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Ken Loach. 85 anni con la working class contro tutti i padroni

Ken Loach (1936, 85 anni il 17 giugno) ha l’età per aver fatto parte del Free Cinema inglese, che mutò insieme ai cosiddetti Angry Young Men l’orizzonte britannico delle arti.

Chi era free scelse nella quotidianità i suoi protagonisti e si votò alla realtà, ferma restando la forte componente “scritta” e teatrale del cinema inglese – basta dire al proposito che, con le date, siamo a cavallo tra Cinquanta e Sessanta?

Ciò per precisare che quando il resto del mondo si accorse di Ken Loach, negli anni Novanta (tre Cannes vinti), il regista aveva già quasi trent’anni di carriera (sommersa) alle spalle, carriera militante spesa tra film di trama, ma soprattutto docudrama per la tv inglese, e docu tout court misconosciuti perché spesso censurati in patria.

Di questo solido passato contenutistico (e stilistico) Loach ha fatto la base di una serie di successi in cui, se è apparso immobile (ma mai sclerotico o, peggio, monumentalizzato), lo è stato per poetica e per coerenza di ispirazione nel raccontare la vita delle classi subalterne.

Per esempio. A cinque anni da I, Daniel Blake – peripezie e morte di un uomo malato alle prese con la burocrazia del Welfare britannico – in Sorry We Missed You, Loach mette in scena – con la pretesa rivendicata come un diritto di una impossibile oggettività – un altro caso, sceneggiato dall’abituale colllaboratore Paul Laverty. Doveva ritirarsi, ha trovato un altro bersaglio molto contemporaneo su cui esercitare la sua arte (e la sua critica).

Sorry We Missed You è la storia di una famiglia di Newcastle, padre madre due figli, che lotta per liberarsi dai debiti e dai sogni di una casa di proprietà bruciati nella crisi finanziaria del 2008. La chance è un furgone bianco e l’impiego in franchising, quindi senza padroni, del padre: farà il corriere in una cooperativa che si rivelerà, però, retta da un cinico capataz, preda di non meno spietate logiche di profitto.

Le critiche sono state ottime perché un certo didascalismo – che può essere il peccato capitale di Loach – viene neutralizzato da personaggi vivi, fatti di luci e di ombre, anche se il loro destino alla fine avvalora le tesi pessimiste di un regista molto marxista per quanto moltissimo free.

Temiamo che non ci sia un nuovo Loach movie. “Sono stato in lockdown per quasi un anno, mi sento come una vecchia automobile arrugginita ferma in garage che non sa più se potrà ripartire. Ho una certa età e non so se avrò voglia ed energia di fare un altro film, anche se Paul Laverty, che è più giovane e pieno di idee, mi sprona”. Così Loach in collegamento remoto con Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna che a dicembre gli ha dedicato un ciclo. Ma con Loach mai dire mai.

E intanto il Free Cinema va per i 60…

Facciamo un passo indietroIl film che aprì l’avventura del Free Cinema è invece tratto da The Loneliness Of The Long Distance Runner – La solitudine del maratoneta di Alan Sillitoe, uno degli Angry Young Men: la pellicola uscì nel 1962, regia di Tony Richardson. I racconti di Sillitoe (“il maratoneta” occupa le prime 60 pagine), già venerati nei Settanta in edizione Einaudi (chi era “di sinistra” e non li aveva in casa?), sono stati riediti da minimum fax.

Il primo lungometraggio di Ken Loach, Poor Cow, è del 1967, un dramma d’amore proletario, che è ricordato anche per la colonna sonora (tre canzoni, compresa quella del titolo) di Donovan Leitch, versione inglese folk- psichedelica ma depotenziata di Bob Dylan. Loach c’era già tutto.

Per uno sguardo d’insieme sul Free Cinema, qui

Credit: “Ken Loach Q&A 25” by Cornerhouse Manchester is licensed under CC BY-NC-ND 2.0

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