UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

John Dos Passos a Manhattan, un grande romanzo dal clamore all’oblio

La parabola della notorietà di Manhattan Transfer di John Dos Passos, pubblicato nel 1925, ha un andamento discendente: si parte dal grande clamore che fece l’opera di un autore non ancora trentenne fino ad arrivare a un quasi totale oblio a un secolo di distanza.

In questo libro, molto letto e amato dalla generazione degli intellettuali tra le due guerre, vengono cuciti insieme in un modo, a dir poco, rapsodico vari episodi che ritraggono uomini e donne, in una babele di lingue e di popoli, intenti a vivere e a sopravvivere all’interno della grande metropoli. In effetti, la vera protagonista del libro è proprio la città di New York, che Dos Passos ha voluto mostrare come se fosse un alveare, abitato da una miriade di personaggi di cui sappiamo a malapena il nome, i cui cammini si incrociano, si intrecciano, si urtano in modo anche molto casuale, ma il fine ultimo della narrazione è sempre la descrizione dell’organismo nel suo complesso.

Dos Passos
La prima edizione originale del romanzo

La metropoli è alienante, come insegnava anche Georg Simmel ne La metropoli e la vita dello spirito, tra le altre cose perché impone dei ritmi sincopati a cui l’uomo non può evitare di adeguarsi. Il bene della comunità è superiore alle necessità o alla psicologia del singolo individuo: questa lezione collettivista è impressa nella mente di Dos Passos quando ci presenta il susseguirsi dei destini dei personaggi senza una chiara linea logica o temporale, proprio come accade ai binari di scambio per Manhattan a cui fa allusione il titolo del suo libro più famoso.

Questa impostazione è frutto di una ben precisa presa di posizione ideologica di un occidente critico nei confronti del liberismo e per questo incline ad abbracciare l’ideologia socialista, anche solo perché poteva rappresentare una possibile alternativa al degrado e alla miseria portate dal capitalismo trionfante.

Qui Dos Passos utilizza le tecniche letterarie moderniste che le avanguardie stavano sviluppando in quegli anni in Europa, soprattutto i frequenti cambi di punto di vista, la simultaneità dei futuristi o una prosa talvolta molto descrittiva e attenta ad effetti coloristici degni di un pittore espressionista (quale in effetti Dos Passos, architetto mancato, cercò di diventare).

Molto spesso la New York di Dos Passos viene paragonata alla Dublino di Joyce o alla Parigi di Baudelaire, ma nei romanzi di quegli autori le città restano comunque sullo sfondo, servono per una contestualizzazione molto connotata ma non diventano le vere protagoniste, come invece accade in Manhattan Transfer.

Dos Passos
Tradotto da Alessandra Scalero, come Nuova York, Corbaccio, Milano 1932, e Dall’Oglio, Milano 1946

Più opportunamente sarebbe da citare il romanzo praticamente coevo di Alfred DöblinBerlin Alexanderplatz, pubblicato nel 1929. Infatti anche qui si ritrova una fortissima vocazione epica e il protagonista, Biberkopf, criminale appena uscito di galera, cerca di reinserirsi in una Berlino in cui si muovono disordinatamente truffatori, proletari, imbroglioni. Il flusso vitale della città travolge Biberkopf, così come il complesso impasto linguistico, fortemente mimetico dei vari slang, e un montaggio rapidissimo delle varie scene travolgono noi lettori.

Riguardo all’opera dell’autore tedesco, Walter Benjamin ebbe a dire: “Il principio stilistico di questo libro è il montaggio. In questo testo compaiono stampe piccolo-borghesi, storie scandalistiche, casi sfortunati, sensazioni del ’28, canti popolari, inserzioni. Il montaggio pervade il «romanzo», lo pervade nelle strutture, anche stilisticamente, ed apre nuove possibilità, soprattutto epiche”. Le stesse parole potrebbero essere adattate al capolavoro di Dos Passos, con la differenza che l’autore americano tiene un po’ a freno l’aspetto sperimentale sia per quanto riguarda il montaggio sia per quanto riguarda l’aspetto lessicale.

Inoltre bisognerebbe citare il romanzo Nel vicolo Protocny di Ilya Ehrenburg, scrittore e giornalista russo, pubblicato nel 1927, in cui scarti o relitti della nuova società rivoluzionaria abitano in un vicolo moscovita (vero protagonista del racconto): bambini abbandonati, nobili decaduti, professori in disuso. Non sono ancora arrivati i tempi del realismo socialista della propaganda, e Ehrenburg non esita ad assemblare le storie dei marginali sovietici giustapponendole in modo frenetico.

Dos Passos, nato a Chicago nel 1896, fece parte della stessa generazione di idealisti rivoluzionari e anticapitalisti a cui appartenevano Döblin ed Ehrenburg ma anche, pur con diverse declinazioni, Hemingway, Faulkner, Fitzgerald.

Trasferitosi giovanissimo in Europa, partecipò alla Prima Guerra Mondiale, guidando le ambulanze della Croce Rossa sul fronte italiano (esperienza che gli servirà quando andrà a combattere nel 1937 nella Guerra civile spagnola); al ritorno negli Stati Uniti, continuò a coltivare l’impegno civile e si battè a favore degli anarchici Sacco e Vanzetti. Il suo percorso dunque fu quello di un sostenitore dell’utopia socialista rivoluzionaria, che si sforzò di diffondere nelle sue opere ma che cercò anche di mettere in pratica nella vita. Tuttavia, proprio a partire dalla fine degli anni Trenta, maturò un ripensamento degli ideali giovanili comportando, alla fine, un avvicinamento a idee più conservatrici. Il successo delle sue opere va dunque scemando di pari passo con il mutamento delle sue idee politiche: acclamato da Jean-Paul Sartre, amato da una gauche che credeva giustamente che il socialismo potesse rappresentare una alternativa ai fascismi che stavano devastando l’Europa, fu poi dimenticato o rimosso dalla medesima gauche che nel dopoguerra talvolta rifiutò di vedere le contraddizioni del socialismo reale e che dunque non poteva accettare le critiche di Dos Passos al collettivismo forzato e al pensiero unico.

Dos Passos
Il romanzo edito da Dalai nel 2012

In Italia Manhattan Transfer fu tradotto molto presto, già nel 1932 (anche se in una versione leggermente epurata, in cui venne cancellata la figura di un anarchico italiano, forse in omaggio alla ideologia fascista), e poi successivamente ristampato fino ad essere inserito, come ultimo volume di chiusura, il numero 102, della collana la Biblioteca di Repubblica, Novecento, che si iniziò a pubblicare e a distribuire nelle edicole a partire dal gennaio del 2002. In anni recenti, nel 2012, la Dalai Editore ha proposto anche una versione completa con una traduzione rivista e modernizzata.

Il Dos Passos più politico, dunque, è stato eclissato ma il suo sperimentalismo formale ha continuato ad alimentare le nuove generazioni di scrittori. Sicuramente lessero e amarono Manhattan Transfer gli autori postmoderni americani, come Thomas Pynchon e Cormac McCarthy, e ovviamente il Don DeLillo di Underworld, ma si può arrivare fino a Jennifer Egan che, nel suo romanzo pluripremiato Il tempo è un bastardo, pubblicato in Italia nel 2011, non dimentica affatto gli insegnamenti di Dos Passos riguardo al montaggio obliquo delle varie scene, omaggiandolo con un vorticare ossessivo dei personaggi che ricorda molto le sue figure perse nella metropolitana di New York alla ricerca di quel successo che il capitalismo aveva promesso invano.

John Dos Passos

Lo sguardo di Dos Passos, così attento al dettaglio minuscolo ma anche capace di cogliere il quadro d’insieme di una società sofferente, animato dall’impegno civile e rivoluzionario, sarebbe molto urgente anche oggi, per cercare di muoversi in un presente sempre più frammentato e disturbante.

  • Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale scrive qui di libri importanti e dimenticati
I social: