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Maestri. Robert Coover: la storia del candido Huck Finn continua nel selvaggio West

Bastava la qualifica, spesso attribuita con leggerezza: “È uno dei padri del postmoderno americano”, e si abbassava la guardia. Significava che nelle sue pagine non avremmo trovato “tutte quelle baggianate alla Hemingway”, ma pure che la prova per noi lettori sarebbe stata dura, da far tremar le mani che reggevano libri spesso in edizione originale, poiché non tradotti. Certo, però, poi era molto figo dire che Donald Barthelme faceva scompisciare dalle risate. Questo molti anni fa.

Ma oggi. Parliamo di Mr Robert Coover, classe 1932, autentico distruttore di mondi letterari (i suoi compresi e poi vediamo perché) nonché “quinto moschettiere” del post modern Usa – gli altri: John Barth e Barthelme appunto, Thomas Pynchon e William Gass; i quali poi, per continuare gli elenchi, aprirono la via, a colpi di dinamite più che di fioretto, a tanti nipotini terribili, che abbiamo smesso di leggere da poco, come David Foster Wallace o Rick Moody, George Saunders o il primo Donald Antrim.

Per andare al centro della questione, semplifichiamo volgarmente e notiamo che Coover e i suoi pari ce l’avevano in primis con il “realismo”. Una nozione di cui farsi beffe, in quanto è truffa consolidata di romanzi e racconti mettere in un sicuro rapporto le parole e le cose. Al narratore tradizionale che si fa un vanto di descrivere e pure irregimentare la realtà – Dickens di certo ma pure Saul Bellow (è nota l’insofferenza di Coover per l’autore di Augie March) – si contrappone il postmoderno che fa saltare nel testo quell’illusione dura a morire – alla faccia dei lettori creduloni. Ecco dunque il ricorso alla metafiction e a un’infinita serie di espedienti contenutistici e formali per minare l’autorità o l’autenticità della narrazione: se per esempio c’è un “realismo” in Coover, tenendo fede a una sua nota dichiarazione, deriva “da tipi come Franz Kafka” – non proprio a caso, uno che poi aveva problemi con l’autorità di un padre…

È dunque significativa quanto impegnativa (per lui e per noi) quest’incursione al centro della letteratura americana: il vecchio Coover ha pubblicato nel 2017 il seguito de Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain e cioè questo Huck Finn nel WestHuck Out West appena proposto da NNEditore nella versione di Riccardo Duranti.

È una sfida pure per un maestro che ha affrontato tutti i generi e battuto tutti i campi della cultura popolare e della mitologia di casa, con ben noti virtuosismi votati all’assurdo e oltre. Per dire: ha riscritto la storia dei Rosenberg e di Uncle Sam in The Public Burning, ha reinventato Richard Nixon come amante del football e pornografo, è andato a spasso tra gli eroi dello sport o del cinema narrando, in un testo giustamente famoso, che cosa fanno Rick e Ilsa in Casablanca quando non sono inquadrati (A Night at the Movies).

Ma è il Grande Romanzo dell’Ottocento Americano che, dopo tanti racconti e riuscite incursioni nel western, Coover punta dritto, come hanno fatto del resto in carriera Pynchon – con i suoi cartografi Mason & Dixon in realtà lo anticipa nel Settecento – e Barth (The Sot-Weed FactorIl coltivatore del Maryland), avendo ben chiaro come trattare una storia e la Storia e come decostruirle, fingere di rammendarle, poi scassarle e reinventarle.

Come nota Duranti, oggi Coover non ha messo in atto prevedibili “acrobazie strutturali”, preferendo di gran lunga quelle linguistiche; ha fatto narrare – in questo rimanendo fedele a un’idea di Twain – un individuo marginale, “amplificando l’azione eversiva del linguaggio ruspante di Huck” per meglio demolire la mistica della Frontiera.

E infatti: “That has to be corrected” si era detto Coover laconico prima di scatenarsi, accennando al sequel razzista che avrebbe invece firmato Twain con i suoi due personaggi feticcio.

La trama: Huck rinuncia alla civiltà – ed ecco quindi anche il creativo gergo primitivo per la cui versione italiana Duranti ha fatto i salti mortali tra parole e verbi, levando in blocco i congiuntivi – e si perde nel territory, cioè nel Far West più selvaggio, mentre il borghese Tom Sawyer che sposa la fidanzatina Becky Thatcher ha fatto rotta a Est per inseguire potere e successo.

È a Huck che spetta fronteggiare violenza brutale, avidità, razzismo e fanatismo, che animano le pagine in quantità quasi pulp in cui il nostro eroe incontra e stringe un essenziale legame con Eeteh, indiano Lakota (a proposito chi si ricorda della paura che faceva da bambini Joe l’Indiano?).

Il romanzo è particolarmente appassionante (per essere postmoderno) e riuscito proprio perché Coover ha l’idea di confrontarsi con una figura chiave della letteratura mondiale: Huck è l’innocente, il candido seppure non Candide, toccato fin dall’incipit da un pratico disincanto – impossibile non notare la parentela con l’Ebenezer Cook, l’ingenuo poeta barthiano di The Soft-weed Factor.

Insomma, leggendo questo Coover vi divertirete davvero. Ma abbiate il coraggio di dubitare nel caso alcune pagine siano descritte dai critici come “esilaranti”. Pare che tutti i moschettieri postmoderni siano così, ma noi dopo tutti questi anni tendiamo a pensare che l’aggettivo “esilarante” sia un filo esagerato.

IL LIBRO Robert Coover, Huck Finn nel West, traduzione Riccardo Duranti, NNEditore

P. S. Nel 2019 NNE ha pubblicato una selezione dei racconti di Coover, La babysitter e altre storie, affidando a trenta traduttori diversi il compito di rendere le sue invenzioni.

(Credit: Electronic Literature in Europe: Robert Coover’s Keynote” by srett )

 

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