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Allonsanfàn
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La Destra, la rivalsa e l’orgoglio del passato

Confesso di aver seguito molto distrattamente l’assegnazione dei ministeri e di conseguenza mi sono completamente disinteressato della spartizione dei posti di sottogoverno. Poi da alcuni giorni vedo sulla bacheca di Facebook, condivisa polemicamente da diversi amici sdegnati, la foto di un ragazzotto vestito da nazista. E così ho saputo che Galeazzo Bignami è diventato viceministro. Conosco quella foto da parecchio tempo, perché da ancora più tempo conosco Galeazzo. Siamo più o meno coetanei – anche se lui è un po’ più giovane di me – siamo entrambi di Bologna e alla fine del Novecento facevamo lo stesso lavoro. Non eravamo né amici né conoscenti: se a quel tempo ci incrociavamo sotto i portici della nostra città non ci salutavamo, ma io sapevo chi era lui, come lui sapeva chi ero io. Proprio per questo posso dire che quel posto, nonostante quella stupida mascherata, se l’è guadagnato sul campo: è una persona che ha una lunga esperienza politica e potrebbe perfino capirci qualcosa di quello di cui si dovrà occupare.

Poi Galeazzo è un fascista che viene da una famiglia di fascisti – lo si capisce fin dal nome: sua sorella si chiama Maria Runa – e non si vergogna di esserlo. Come io sono un comunista che viene da una famiglia di comunisti. Neppure io mi vergogno di esserlo. Anche se forse non è sempre stato così: ecco credo che il punto fondamentale sia questo.

Facciamo un passo indietro: il 21 ottobre 1998 Massimo D’Alema diventa Presidente del Consiglio. È il primo – e l’unico – che viene dal Pci ad avere svolto quell’incarico. E, vista l’aria che tira, immagino che sarà anche l’ultimo. Ci sono voluti ventiquattro anni perché una persona che aveva militato nel Msi raggiungesse un tale obiettivo. Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi perché ha vinto nettamente le elezioni. Anche il partito di D’Alema – quello che allora era anche il mio partito – aveva ottenuto un buon risultato alle elezioni del 1996, ma quel governo è nato a seguito di una crisi politica. Una parte di Rifondazione Comunista aveva tolto la fiducia al governo Prodi e un gruppo di parlamentari di centrodestra, ispirati da Francesco Cossiga, si erano dichiarati disponibili a sostenere un nuovo governo di centrosinistra a patto che non fosse guidato dal rancoroso professore bolognese. Al di là delle ricostruzioni fantasiose che allora hanno occupato i giornali e i talk-show, non si è trattato di un “golpe”. L’Italia era – ed è ancora – una repubblica parlamentare e quel governo era assolutamente legittimo. Eppure alcuni – e io ero tra questi – pensavano che sarebbe stato meglio andare alle elezioni, anche se quasi sicuramente avremmo perso. I due governi D’Alema, che io pure ho sempre sostenuto – anche perché qualche mese dopo sarei diventato funzionario di quel partito – hanno rappresentato un momento simbolico della nostra morte politica. Ma non è di questo che voglio parlare: ormai non serve più recriminare. Mi interessa invece la differenza antropologica tra noi e loro. Anche perché, forse più della politica, questa differenza spiega perché noi siamo morti, mentre loro sono vivi e vegeti.

Allora non abbiamo festeggiato il fatto che uno di noi era finalmente arrivato a Palazzo Chigi, anzi un po’ ci siamo vergognati e comunque sottolineavamo di continuo che eravamo cambiati, che non eravamo più quelli di prima, che eravamo come i socialisti europei o addirittura come i democratici americani, insomma che eravamo qualcosa d’altro – ricordate i dibattiti sulla “terza via” e la foto di Firenze, con D’Alema, Clinton, Blair, Jospin, Schroeder e Cardoso? Insomma non sapevamo cosa eravamo – e su questo avevamo idee diverse – l’unica cosa su cui eravamo d’accordo è che non dovevamo più chiamarci comunisti. E vivevamo il nostro passato, anche quello più glorioso, con un qualche imbarazzo.

Per loro non è affatto così. Al di là delle più o meno credibili prese di distanza, i fascisti arrivati al governo sono orgogliosi di rivendicare la loro storia, di mostrare i simboli del proprio passato, anche quelli decisamente più kitsch. Anche quelli più imbarazzanti. Immagino che oggi Bignami un po’ si penta di aver scelto quel costume per un addio al celibato, ma certamente quella serata lui e i suoi amici si sono divertiti parecchio, perché quello è un loro simbolo, con cui è possibile perfino giocare. E forse non si pente così tanto, perché anche quella mascherata adesso che è arrivato al governo è un simbolo della loro rivalsa. Ci stanno sbattendo in faccia che adesso sono decisamente “usciti dalle fogne”, ma che si ricordano bene la puzza.

  • Luca Billi ha pubblicato il romanzo Anything Goes (Villaggio Maori Edizioni), selezionato nella cinquina dei migliori libri musicali dell’anno dal premio CartaCanta

Credit: kynan tait is licensed under CC BY-NC-ND 2.0.

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