La bambina Arabella, dalla platea, grida “Taco King!” mentre il padre (Chris Pine), un carismatico americano, legge tutto sussiegoso un testo letterario alla Franzen, ma non così buono.
L’uomo, costretto a interrompersi, affida la pestifera piccola all’autista, perché la porti da Taco King, ma basta un attimo di distrazione e Arabella si perde anzi se ne va. Incontra infatti la giovane Holly (Benedetta Porcaroli) che, ingannata da segni solo apparentemente inequivocabili – la finzione di una zoppia -, vede in lei se stessa da bambina, fa salire Arabella in auto e la coinvolge in un’avventurosa fuga a due.
Ne Il rapimento di Arabella – che suona molto più pregnante se non da chanson de geste rispetto a The Kidnapping of Arabella – si viaggia contro il tempo (fisico), per raggiungere una donna, la ballerina Granatina (Eva Robin’s), che tanti anni prima aveva trovato Holly “speciale”, predicendole un futuro nella danza. Ovvero: si può tornare indietro, rimediare a un antico errore, addirittura modificare il passato?

Nell’universo di Carolina Cavalli, qui soggettista, sceneggiatrice e regista, esiste e si muove in parata un’umanità dolente e intontita, bizzarra come quella che abbiamo visto talvolta nei film indie americani – i quali credo piacciano molto a Cavalli – e dedita a occupazioni e riti a mala pena decifrabili.
In un motel, Holly può incontrare un uomo che sa ballare come una rana (forse è il suo unico skill); in un rifugio improvvisato, può affrontare l’occhio enigmatico di una capra sorda; in una festa di matrimonio tipo Las Vegas, farsi quasi piacere una bizzosa cariatide che prima accoglie e poi sputa le due ragazze, accusandole del furto di un ovetto d’oro.
Tutti sono precari e infelici o diversamente felici o in stato di dubbiosa sospensione intorno alle fuggitive, compresi quelli che le inseguono per dovere, a partire dal cauto poliziotto Maccarico, innamorato di Holly e imbarazzato per averla sognata in un contesto erotico – non per niente Maccarico, l’attore Marco Bonadei, sfoggia una pettinatura che è un ossimoro.
Comunque. Holly è Arabella, la qual cosa è il motore della narrazione, finché non si sentirà tradita. Per la giovane la bambina è la creatura pura, non ancora contaminata dall’assurdo del vivere; forse ammira in Arabella la capacità, ancor più forte che in lei, di tenere a bada gli “adulti” e di non farsi assimilare da loro, nel mentre che, appunto, lo stereotipato padre scrittore della piccola, in una scena assai riuscita, vive la tragedia del risveglio – ogni giorno incomincia normale ma può rivelarsi catastrofico – e si imbozzola tra le lenzuola come un morituro, strisciando kafkianamente sul pavimento.
Carolina Cavalli è l’abile e molto ironica maga che mette in scena una storia deformata nei toni del grottesco (che è divertimento “tagliato” col drammatico) e la sospende nella metafisica dei luoghi – siamo in una sorta di indefinita Los Angeles della mente e dell’anima girata però in Veneto e Emilia Romagna. Del resto, Holly ha come capo signature una t-shirt con su scritto I left my heart in San Francisco.

Tutto va prevedibilmente in culo. Granatina si rivela una vecchia pazza e riceve Arabella e Holly in un giardino delle meraviglie che è tale solo nel suo deragliamento mentale: un’orribile figura occhiuta dipinta su una tela viene presentata dalla ballerina come una Madonna di Lorenzo Lotto (ma Arabella non se la beve), e il film finisce come prevedibile in un’aula di tribunale, dove Holly è condannata a prendere atto della realtà e anche del legame, bello e soprattutto vero, che la unisce a Arabella.
Influenze e facce da Coen (fratelli) e da Jarmusch – non certo da Fellini o da Sorrentino, nonostante un evitabile pullman di suore – ma anche situazioni che rimandano non solo idealmente a Gloria di John Cassavetes o, che ne so, all’indie più cupo e divertente – per dire: Cavalli ha già metabolizzato e “cotto” alla Lévi-Strauss Alex Ross Perry e Kit Zahuar -, insomma, cose così si mescolano nel gioco di Carolina.
Ho scritto, sbagliando, la parola “gioco”. In questo film si capisce meglio, proprio perché incredilmente ricco, che Cavalli non gioca affatto, ma affida a un’imbronciata e caustica Benedetta Porcaroli – l’attrice feticcio già “usata” in Amanda – la sua irriducibile lotta alla banalità e alla crudeltà biologica e sociologica dell’esistere, fatta di famiglie madri padri presenze assenze rapporti con degli incomprensibili altri…
In questa prospettiva la scelta narrativa di far confrontare Holly con la bambina (una deliziosa Lucrezia Guglielmino) è la carta che paga. Arabella è per Holly una figura proiettiva e insieme un altrove perduto. Mi viene in mente, oltre ai nomi e ai titoli già citati, la cara, vecchia Sofìa Coppola di Somewhere, il suo film se non più bello meno innocente, perché Cavalli gestisce con grazia e lucidità una simile, dolorosa deriva. Aggiungo che monta il film Babak Jalali, regista di Fremont, un film scritto da Cavalli, e presentato al Sundance nel 2023 – si trova su Raiplay. Vedere nelle sale Il rapimento di Arabella, che alla mostra di Venezia ha preso 10 minuti di applausi, e un premio da attrice per Porcaroli, si può dal 4 dicembre.



