Il Dio dell’amore di Francesco Lagi, regista e co-sceneggiatore, parte come una commedia spigliata, che narra e incastra tra loro, passando il testimone da uno all’altro, le vicende sentimentali di una serie di persone sullo sfondo – emblematico? – di Roma città eterna.
E appunto. La voce fuori campo, che raccorda le gesta di questi piuttosto fragili campioni di umanità, entra bellamente in scena, incarnata niente meno che in Publio Ovidio Nasone – maestro (sembra) di affari di cuore oltre che delle sue spettacolari Metamorfosi. Qui, in versione contemporanea, il poeta va in giro per l’Urbe svelando i capricci di chi è preda dell’imprevedibile (ma davvero?) Eros.

Superate la diffidenza. Ovidio, in giacca di lino stazzonata, è interpretato disinvoltamente da Francesco Colella, che è funzionale alla trama almeno per mezz’ora, mentre sulla lunga distanza, con il suo didascalico sproloquio rischia di appesantire troppo il film, il quale credo voglia essere leggero seppure con intelligenza – e infatti: mano mano che si procede, e per fortuna, Lagi fa latitare un po’ il suo “esperto”.
Comunque. Ci si accorge piuttosto presto di essere di fronte a un rapporto Cencelli degli amori terrestri. Il che non è per forza un difetto, anzi. Mancano giusto due gay maschi – riassunti però in un bacio affettuoso a una festa – per completare una serie di casi tipici troppo tipici che rischiano ahimè di finire dritti nel luogo comune o nella scontatezza del cliché. Ma questo è il difetto di gran parte delle commedie italiane di oggigiorno (mentre di Lagi ricordiamo opere più ambiziose come un curioso Il pataffio tratto da Luigi Malerba e visibile su NOW).

Esempi delle storie concatenate: c’è la moglie che rimane incinta del marito presunto sterile (ma sarà davvero figlio suo?), la maestra di scuola che trova un fidanzato troppo premuroso e forse pericoloso, i dilemmi di una prima avventurosa uscita sotto gli auspici di Tinder, la stanchezza di routine di una collaudata coppia lesbica in cui entrambe le donne (forse) finiscono vittime di imprevedibili colpi di fulmine ecc. ecc.
Ah, l’amore che casino. Ha ragione Ovidio. Non per niente, verso i tre quarti del film, tutto finisce dominato da una serie di titubanze quasi infinite di cui restano prigionieri i poveri romani in ambasce sentimentali – tutti sembrano esitare, balbettare, girare a vuoto. Sono sul punto di congiungersi o disgiungersi, o se no di sfiorarsi appena incapaci di baciarsi, e pure sembrano tutti inabili a spiccicare parola… Colpa di Eros e un po’ del regista, o no?

Ma alla fine Il Dio dell’amore tira le fila e ha fatto il suo dovere, intrattenendo se non divertendo, anche perché sono collaudati e bravi tutti gli attori, ed eccoli in ordine alfabetico dopo i due migliori: Isabella Ragonese e Vinicio Marchioni (la coppia col figlio in arrivo), e poi Anna Bellato, Enrico Borello, Benedetta Cimatti, Chiara Ferrara, Corrado Fortuna, Vanessa Scalera.
A margine. Il film è abbastanza progressista da fare finire “correttamente” anche i casi che appaiono disperati, come quello del guidatore dell’Atac che stalkera le signore dirottando il suo autobus di linea (Nella immagine in apertura, Scalera e Bonello, credit delle foto: Emanuele Scarpa).



