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Out of place. In mostra le opere dei rifugiati

Dov’è casa? Ebrahim Alipoor, artista curdo iraniano, lo racconta con una foto (qui in alto, sotto il titolo) scattata a Bardarash, il principale campo per rifugiati provenienti dalla Siria, situato nella provincia di Duhok nel Kurdistan iracheno. La foto di Ebrahim Alipoor fa parte di una mostra straordinaria allestita in un palazzo di corso Venezia a Milano, tanto bello da lasciare un po’ straniti quando si ci si trova di fronte a ciò che è esposto. La mostra è straordinaria non solo perché conta 284 opere di piccolo formato (10×12 centimetri) ma perché gli autori sono artisti che hanno vissuto, o ancora vivono, nei campi rifugiati in tante parti del mondo.

Out of Place. Arte e storie dai campi rifugiati nel mondo è un progetto di Fondazione Imago Mundi, realizzato in collaborazione con la Fondazione Luigi Rovati (che ha sede in corso Venezia 52), con il patrocinio dell’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

Basata su una ricerca realizzata tra il 2022 e il 2024 all’interno di 18 tra i più grandi campi attualmente esistenti e altre aree attraversate da migrazioni, l’esposizione, curata da Claudio Scorretti, Irina Ungureanu e Aman Mojadidi, presenta le testimonianze di 264 artisti. Insieme alle loro opere, dà ampio spazio alle loro storie.

Oggi sono 117 milioni le persone costrette a lasciare le proprie case a causa di guerre, persecuzioni, violenze. Circa il 19%, cioè 8 milioni e 700mila, vivono all’interno di campi per rifugiati.

Prendendo a prestito il termine out of place / fuori posto con il quale lo scrittore palestinese Edward Said definiva i rifugiati – includendo se stesso – il progetto offre uno spazio di espressione agli artisti che vivono in una delle realtà più difficili del mondo. “Esuli, migranti, rifugiati e apolidi, sradicati dalle proprie terre, sono costretti a fare i conti con un nuovo paesaggio” scriveva Said “e la creatività, come del resto la profonda infelicità che si attribuisce al modo di fare di tali soggetti fuori posto, costituisce di per sé una delle esperienze che devono ancora trovare una loro narrazione”.

La mostra offre un’ampia riflessione sull’attuale crisi globale dei rifugiati: le testimonianze arrivano da Kutupalong, in Bangladesh, e da grandi campi del Kenya (Dadaab e Kakuma), dall’Uganda (Nakivale e Bidibidi), da Dzaleka in Malawi, da Nyabiheke in Rwanda, dall’insediamento di Smara con gli adiacenti El Aaiun, Awserd, Boujdour, Dakhla, in Algeria. Le tele raccolgono anche testimonianze dal Medio Oriente, da Za’atari, il più esteso campo per siriani, e da altri cinque campi per palestinesi: Baq’a, Hittin, Irbid, Madaba e Souf, tutti in Giordania.

Si aggiungono gli artisti che hanno vissuto, dagli anni Ottanta a oggi, situazioni analoghe in altre aree geografiche, inclusi curdi e yazidi che raccontano la complicata storia del loro popolo, e 40 afghani che, all’indomani della ripresa di potere da parte dei talebani nell’agosto 2021, hanno lasciato il Paese oppure sono rimasti in patria.

Completano la raccolta le testimonianze delle migrazioni che giungono in Europa dall’Ucraina e tramite le rotte del Mediterraneo, e una sezione dedicata ai corridoi di migrazione in America del Sud e Centrale, con un focus sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti.

Emoziona vedere le opere esposte.

Out of place
Myloan Dinh. Return to Sender, Tent #8 / Ritorno al mittente, tenda #8

C’è quella di Myloan Dinh, nato a Saigon, in Vietnam, che firma Return to Sender, Tent #8 / Ritorno al mittente, tenda #8. Opera realizzata con guscio d’uovo e con quella fibra con cui vengono fabbricate le borse da viaggio spesso utilizzate dai migranti.

Out of place
Moheb Attai. Senza titolo

C’è l’opera di Moheb Attai che viene dall’Afghanistan e dipinge da almeno metà della sua vita. Lavorava tutti i giorni nella sua galleria di Kabul. Con il cambio del governo, è impegnato da casa. Ha deciso di non fermarsi, ma di continuare a fare arte finché avrà fiato in corpo.

Out of place
Mohamed Abdikadir Ahmed. Senza titolo

E ancora quella di Mohamed Abdikadir Ahmed, artista somalo nato e cresciuto nel campo profughi di Dadaab in Kenya. Proviene da una famiglia di artisti, suo padre era molto noto in Somalia. Usa la sua arte per documentare la vita che lo circonda; lavora come muratore e pittore.

Out of place
Alpha Mukange. Single Mother / Ragazza madre

Si intitola Single Mother / Ragazza madre la tela realizzata da Alpha Mukange, nato nel 1995 nella Repubblica Democratica del Congo e cresciuto nel campo di Kakuma dove è arrivato nel 2010. Alpha Mukange è uno dei vincitori del concorso Youth with Refugees lanciato dalla Unhcr nell’aprile 2020 durante la pandemia.

E ci sono tante, tante altre opere che raccontano arte e vite insieme.

Out of place

 

Quella riprodotta sul manifesto della mostra si intitola Tenda. L’autrice è Melina Alkeihel, nata e cresciuta nomade nel Sahara, costretta dalla guerra nel 1975 a raggiungere l’Algeria, dove ha costruito tende usando abiti femminili. Finché nuovi materiali sono stati distribuiti dall’Unhcr.

La mostra Out of place, occasione anche per celebrare il 75° anniversario della Convenzione di Ginevra sullo Statuto di Rifugiato, sarà aperta fino al 19 luglio da mercoledì a domenica, dalle 10 alle 19 (ultimo ingresso alle 18). L’ingresso è gratuito e gratuite sono le visite guidate ogni sabato alle 11 per le quali occorre prenotarsi online.

Il catalogo della Imago Mundi Collection è in vendita nel bookshop del Museo. Così come le borse e le pochette prodotte da donne ugandesi il cui ricavato sarà devoluto all’Unhcr.

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