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Allonsanfàn
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C’era una volta il timido Totti

Non è stata proprio bello il modo in cui Francesco Totti ha lasciato casa sua sbattendo la porta. E non parliamo della fragorosa separazione da Ilary dopo 17 anni di matrimonio e tre figli. Ma piuttosto dell’addio a quella che per una vita è stata davvero casa sua: la Roma. Quella giallorossa è l’unica maglia che Francesco ha indossato nella sua carriera. Non è stata una questione di soldi, avrebbe guadagnato e vinto certamente di più se si fosse trasferito al Milan o al Real Madrid, come gli suggeriva la moglie. È stata solo ed esclusivamente una questione d’amore. Amore per la sua città e per la sua squadra del cuore.
Intorno a Totti girano da sempre un sacco di leggende metropolitane: che da giocatore condizionava le scelte di mercato della società, che era ingombrante per gli allenatori, che aveva poca voglia di allenarsi. Leggende appunto, senza fondamento. Certo, gestire uno come lui non dev’essere stato facile.
E quando, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo a 40 anni, si è sfilato la maglia giallorossa per indossare giacca e cravatta da dirigente è andato in crisi. Non poteva immaginarsi senza pallone, senza l’odore dello spogliatoio. Ci ha messo un po’ per costruirsi un nuovo ruolo, ma a un certo punto si è arreso, ritenendo di non poter incidere in alcun modo nelle decisioni societarie. E si è fatto da parte, perché uno come lui non può accettare di essere un comprimario.

Ho incontrato per la prima volta Francesco Totti nel 1993, pochi mesi dopo il suo debutto in serie A, avvenuto a 16 anni, il 28 marzo a Brescia. Ero andato a Trigoria un sabato, con la squadra in partenza in pullman per una trasferta, per registrare la solita intervista da mandare in onda la domenica in Guida al Campionato su Italia 1. Carlo Mazzone, che conoscevo bene dai tempi di Bologna, mi aveva dato appuntamento subito dopo pranzo. Quando mi presento, mi chiede chi volessi intervistare (all’epoca era l’allenatore, non l’addetto stampa, a decidere i colloqui con i giornalisti). “Il ragazzino, Francesco Totti” rispondo. E lui: “No guarda, il ragazzino proprio no, è troppo timido e poi non vorrei che si montasse la testa, preferisco lasciarlo crescere con calma. Ha un talento enorme, ma non vorrei bruciarlo, poi lo sai che Roma è la città perfetta per costruire fenomeni”.

Un giovane Totti

Provo a insistere, sulle prime Mazzone oppone resistenza, ma poi si arrende: “Lo faccio proprio perché sei un amico e sei uno serio”. Chiama Totti, lo fa scendere dal pullman e gli dice: “Francesco, questo è un giornalista, ma è una persona per bene. Ti deve fare qualche domanda per Guida al Campionato, cerca di stare tranquillo”. Quel “è un giornalista, ma una persona per bene” mi fa sorridere perché conosco la genuinità di Carlo e so che non c’è malizia nelle sue parole, che vogliono essere solo un complimento.

Mi presento a Totti, spiegandogli che l’intervista è registrata e andrà in onda il giorno dopo. Quindi niente riferimenti temporali tipo “oggi” o “domani”, e soprattutto gli dico che non deve preoccuparsi, perché in caso di errore suo o mio, ricominceremo da capo.

“Sei pronto?” gli chiedo. E lui: “Prontissimo”.
È probabilmente la sua prima intervista televisiva. Partiamo, telecamera accesa, prima domanda: “Ti senti un predestinato avendo debuttato in serie A a 16 anni, cioè all’età di Gianni Rivera?”. Francesco fa per rispondere, ma dalla sua bocca non esce nessun suono, in un attimo diventa rosso come un peperone.
Do lo stop al mio operatore, mentre Totti mi chiede scusa. “”Non c’è proprio nulla di cui tu debba scusarti – gli rispondo -. Non c’è nessun problema, è normale perché non sei abituato a guardare dentro una telecamera. Stai tranquillo, rilassati, fai un respiro profondo e quando ti senti pronto ripartiamo. Non ce ne andiamo finché non sarà tutto perfetto”. Quando mi dice che possiamo andare, gli rifaccio la domanda e da lì in poi fila tutto liscio, Francesco non sbaglia neppure una virgola.

Carlo Mazzone, che non si era perso una battuta, lo prende bonariamente in giro e poi si rivolge a me: “Te l’avevo detto che il ragazzo era timido”. “Mi sa che dovrà abituarsi – rispondo – perché credo che di Totti sentiremo parlare per molti anni”.

Francesco mi ringrazia dandomi del lei e da quel giorno ho sempre avuto con lui un rapporto di grande simpatia reciproca, ma soprattutto di rispetto. Quando Totti organizzò un ricevimento per la stampa a Trigoria, qualche giorno prima del matrimonio, nel consegnarmi i confetti chiamò Ilary e le disse: “Ti presento Daniele Garbo, è un giornalista di Mediaset, ma è una persona seria”. “Ma come – ribattei – usi le stesse parole di Mazzone la prima volta che ti ho intervistato!”. E scoppiammo entrambi a ridere, mentre Ilary ci guardava senza capire bene di cosa stessimo parlando. Ogni anno a Natale mi arrivava in redazione un pacchetto prezioso: la sua maglia accompagnata da un biglietto d’auguri autografato. Era il suo regalo personale a un gruppo ristretto di giornalisti che stimava. Le conservo tutte, saranno una ventina. Ma il regalo più gradito fu quello del 2006. Oltre alla solita maglia numero 10 della Roma, ce n’era un’altra: quella azzurra con la scritta “Francesco Totti World Champions – Berlin Olympiastadion July, 9 2006”.

 

Credit: Francesco Totti AS Roma #10 by Kmeron is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

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