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Morin, Livorno e la nuova Gerusalemme

Mi è capitato di leggere un articolo del professor Enrico Mannari, livornese, scrittore e docente universitario, nel quale scrive di un incontro avuto qualche anno fa a Parigi con Edgar Morin. «Dopo esserci scambiate alcune parole di saluto» racconta tra l’altro «saputa la mia città di provenienza (Livorno ndr) registrai sul suo volto un velo di commozione». E così anch’io venni a sapere che Morin aveva radici livornesi e che ne aveva parlato in Vidal, mon père.

Vidal mio padre (1989) è un libro autobiografico e storico scritto dal filosofo e sociologo francese. In quest’opera, l’autore ricostruisce le vicende della sua famiglia e le radici dei propri avi, ebrei sefarditi fuggiti dalla Spagna, accolti a Salonicco, nell’impero Ottomano, dove rimasero sino a quando non nacque la città di Livorno.

Nato a Parigi, Edgar Nahoum – cambiò il cognome in Morin durante la Resistenza – ha sempre rivendicato il legame indissolubile con la Toscana. In seguito all’espulsione dalla Spagna nel 1492, alcuni dei suoi antenati paterni (i Nahoum) trovarono rifugio e prosperità proprio a Livorno.

Livorno Vittorini Morin
La mappa di Livorno

La città, grazie alle storiche leggi livornine, era un porto franco accogliente e tollerante verso le comunità ebraiche. La linea materna di Morin, rappresentata dai cognomi Beressi e Mosseri, era altrettanto radicata nel territorio livornese. Solo in un secondo momento, tra il XVII e il XVIII secolo, la famiglia “ritornò” a Salonicco, e poi in Francia, mantenendo però la cittadinanza e un profondo legame culturale italiano. Padre Vidal considerava Livorno la vera culla della famiglia, tanto che Morin espresse il rammarico di non averlo sepolto nel cimitero monumentale della città labronica, come l’uomo avrebbe desiderato. Per Morin, che si è spento quest’anno all’età di 104 anni, Livorno era rimasta una vera e propria madre ideale.

Nel ricordo del padre, scrisse che La matria a cui penserà di più nei suoi giorni da vecchio, quella in cui si augurerà di terminare la vita, è Livorno, la città in cui sente come per istinto che si è formata l’identità moderna dei Nahoum. 

I livornesi di oggi conoscono a malapena la storia della propria città e di una comunità storicamente e completamente diverse dalle grandi e piccole località della Toscana. Si sono ricordati di Morin solo quando ha compiuto 100 anni offrendogli la cittadinanza onoraria.

Eppure la storia di Livorno (dove ho vissuto in gioventù) è molto originale: era un villaggio romano di pescatori, Portus Labronicus, a pochi chilometri a sud di Pisa e posto al limite delle paludi malariche maremmane. In pieno Rinascimento su quel villaggio viene edificata una importante città grazie alla famiglia dei Medici, Granduchi di Toscana, che la trasformerà in un porto franco e in un centro aperto alle popolazioni provenienti dal mondo di allora. Ormai il porto di Pisa, un tempo repubblica marinara, si era interrato per il ritiro del mare.

La prima pietra fu posta nel 1577 dal granduca Francesco Primo, al quale succedettero Ferdinando e infine Cosimo Secondo che portò a termine i lavori. La pianta della città simile a un pentagono fu ideata dall’architetto Bernardo Buontalenti con grandi piazze e strade larghe e perpendicolari.

Per attirare la popolazione il granduca Ferdinando promulgò le leggi livornine che non ponevano vincoli ai colonizzatori. Venivano garantite: 1) libertà di culto assicurando di non venire perseguitati per motivi religiosi, attirando e accogliendo ebrei, protestanti e ortodossi. 2) Cancellazione dei debiti e protezione legale contro creditori stranieri. 3) Amnistia per i reati commessi in passato al di fuori dello Stato toscano. 4) Diritto di acquisire case, aprire botteghe e possedere beni immobili. Era condannabile solo il reato di aver prodotto o smerciato moneta falsa.

Il monumento ai quattro mori sui quali domina Ferdinando Primo

Così iniziava Il testo della legge: Il Serenissimo Gran Duca… (si rivolge) a tutti Voi Mercanti di qualsivoglia Nazione, Levantini, Ponentini, Spagnuoli, Portughesi, Grechi, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani, dicendo ad ognuno di essi salute… (benvenuti),  per il suo desiderio di accrescere l’animo a forestieri di venire a frequentare lor traffichi, merchantie nella sua diletta Città di Pisa e Porto e scalo di Livorno con habitarvi, sperandone habbia a resultare utile a tutta Italia, nostri sudditi e massime a poveri…

In breve tempo quelle comunità (chiamate Nazioni) popolarono Livorno che, anche grazie alla attuazione del porto franco, divenne un crocevia unico nel Mediterraneo, famoso per la sua tolleranza, dinamismo economico e floridezza. 

I Medici inoltre scelsero, come scaricatori del porto, lavoratori provenienti dal Ticino e dalla Valtellina, noti per la forza delle loro braccia. Questi formarono una Compagnia i cui membri, di padre in figlio, rimasero in azione fino all’unità d’Italia.

Le leggi livornine erano rivolte soprattutto agli Ebrei, fulcro per i commerci con il Nord Africa e con l’Oriente, e che troveranno a Livorno quella che definiranno la Nuova Gerusalemme. Grazie ai tanti privilegi concessi è l’unica città d’Europa che può vantare il primato di non aver mai avuto un ghetto.

Gli ebrei sefarditi, espulsi dalla Spagna e dal Portogallo, crearono una comunità ricca e colta. In pochi anni sorsero la sinagoga, chiese ortodosse, greche e cimiteri di fedi diverse. Nacque anche un dialetto, il bagitto, che mescolava elementi di toscano, ebraico, spagnolo, portoghese. Un boom economico promosse la città a principale scalo commerciale del Mediterraneo per il grano, il corallo e i tessuti pregiati.

Ben presto l’abitato si rivelò insufficiente per contenere la popolazione i cui 500 abitanti del villaggio, nel 1591 erano saliti a 5.000 per arrivare a 30.000 nel 1606, anno in cui fu proclamato città autonoma da Pisa.

Livorno Vittorini Morin
La fortezza costruita in difesa del vecchio porto

Livorno ormai aveva bisogno di estendersi e di avere un quartiere mercantile posto in diretta comunicazione con il porto. Sul finire degli anni venti del ’600 fu deciso di innalzare un nuovo nucleo urbano nelle aree a nord dell’abitato. La zona, percorsa dal Canale dei Navicelli e dal fossato esterno alle fortificazioni, fu oggetto di un piano redatto dall’architetto senese Giovan Battista Santi, il quale ideò un nucleo a forte valenza commerciale, con una serie di magazzini e abitazioni ubicate lungo i canali (detti Fossi) proprio alle spalle del porto. La presenza di numerosi canali navigabili e la conseguente necessità di realizzare fondazioni sull’acqua, spinsero ad applicare tecniche importate direttamente dalla laguna veneta (furono anche assoldate maestranze veneziane). Il quartiere prese il nome di Venezia nuova.

La ricchezza e la modernità dettero a Livorno una fama che durò fino all’Unità d’Italia. E quella realtà fu definita nel 1700 da Montesquieu come uno dei migliori esperimenti mai tentati dalla dinastia dei Medici. Nel suo romanzo epistolare Lettere persiane, del 1721, Usbeck e Rica, viaggiatori persiani, sbarcarono a Livorno e la descrissero come una città troppo moderna meravigliandosi che le donne livornesi si mostrassero liberamente in pubblico senza il costringimento della reclusione e indossando un solo velo leggero anziché i quattro prescritti in Persia.

Quarant’anni dopo Carlo Goldoni scrisse le Smanie della villeggiatura, ambientato a Livorno, dove racconta con ironia le smanie della ricca borghesia livornese.

Tra il 1818 e il 1823 Livorno è stata il centro dell’egittologia europea perché in quei cinque anni un immenso tesoro archeologico proveniente dall’Egitto rimase depositato nei magazzini portuali, gli unici in tutto il Mediterraneo a essere in grado di ospitare senza provocare danni quel grande patrimonio. Il porto era all’avanguardia per i trasporti marittimi nel Mediterraneo e offriva le infrastrutture adatte a movimentare reperti enormi.

Comprendevano 8.200 reperti raccolti in Egitto dal console francese Bernardino Drovetti. Tra questi spiccavano imponenti statue colossali tra cui quella del faraone Sethi Secondo (dal peso di 6 tonnellate), sarcofagi in granito, mummie intatte, amuleti, centinaia di papiri di inestimabile valore storico.

Drovetti cercava un acquirente per vendere la collezione in blocco. Offrì inizialmente la raccolta al re di Francia Luigi XVIII per una cifra altissima, ma la Francia esitò a causa delle tensioni politiche del dopo-Napoleone. In quei cinque anni i depositi furono visitati dai grandi archeologi europei, tra i quali il piemontese Giulio Cordero di San Quintino. Questi riuscì a convincere il Re di Sardegna Carlo Felice che acquistò la collezione per la cifra di 400.000 lire piemontesi (enorme per quei tempi). Così nacque il Museo egizio di Torino.

Livorno Vittorini Morin
L’antica sinagoga distrutta dai bombardamenti

In tempi più moderni, negli Anni trenta del ’900, in Maledetti toscani Curzio Malaparte scrive di Livorno: Le case altissime, dalle facciate tinte di un intonaco biondo, dove il rosa e il verde si confondono, splendono al sole con riflessi d’oro e di verderame, come l’acqua dei canali sparsa di chiazze d’olio. Le persiane hanno il colore delle foglie secche, son pallide e polverose. Un senso di nobiltà un po’ stanca, di libertà popolaresca, è nell’architettura aperta e liscia di queste case, le più belle del Mediterraneo.

Con l’unità d’Italia, il nuovo Stato impose l’abolizione del porto franco, sancita definitivamente dal   Regno intorno al 1867-1868 togliendo alla città labronica i secolari privilegi fiscali e doganali concessi dai Medici. Questo evento scatenò una profonda crisi economica, la fuga di molti mercanti stranieri e forti proteste popolari e istituzionali dei livornesi, che videro svanire la propria identità e centralità commerciale nel Mediterraneo.

Infine le bombe alleate della Seconda guerra mondiale cancellarono i bei palazzi costruiti dai Medici nel centro della città. Si salvò dalla distruzione una parte della Venezia.

Appena dopo la Liberazione, divenne sindaco di Livorno Furio Diaz, ebreo, comunista e in seguito docente di Storia alla Scuola Normale di Pisa. La sorella Laura nel 1948 venne eletta deputata per il Pci e lottò a lungo per i diritti delle donne. Lo stesso anno fu inserita in un elenco segreto della Questura di Livorno tra “le persone pericolose per l’ordine pubblico”. Erano ormai i tempi di Scelba, il terribile ministro degli Interni della Dc e della neonata Repubblica italiana.

  • In apertura: un dipinto dell’antico quartiere livornese denominato Venezia
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