha trovato nel Rhode Island.

Stephen Sondheim in pausa sigaretta

Alla fine dello spettacolo il pubblico applaude con convinzione, anche se si tratta di un musical molto diverso da quelli normalmente in scena a Broadway: praticamente muoiono tutti, come in un’opera italiana. Harold Clurman è il decano dei critici teatrali di New York: ha cominciato a scrivere per The New Republic nel 1948. Finito lo spettacolo vede in sala Schuyler Chapin, che è stato negli anni precedenti direttore generale del Metropolitan  (e che sarà in quelli successivi l’“assessore alla cultura” del sidaco Giuliani). “Perché diavolo non l’hai messo in scena al Met?”, “Se avessi potuto l’avrei fatto, ci sarebbero state urla e strepiti, ma non me ne sarebbe fregato nulla. Questa è un’opera. Questa è l’opera americana moderna”. Hanno ragione: se amate Rigoletto, non potete non amare Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street.

Immagino che né Clurman né Chapin nove anni prima siano andati al cinema a vedere Bloodthirsty Butchers – in italiano lo hanno distribuito con il titolo Macellai – un horror girato con un budget ridotto all’osso – come tutti i suoi film – da Andy Milligan. Andy scrive, dirige, realizza le scenografie e i costumi – alla fine degli anni Cinquanta, visto che i suoi spettacoli off-off-Broadway non gli permettono di mangiare, lavora come sarto in una celebre boutique di New York. Vive in un villino vittoriano a Staten Island, che è il set di tutti i suoi film, a cui partecipano attori che ha conosciuto nelle sue esperienze teatrali negli scantinati del Village. Molti dei suoi film sono soft-porn, che hanno la pretesa di affrontare temi come la sessualità repressa, l’ipocrisia delle convenzioni sociali, l’omosessualità. Poi Andy passa al genere horror e una storia come quella di Sweeney Todd non può non affascinarlo: così nel 1970, quando ha quarantun’anni decide di girare quel film. I suoi amici John Miranda, Jane Helay e Berwick Kaler interpretano rispettivamente Sweeney Todd, Mrs Lovett e Tobias Ragg. Il film, come tutti quelli di Milligan, non è certo memorabile. E il povero Andy, morto nel 1991 per colpa dell’Aids, non ha avuto la fortuna di trovare un poeta che ne cantasse le gesta, come è successo a Ed Wood. Ma è il segno che quel barbiere nato più di un secolo prima riesce ancora a popolare gli incubi dei suoi ignari clienti.

Macellai doc

È il 10 dicembre 1959. A Buckingham Palace c’è una regina poco più che trentenne e Londra è pronta per diventare il centro di una rivoluzione che sconvolgerà il mondo: stanno per cominciare i Swinging Sixties. Quel giovedì sera allo Shakespeare Memorial Theatre di Stratford-upon-Avon la compagnia del Royal Ballet mette in scena per la prima volta Sweeney Todd.

L’autore della musica è Malcolm Arnold. È un uomo difficile, spesso sgradevole, incline all’alcol, ma non ha ancora quarant’anni e ha già composto cinque sinfonie, tre balletti, la colonna sonora de Il ponte sul fiume Kwai di David Lean – per cui ha vinto un Oscar – e molto altro: è un compositore eclettico, brillante, che mette insieme Ravel, Berlioz e il jazz. Ad Arnold i generi stanno stretti, e infatti il 24 settembre 1969 dirigerà la Royal Philarmonic Orchestra e i Deep Purple nel Concerto for Group and Orchestra, composto da Jon Lord.

Per questo balletto John Cranko cura la coreografia, mentre Alix Stone disegna scene e costumi, in un elegante stile vittoriano, come una casa di bambole. Sweeney è il grande Donald Britton. Naturalmente non ci sono registrazioni di questo balletto, ma possiamo ascoltarne la musica grazie a una suite da concerto realizzata una ventina d’anni dopo. La musica di Arnold non ci trasmette, se non nelle prime battute, un particolare senso di angoscia e di paura, sembra prevalere la gioia di un lieto fine e probabilmente, ascoltando la suite, senza conoscerne il titolo, non saremmo portati ad associarla al terribile barbiere di Fleet Street. Ma immagino non sia casuale la scelta di questo soggetto, apparentemente dimenticato in quella Inghilterra così lontana dalle cupe atmosfere dell’epoca georgiana e che si prepara a una ventata di ottimismo senza precedenti: ricordatevi di Sweeney Todd, sembra dire Malcolm ai suoi contemporanei immemori, perché il barbiere è sempre lì, con in mano il suo affilatissimo rasoio d’argento.

Il Barbiere di Sondheim

A metà degli anni Settanta, Christopher Bond, figlio di attori, nato e cresciuto in tournée attraverso le piccole città della Gran Bretagna, ha solo trent’anni ed è il resident dramatist del Victoria Theatre a Newcastle-under-Lyme: ha provato a recitare, ma preferisce scrivere. Mentre a Staten Island Andy gira il suo film, nel 1970, a soli venticinque anni, compone un dramma su Sweeney Todd. Quel personaggio lo affascina, ma a Christopher non basta quello che ha raccontato Dibdin Pitt: “Sweeney ha bisogno di un trapianto di cuore, non di un lifting”.

Christopher decide di raccontare cosa è successo prima. Il vero nome di Sweeney Todd è Benjamin Barker: è un uomo felice, che fa il barbiere in Fleet Street, è sposato con Lucy ed è appena nata la loro bambina, Johanna. Ma questa serenità è destinata a finire: il giudice Turpin ha una passione malata per Lucy ed è disposto a tutto pur di soddisfarla. È un uomo di potere, una sua parola e Benjamin, pur essendo innocente, viene condannato e inviato in una colonia penale in Australia, poi corteggia senza tregua Lucy, che però resiste, e così la violenta. La donna sparisce, qualcuno pensa sia morta o forse è impazzita, e Johanna viene adottata dal giudice. La ragazza è bella come la madre e il giudice vuole sposarla. Ma Benjamin, quindici anni dopo, riesce a fuggire e torna a Londra, si fa chiamare Sweeney Todd e nessuno lo riconosce. È arrivato in città insieme a un giovane marinaio, Anthony, che dimostra per quell’uomo misterioso un misto di timore e ammirazione. Anthony vedrà Johanna e la contrastata d’amore tra i due giovani è la sottotrama della storia, che porterà al suo drammatico epilogo.

Solo la padrona della casa e della bottega di Fleet Street sa chi sia davvero Sweeney Todd che riprende il suo lavoro da barbiere, e naturalmente capisce anche perché sia tornato. Mrs Lovett sa tutta la verità, ma ne racconta solo una parte, vuole che Benjamin si prenda la sua vendetta, è disposta a aiutarlo, ma desidera quell’uomo per sé. Tra i due nasce una strana complicità, perché la donna lo aiuterà a sbarazzarsi degli uomini che il barbiere uccide nella sua bottega, servendone le carni nei suoi pasticci. La vendetta di Benjamin alla fine si compie: riesce a tagliare la gola al giudice Turpin, un attimo dopo che anche l’uomo l’ha riconosciuto. Ma uccide anche una mendicante, che si aggira come una pazza per Fleet Street: Mrs Lovett sa che è Lucy, ma non l’ha detto a Benjamin. Il barbiere, quando scopre di aver ucciso la sua adorata moglie, non può che eliminare anche la sua complice. Ormai tutto è finito. C’è un ragazzo, Tobias Ragg, che considera Mrs Lovett come una madre. Tobias, quando intuisce cosa succede tra la bottega del barbiere e la cucina della locanda, impazzisce, ma alla fine riesce a uccidere Sweeney, che non si difende e offre il collo al suo carnefice. Solo Anthony e Johanna riescono a sfuggire a questo tragico destino di morte.

Quel dramma che Christopher Bond decide di intitolare Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street – ormai delle perle tutti si sono dimenticati – ha un buon successo.

Nel 1973 la Swinging London è già un ricordo: è cominciato il sanguinoso conflitto in Irlanda del nord, sono già evidenti i segni della crisi del settore minerario, i Beatles si sono sciolti. In quell’anno Stephen Sondheim trascorre qualche settimana a Londra e al Theatre Royal Stratford East, nel quartiere londinese di Newham, assiste allo spettacolo di Christopher Bond. A Little Night Music è stato il suo successo a Broadway di quell’anno; ha quarantatrè anni, ha già vinto quattro Tony, due per Company, uno per Follies e uno appunto per il suo ultimo musical. Ha in ballo diversi progetti. Leonard Bernstein, per cui ha scritto le parole delle canzoni di West Side Story nel 1957, ha chiesto a lui, a John Latouche e Hugh Wheeler di rivedere completamente il libretto di Candide. Sta componendo le musiche per The Frogs, un musical che il suo amico Burt Shevelove ha tratto da Le Rane di Aristofane. E poi sta studiando il teatro giapponese per scrivere un’opera sull’occidentalizzazione del paese del Sol levante: un progetto ambizioso. Però Sweeney gli rimane nella testa.

C’è anche una qualche ironia. Ha scritto lui i versi di Gee, Officer Krupke, in cui i componenti dei Jets prendono in giro il sergente Krupke, sbattendogli in faccia tutti i luoghi comuni sulle giustificazioni che le “anime belle” trovano per i comportamenti di quei ragazzi: “We ain’t no delinquents / We’re misunderstood”. E adesso è lui che vuole mettere in scena la giustificazione di questo pluriomicida: Sweeney non è cattivo, lo disegnano così.

GeeWestside
From West side story

Stephen parla di questo progetto a Harold Prince. È stato uno dei produttori di West Side Story, si sono conosciuti per quello spettacolo e il loro sodalizio artistico è stato molto fruttuoso. Fino a quel momento Harold è stato il produttore e il regista di quasi tutti gli spettacoli di Sondheim. Ma non è convinto che si possa fare un musical su Sweeney Todd. E Stephen naturalmente ascolta il suo parere. Poi Harold ci ripensa: la storia del barbiere di Fleet Street può diventare la metafora di un uomo stritolato dalla Rivoluzione industriale, il musical si deve svolgere in una fabbrica. Stephen non ha la stessa idea, per lui quella di Sweeney è una storia di vendetta, ma proprio perché è universale può essere ambientata in qualsiasi tempo e in qualsiasi luogo. Stephen chiede a Hugh Wheeler di scrivere il libretto e comincia a comporre le canzoni, vuole scrivere tutto, parole e musica, e vuole scrivere un musical che sia soprattutto cantato. Stephen vuole scrivere la storia di un’ossessione. Quando suona e canta le canzoni dello spettacolo alla sua amica Judy Prince, la moglie di Harold, lei gli dice: “Non c’entra nulla con il Grand Guignol. Tutti penseranno che è la storia della propria vita”. Stephen vuole scrivere un’opera (continua)

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