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Allonsanfàn
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Memorie di un non lettore di Gianni Celati

Mi sono accorto che conosco un po’ Gianni Celati, ossia l’opera del grande scrittore morto a Brighton all’inizio di questo già affaticato ’22, anche se non sono mai riuscito a leggerlo davvero, avendo mancato, vuoi per caso vuoi per età – ero troppo giovane per essergli sodale e vecchio per eleggerlo a maestro – il suo mondo di scritture.

Eppure già da ragazzo e in anticipo sulla “rivoluzionaria” Bologna del 1977, avevo comprato come chi acquista la Bibbia, anzi il Nuovo TestamentoLe avventure di Guizzardi, La banda dei sospiri e Lunario del Paradiso, cioè i Parlamenti buffi. Ma subito ero scivolato, alla prova della lettura, nell’incomprensione e nella noia per il rap caratteristico di Celati. Non riuscivo proprio a farmi piacere quel vezzo di scrivere-parlottando per metà in finto gergo popolare, per metà nel sublime dei poveracci, sospeso tra un’ingenuità che dovrebbe essere anti borghese e sovversiva e vaghi sospetti di benvenuto ritardo mentale – quella sorta di poetico idiotismo che si forgia nelle nostre burocratiche e metaforiche prigioni.

Invece di riporre Comiche, Guizzardi e la Banda su un altare ai piedi degli dèi Keaton, Beckett e Céline, dopo aver ripetuto in giaculatoria la sapienza del Celati saggista e traduttore, mi liberai dei volumetti ed esagerando scartai insieme a loro tutta una stagione letteraria che corse appresso all’angloamericanista di Sondrio-Bologna dall’indigesto (almeno per me) birignao.

Così, sottovalutai nel 1980 i Libertini e Pao Pao di Tondelli, dopo aver schiacciato nel cestino della spazzatura il best seller Boccalone, e più tardi snobbai il Cavazzoni scrivano della luna e poi abitante di una molto celatiana Cirenaica, per arrivare a fine secolo a irridere il caricaturale Paolo Nori di Bassotuba non c’è e altri consimili deliri pseudo naïve.

La verità è che io persi – e non avevo orecchio per capirlo – qualcosa di più solido e importante della grande stagione della Bologna caciarona e “desiderante”, dal Dams a Deleuze&Guattari, e poiché ero rimasto indietro, o mi credevo in un illusorio avanti, per ripicca comprai invece che Celati altro, e negli anni Ottanta considerai staffettisti di Calvino altri romanzi Einaudi “per vecchi ragazzi”, a loro modo precisini, due piccoli saggi di maturità giovanile come Lo stadio di Wimbledon e Treno di panna.

Ho capito tutto meglio più tardi, curiosando in un’altra era della scrittura di Gianni Celati, quella che esibisce la foto di Luigi Ghirri in copertina. È l’era di Narratori delle pianure (e qui siamo Feltrinelli, nel 1985), quando mi risultarono più congeniali le favole scritte in mezz’ora dopo una camminata a vanvera – Celati è stato, oltre che un viaggiatore, un grande e ispirato camminatore “casuale”.

Nei Narratori, Celati abbandona il suo rap da eterno adolescente ed espone la convinzione adulta e inconfutabile che “la vita… è una trama di rapporti cerimoniali per tenere insieme qualcosa di inconsistente”. La sua letteratura idem.

Forse è per questo che i racconti (finto) orali della celebre raccolta, che si modella significativamente sulle Fiabe italiane di Calvino, aprono e chiudono in poche pagine sui rovelli di protagonisti appiccicati all’universo delle convenzioni con lo scotch e li offrono in visione al lettore in tutta la loro vulnerabilità con una sincerità che è insieme gentile e brutale.

Siamo dalle parti del “vuoto organizzato”, la più usata strategia per disinnescare il non senso e il tempo, tra le villette tipo modellino della provincia italiana. E si ha l’impressione che anche questa osservazione sul nostro vivere sia una dichiarazione di poetica per pagine a loro volta “organizzate” di parole che sanno molto bene di essere parole.

Asciuttezza, poco dell’antica e pirotecnica stramberia nei Narratori. Capii però, mentre chiudevo il libro dopo una manciata di racconti – sto leggendoli tutti adesso per la vera prima volta – che Gianni Celati era sul serio uno scrittore rivoluzionario: aveva lì fondato senza parere, camminando per l’Italia e per il mondo, il suo neorealismo stralunato sapendo molto bene che l’individuo, esposto al sociale, “diventa un’entità astratta e derisoria, un atomo di mortalità” (come scrisse a proposito di Wakefield). Insieme, mi viene in mente che ho usato come bussola tanto tempo fa il Bartleby tradotto e amato da Celati, il quale aveva reso con un meraviglioso “Avrei preferenza di no” il fatidico “I would prefer not to” dello scrivano di Melville.

Finisco i Narratori, poi vado avanti. I libri non letti, Verso la foce, le Quattro novelle sulle apparenze, gli altri racconti e il Meridiano, li ho a portata di mano. Di Guizzardi, negli anni, ho scoperto di averne comperate ben tre copie. Chissà se farò mai pace con lui.

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La foto di apertura è di Luciano Cappelli ed è tratta dalla locandina della rassegna La dispersione delle parole – Omaggio a Gianni Celati, Bologna marzo-novembre 2013. Per saperne di più, su L. C., Alice e il diavolo: sulla strada di Majakovskij: testi per una pratica di comunicazione sovversiva (L’Erba voglio, 1977. Riedito ampliato da Shake edizioni underground, 2002, con CD di tracce audio della radio).

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