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Allonsanfàn
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Per immagini. In 36°, manga di Yukiko Gotō, essere in due è l’impresa più difficile

36° di Yukiko Gotō, pubblicato in italia da Dynit Manga nella bella collana Showcase, è una raccolta di racconti, racconti in forma di manga. Duecentoquaranta pagine per sei storie contemporanee, sei interpretazioni del mondo delle relazioni, dei rapporti di lavoro, dei legami familiari.

Protagoniste di queste vicende – pubblicate originariamente in Giappone su riviste come Harta, Feel Young e Morning che accolgono autori non convenzionali e hanno un target adulto, non necessariamente femminile – sono spesso giovani donne alle prese con la difficoltà di costruirsi uno spazio in una contemporaneità non semplice.

Accanto a loro in primo piano si trovano rappresentazioni di una società – quella giapponese – alle prese con le proprie nevrosi e problematicità. Quasi tutte le storie di 36° raccontano di una coppia, la osservano come binomio: binomi volutamente cliché – un mangaka famoso che ha una relazione clandestina con la sua giovane assistente o una fumettista affermata che passa la notte con il suo editor; binomi che diventano trinomi – una giovane donna che ha una relazione con un uomo sposato molto più grande di lei e poi con la figlia di lui; binomi universali – un padre che cerca di costruire maldestramente il legame con la figlia piccola, che non sembra intenzionata a riconoscerlo nel ruolo.

Dall’indagine su questi abbinamenti quella che emerge è un’interessante riflessione sulla solitudine, sulla complessità di strutturare non solo la propria identità ma una identità “originale” al netto di un’omologazione incombente. I ruoli imposti dalla società, dal contesto lavorativo o suggeriti da un percorso già tracciato dalle convenzioni esercitano pressioni e torsioni sull’animo dei personaggi che faticosamente riescono a svincolarsi. Quello che affiora dal tratto della mangaka è un Giappone in cui lo spazio di lavoro è anche lo stesso in cui si rischia di costringere tutto il proprio universo, la dimensione familiare è spesso disgregata e l’isolamento minaccia di dilagare.

Anche la sessualità viene rappresentata da Yukiko Gotō in una formula interessante e non convenzionale: i corpi disegnati sono morbidi, sensuali, accoglienti mentre i contesti nei quali va in scena l’amplesso sono poco intimi – la saletta del karaoke, un love hotel, l’ufficio – come forse è poco intimo il risultato dell’incontro fisico tra i personaggi. Nonostante questo non si tratta di rapporti sgradevoli o inespressivi, più che altro sembra che gli impulsi derivino da un desiderio che fatica a strutturarsi in maniera allegra e rosea. Non è semplice trovare il racconto dell’amore in queste storie, più spesso emerge la solitudine, l’incomprensione, il non detto (che riesce a sfuggire solo grazie a qualche birra capace di allentare i freni inibitori). L’aspirazione che pervade quasi in ogni racconto di questa bella e intensa raccolta, sembra essere non tanto quella di trovare la persona giusta (al netto di tutti i fidanzati, capi, colleghi “sbagliati”) quanto quella di costruire una solida forma di amore e premura verso se stessi.

Yukiko Gotō è nata nel 1990, nel 2009 ottiene il Grand Prize nella sezione Young del premio Chiba Tetsuya e debutta con la serie R-chūgakusei. Tra le sue opere si ricordano Mizu iro no heya (Una stanza celeste) e Otto no chinpo ga hairanai (My Husband Won’t Fit), tratto dal romanzo di Kodama che è stato anche adattato in una serie tv per Netflix.

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