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Allonsanfàn
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Robe da Baz. L’Elvis esagerato di Luhrmann

Vedo l’Elvis di due ore e quaranta di Baz Luhrmannarriva nove anni dopo The Great Gatsby e a ventuno da Moulin Rouge! – conscio che l’autore australiano non è interessato al ritratto, cioè al biopic intimista e scolastico, ma è tagliato piuttosto per l’affresco, ottenuto se necessario con il tiro al muro di secchiate di vernice variopinta. Luhrmann è interessato alla ricostruzione di mondi e all’interpretazione di miti – siano essi pop oppure colti ma rimpinzati di pop culture, vedi il Romeo+Juliet – dove personaggi glamorous si battono tra la terra e il cielo per coronare sogni di gloria e d’amore – questo detto in sintesi brutale.

Infatti. Ecco un Elvis al quadrato o di più (!) sontuosamente visivo a partire dalla gioielleria kitsch dei titoli di testa, che illuminano il logo della Warner, e un Luhrmann pronto a usare tutti i mezzi espressivi del suo bagaglio – per l’Elvis infante, c’è la ricostruzione a tavole di cartoon.

Il perno del film è la torrenziale affabulazione teatrale del cattivo della storia, il colonnello Parker (un grasso Tom Hanks col naso finto), il manager, anzi l’imbonitore visionario che vuol muovere Elvis come una marionetta dalle note d’oro, dopo averne creato l’indotto, una colata pionieristica di moda e merchandising legata al personaggio. Che capolavoro di branding!, direbbero oggi i poveri di spirito del marketing. Accusato della morte del King, sepolto vivo nell’infelicità e nelle droghe di Las Vegas, il colonnello Parker spiega serafico che Elvis non l’ha ammazzato lui, e anche se fosse senza di lui Elvis non sarebbe nemmeno esistito.

Ma torniamo all’aggettivo teatrale. Ovvero è tutto “finto”, reinventato – anche i costumi da correlativo oggettivo di Prada -, tutto resuscitato civettando, strizzando l’occhio, stra-citando, inventando ed esagerando, e fin da subito travolgendo lo spettatore.

Luhrmann allestisce un iper musical grafico, dove i nomi a grandi caratteri degli Stati d’America conquistati in successione trionfale dalla creatura di Parker si mescolano all’illustrazione agiografica della “nera” Beale Street, brulicante di energia, e mentre lo split screen e la velocità del montaggio rendono ardua la lettura dei sottotitoli – se guardate la versione originale – esplode la prima isterica e istrionica scena di concerto, che affossa in uno scuotere elettrico di bacino secoli di pudibondo country&western e incorona Elvis e insieme l’attore che lo impersona, il suo sosia/non sosia Austin Butler.

Al netto della forma del film, il contenuto psicologico è come di consueto semplificato – assistiamo alla soffocante geografia edipica di Elvis, dilaniato e crocefisso tra vera famiglia con madre venerata e il Colonnello falso padre,  entrambi pronti ad appannare la carica rivoluzionaria della sua arte – ma il tutto può trovare (fin che dura, finché si può) la sua risoluzione, o piuttosto un momento di sollievo, negli scoppi, nelle esplosioni di rock’n’roll – di quella musica molto nera che diventa rock’n’roll. Luhrmann è fatto così. Il suo Elvis, ricco fino alla congestione, impostato sul fortissimo, quando funziona, preferisce essere un Elvis sociale, un testimone dei cambiamenti in campo sessuale, razziale e politico in tre decadi di storia americana. E quando non funziona ci rapisce e stordisce in un concerto di suoni e immagini.

A margine Quando il Re muore, nell’agosto del 1977, i referenti musicali di un ragazzino italiano, patito di glam e prog, se non ancora di punk, sono tali da sottovalutare la notizia. È morto l’anziano grassone, in realtà poco più che quarantenne, che con la corona di fiori al collo e un completo bianco da pagliaccio cantava alle isole Hawaii O sole mio (It’s Now or Never). Elvis the Pelvis, col suo famigerato movimento sussultorio del bacino, e la carica altrettanto visibile ed eversiva di essere stato il bianco che cantava come i neri, non era un idolo della mia generazione, se mai è lo stato, ma non mi sembra, di qualche generazione italiana. Credo che il mondo si sia rimpicciolito davvero cioè si sia mostrato global con i Beatles. Ma questo è un altro discorso…

A margine/2 Qui non si parla del fatto che i Måneskin partecipino alla colonna sonora con If I Can Dream per non superare il livello tollerabile di kitsch (o di camp?)… Però ci stanno bene, nella soundtrack di BL, essendo una band fatalmente e totalmente derivativa e, come il film, priva di innocenza.

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