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Allonsanfàn
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(S)visto per voi. Gangs of London: Gareth Evans invita tutti al gran ballo della criminalità

Tremate, criminali, che a comandare in città arriva una nuova cricca, col piglio degli Incontentabili di Carosello e ovvio tutte le risorse, dalle Rolls Royce (nel senso di limo ma pure di Achille Lauro) all’attrezzatura balistica del Nuovo Mondo 2.0, che poi è sempre lo stesso, solo rivenduto meglio in digitale, dove si combatte per il territorio nello spazio lasciato libero dallo Stato che non si sporca le mani e si scorna in Parlamento (“Ordeeer!!!”) mentre fuori regnano legge della giungla e regola del taglione (con abbondanza di mani mozzate).

Che se metti fuori legge i soliti traffici i soliti ignoti se ne prenderanno carico creando almeno occupazione tra le roulotte degli zingari, i patrioti in esilio con carichi umanitari per giuste cause, i palazzinari con la vocazione della speculazione che fanno i froci coi soldi degli altri.

O almeno facevano, perché nella pudding connection catastrofico-marziale di Gareth Evans in onda su Sky Atlantic c’è una new band in town, evidentemente senza le conoscenze finanziarie dei ricchi figli della criminalità tradizionale con studi a Cambridge e senza nemmeno la voglia di provare il brivido di shottare con i pizzicagnoli di Camden Lock ma con un fiume di denaro a disposizione: li chiamano gli Investitori, viaggiano comodi come l’Erin Packer di Cosmopolis,vestono elegante e hanno modi gentili e forse hanno fatto un corso serale di riciclo all’Università della Terza Età, di sicuro non si limitano ad affidare i risparmi al Madoff dei Parioli perché trasformi gli zecchini d’oro in grattacieli col Belvedere facendo la cresta per party gay friendly con fiumi di vodka.

Fanno semplicemente quello che avrebbero dovuto fare i vari Guzzanti, Baggio, Vanzina e Vasco Rossi: mettono in piedi un esercito perché se l’investimento va male i soldi si recuperano col vecchio sistema mafioso di sempre: torture, calci, pugni e ammazzamenti.

Il plot è servito: quando il padrino irlandese che ha piuttosto i modi e la faccia di certi dopolavoristi al pub di Ken Loach viene ucciso, gli equilibri saltano.

D’altronde che il figlio maggiore non sia all’altezza (e Joe Cole ha due espressioni: con o senza collirio) si comprende già al secondo episodio quando crede si possa andare al pozzo sprovvisti del secchio.

Anche perché Londra non è Scampia, dove al massimo ci sono dei cinesi a fare la figura dei fessi, e mai la polizia, e nel manicheismo radicale di Saviano il Bene è solo il Male col quale empatizzi di più, la società è multirazziale e multiculturale (più nella tradizione di come punire non disponendo di prigioni che nella promozione della world music, va da sé): uno spettro che va dai nigeriani integrati alla manodopera più a suo agio col machete che con la posateria d’argento, dalla terrorista curda con fascino mediorientale al pakista narcotrafficante con panzone e figlio aspirante sindaco, dai gangster albanesi ai nomadi gallesi, dalla milizia danese al corpo diplomatico di Panama, dal cop afro esperto in silat e kamasutra con la tonchinese come capo agli immancabili servizi segreti e pure deviati.

Tutti contro tutti perché il padrino ha messo incinta la segretaria e dopo essersi comprato un paradiso fiscale ha deciso di rifarsi una vita come tutti quelli che si accontentano di scendere a comprare le sigarette.

Gran bailamme e dispendio di piani sequenza, e nella stanza 47 ovvio morti che parlano, dove allo spettatore è più facile empatizzare col secondogenito dal piano di fuga tipo principe Harry (“Noi tossici abbiamo un sacco di tempo per pensare”) che, mentre gli altri si scannano per denaro che non è più nemmeno merce ma puro feticcio di se stesso su schermi transeunti, lasciando aperte le porte per una seconda serie, si accontenta dell’unica cosa concreta, nemmeno un quadro col suo ritratto, giusto una pera per gradire.

Mr Evans, your time has run out.

  • Per altri (s)visti di Gabriele Nava, qui.

 

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