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Allonsanfàn
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Leggere. Silvio Danese, Intervista alla sposa: un uomo, una donna, un delitto

Nel giornalismo, ci sono diverse tipologia d’intervista. Cioè: ce ne sono due. Quella alla Piccolo grande uomo, antico film di Arthur Penn, e le altre. Ne Il piccolo grande uomo, un vecchio decrepito comincia a raccontare dall’inizio la sua vita e per due ore e passa non si ferma: è la pacchia per ogni cronista. Fatica zero. Le altre interviste sono quest in cerca di informazioni, faccia a faccia, magari a muso duro, o in modalità pappa e ciccia, astute cacce seminate di trappole, o scambi di battute per esigenze varie, persino di pubblicità, e così via. In ogni caso, qui chi fa le domande deve più o meno lavorare.

Questo per dire che l’intervista-romanzo di Silvio Danese, nelle 500 pagine di Intervista alla sposa (La Nave di Teseo), è il contrario esatto del modello Little Big Man. È una maratona per chi indaga e appartiene al genere letterario del disvelamento lento, a schegge, ma progressivo, con l’interrogato dapprima recalcitrante – e per forza, è in carcere, e deve rivivere l’assassinio del marito e, con esso, molto ancora e di più – e l’intervistatore, lo scrittore, teso come un diapason a captare ogni segnale che possa far progredire o conferire senso al suo progetto – un libro sull’omicida – e però, nel contempo, si interroga indeciso sui suoi scopi reconditi.

Lo scrittore-protagonista del romanzo coglie i particolari infimi del confronto e li annota: “la porzione regolare d’acqua lucida” negli occhi di lei, dove poco prima aveva individuato “una fortezza artica intorno a iridi brune”. Capisce che “qualsiasi bellezza in questa stanza amorfa è un cerino in un cielo nero”.

Siamo infatti nello stanzone “ecclesiale” di un carcere, lo sfondo – per quattro giorni, salvo un’eccezione – di un colloquio sempre attizzato, più o meno vivo, mai spento. Anche perché al di là delle percezioni o della metafore più o meno azzeccate, Stefania, seppure matura, affascina ancora – l’intervistatore e di conseguenza, in un gioco di luci, chi legge.

Le prime 50 pagine sono frasi smozzicate, stop and go, scacchi e ripartenze insperate che, a malapena, come origliando dietro a una porta, delineano il quadro del caso. Anche perché noi non siamo coinvolti nella diretta dell’intervista, ma nella sbobinatura di questa, su cui si insinuano ulteriori dubbi e insicurezze di chi chiede, di solito relegato nell’invisibilità; e la frammentazione del discorso raggiunge limiti di quasi afasico virtuosismo nell’impotenza di cogliere il reale, inteso come ciò che davvero è successo.

Siamo comunque nell’Italia del Sud, abbiamo a che fare con una famiglia d’origine tarata, il cui rampollo è un geometra sedicente ingegnere – Dino -, alto ma curvo di spalle, che ha una moglie – Stefania appunto – bella e volitiva pure vent’anni dopo il sì e prima che una carezza mancata diventi una sfilza di coltellate.

Proseguite voi per tutte e quattro le giornate, divenute un rito, dove, tra frasi smozzicate e acute percezioni, la deuteragonista sembra sempre più padrona dell’incontro, costringendo lo scrittore a confrontarsi con lo status violento – basato su un impazzito codice di sopraffazione – della relazione coniugale per cui ha acceso il registratore – ma solo di quella? E poi: che parte hanno i comprimari: i figli? E gli altri? I terzi coinvolti in qualità di amanti?

“Ho incontrato mio marito. Ci siamo amati. Ci siamo uccisi”. Vedo che l’orgoglio di governare una sintesi feroce riesce a bloccare l’onda liquida nelle orbite (pag. 336). E se tutto potesse riassumersi semplicemente in queste tre frasi separate da un punto? Di certo non in un’intervista in tv, concessa da Stefania, in cui si legge in controluce una puntata di Storie Maledette (da pag. 343, ma senza la caricatura di Franca Leosini), un’intervista diversa da questa che leggiamo, perché ha il compito principale di compiacere il voyeurismo della platea. Non diciamo altro dei fatti, per non spoilerare, ma soprattutto perché tutto il romanzo procede – a volte faticosamente – per tensioni e rivelazioni, sorprese o delusioni.

Arriva il clou. Lo scrittore – che, quasi senza accorgersene, ha cominciato a dare del tu alla donna che aveva preso a dargli del tu – in bilico tra amicizia e sfruttamento, sentimento e calcolo, non soddisfatto del suo “incasso narrativo”, chiede a Stefania di raccontare nei particolari le ultime azioni tra lei col coltello e il marito che la sta strangolando. La lascia sola al registratore e abbandona la stanza per qualche minuto.

Un colpo di scena, attutito come tutto qui, chiude in trenta pagine il romanzo di Silvio Danese, nato a Pavia, già autore di Anni fuggenti (2003) e di Il suono della neve (2009). Giornalista e critico, si è occupato di film, musica e teatro: e soprattutto nel montaggio, lavorato fino all’estenuazione, trova un riscontro evidente la sua sapienza cinematografica, la capacità di fare scaturire immagini dalle parole. Buona lettura.

IL LIBRO Silvio Danese, Intervista alla sposa (La Nave di Teseo)

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