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Allonsanfàn
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Quando facevamo la Festa dell’Unità. Parte Prima

Domenica 18 settembre 1977. Piove. Piove a dirotto. I miei genitori mi svegliano all’alba: dobbiamo andare a Modena, alla Festa nazionale dell’Unità. Saliamo tutti e tre sul Ford Transit grigio che di solito mio padre usa per andare al lavoro. I miei non hanno ancora comprato la Regata e quel camioncino è l’auto di famiglia. Ricordo il rumore della pioggia, amplificato dalla piccola cabina e l’odore dei sedili.

È il giorno del comizio finale, ma noi non andiamo a sentire Berlinguer. I miei genitori sono in servizio. La federazione del Pci di Modena ha chiesto aiuto a quella di Bologna e sono tanti i compagni che vanno a lavorare, per quella giornata straordinaria di mobilitazione.

Era una Festa nazionale importante, anche se naturalmente io non potevo saperlo.

Non ricordo nulla di quel giorno, se non la pioggia e i rimproveri di mia madre, che in quella confusione non voleva che mi allontanassi neppure un attimo dal carrello dove lei metteva velocemente i piatti sporchi che raccoglieva dai tavoli. Prima si sgombrava, prima altri compagni potevano mettersi a sedere. Questo è il ricordo del mio primo “nazionale”.

La manifestazione nasce per sostenere il giornale

Settimane, Parade e Scampagnate: musiche, cori e danze

Martedì 3 luglio 1945. Stefano Schiapparelli, che per il partito ha l’incarico di amministratore dell’Unità, annuncia la nascita di una nuova associazione, che si chiama “Gli amici de l’Unità”, con lo scopo di sostenere, promuovere, diffondere il giornale in ogni parte d’Italia. A poche settimane dalla fine della guerra sono tante le preoccupazioni che incontrano i compagni impegnati a far vivere il giornale “che ha saputo durante tutto il periodo fascista, fra mille e mille difficoltà, nella sua veste clandestina, esercitare coraggiosamente la sua funzione nella battaglia per la liberazione del Paese”.

Come prima cosa il partito decide di organizzare le “Settimane de l’Unità”, a partire dalla fine del mese di luglio: avrebbero cominciato le compagne e i compagni del Veneto e del Friuli, per poi passare il testimone a quelli dell’Emilia-Romagna e infine a quelli della Lombardia. Il piemontese Schiapparelli, tra i primi ad aderire al Pci, esule in Francia, miliziano nella guerra civile spagnola, comandante partigiano, ha un’idea chiara, nata proprio dall’esempio dei comunisti francesi. Le Fêtes de l’Humanité sono già una tradizione del Pcf quando, con l’avvento del fascismo in Italia, tanti comunisti e antifascisti si rifugiano in quel paese. Anzi, all’interno delle Fêtes de l’Humanité, nella Parigi degli anni Trenta, vengono allestiti dagli italiani dei piccoli “stand dell’Unità”.

Le prime iniziative, in Veneto e in Friuli, le prime vere e proprie Feste dell’Unità, sono un successo. Particolarmente suggestiva è la “Parada de l’Unità” lungo il Canal Grande a Venezia. Il giornale comunista la descrive così: “Venezia ha visto per la prima volta, dopo cinque anni di scure notti tra un allarme aereo e l’altro, la sua prima notte luminosa sul Canal Grande seguendo la prima «parada» di una enorme galleggiante con una gran stella rossa, viva di luci e risuonante di musiche e canti”.

Sulla “galleggiante”, che avanza “lenta, sicura, maestosa” – il tono del giornale è un po’ enfatico – hanno preso posto un’orchestra e alcuni tra i più bei nomi della musica lirica, da Mario Del Monaco a Gina d’Este. Il concerto va avanti tutta la notte.

Dopo gli ottimi risultati in Emilia-Romagna, è la volta della Lombardia e della grandissima “Scampagnata de l’Unità”, che si svolge domenica 2 settembre 1945 a Mariano Comense.

Nel giornale si annunciano, con toni trionfalistici, “musiche, cori, danze, alberi della cuccagna, corse nei sacchi e una ricchissima tombola all’americana”. Le cronache non raccontano cosa abbia di particolare questa tombola per meritarsi l’aggettivo “americano”: i premi sono modesti, visto che – forse non è inutile ricordarlo – la guerra è finita da poco più di quattro mesi. Segno evidente della situazione di miseria, ancora diffusa in tutta Italia, è quest’altro annuncio che si può leggere sempre sul giornale di quei giorni: si precisa infatti che “per non infrangere le disposizioni annonarie attualmente vigenti, non si potrà organizzare sul luogo della scampagnata la vendita dei cibi” e si invitano i partecipanti “di provvedere personalmente per la propria colazione”.

L’articolo di Vittorini

Vengono organizzati cinque treni speciali da tutta la Lombardia. Nel giornale del martedì successivo, Elio Vittorini, allora caporedattore della redazione milanese, descrive con grande passione il “villaggio boschereccio” costruito a Mariano Comense con tutte le sue attrazioni. Si balla, si gioca sui prati, si prova a dimenticare quello che è successo negli ultimi due decenni. E si immagina la nuova Italia che sta per nascere.

E così nascono le Feste dell’Unità. Si tratta fin da subito di un successo, anche economico. Nell’edizione dell’Unità del 6 settembre si annuncia, con legittimo orgoglio, a dispetto della “ironia mal celata” dei detrattori, che la sottoscrizione per il giornale ha superato l’undicesimo milione di lire. Per avere un termine di paragone, il giornale allora ne costa tre.

Alla ricerca della normalità post bellica

Da qualche parte, a Bologna

Come ho detto, durante il mese di agosto del ’45 anche la Federazione del Pci di Bologna organizza la sua “Settimana de l’Unità”: piccoli incontri dentro e fuori porta culminati in una grande festa all’Ippodromo, domenica 12 agosto.

Giuseppe Dozza, anche lui miliziano in Spagna e comandante partigiano, eletto con una grande maggioranza sindaco della città, e Giancarlo Pajetta, allora direttore del giornale, sono i protagonisti di quella manifestazione, insieme a migliaia di persone arrivate da ogni parte della città e della provincia: tra valzer e mazurche, tra il tiro alla fune e la pentolaccia, la città cerca di riconquistare quella normalità che i durissimi anni del fascismo e della guerra hanno fatto dimenticare.

Il giornale riporta alcune notizie: “La gara di tiro alla fune, vinta dalla sezione comunista di Granarolo Emilia, ha visto impegnata una squadra della Federazione della quale faceva parte anche il Sindaco Dozza. La folla dei bambini presenti ha urlato per circa due ore seguendo il gioco della pentolaccia che ha divertito tutti. Benché alcune difficoltà tecniche, fra le quali la scarsa illuminazione ed il mancato funzionamento dei microfoni e la scarsa preparazione organizzativa, abbiano impedito alla strabocchevole folla accorsa la sera in parecchie decine di migliaia, di godere interamente delle manifestazioni approntate, la massa ha dimostrato di gradire il carattere veramente popolare della festa e siamo certi che la giornata di propaganda per il nostro giornale non sarà tanto presto dimenticata”.

In questo, l’anonimo cronista, forse troppo ingeneroso con gli organizzatori di quella festa, non si sbaglia: da questo appuntamento di fine estate all’Arcoveggio comincia la storia delle Feste dell’Unità a Bologna. Una storia di cui, nel mio piccolo, sento di far parte. E che mi fa piacere raccontarvi.

Togliatti a Roma, dopo l’attentato, e altri progressi

Le Feste dell’Unità diventano un appuntamento importante per il partito. Non è un caso che Togliatti scelga proprio la Festa dell’Unità di Roma, il 26 settembre del ’48, per tornare a parlare in pubblico dopo l’attentato. Il cinegiornale dimostra sia la grande folla accorsa quel giorno al Foro Italico sia l’affetto che i militanti provano per il “loro” Segretario.

In quell’anno, decisivo per la storia del secondo dopoguerra, le Feste nazionali sono due, una a Monza, come è stato nel ’47 e come sarà nel ’49, e appunto questa di Roma, per salutare il ritorno del Migliore.

Torniamo a Bologna. Nell’estate del ’46 le Feste dell’Unità si cominciano a diffondere per tutta la provincia: non c’è sezione che non organizzi un appuntamento di quello che viene chiamato “Il mese della stampa”. La conclusione di queste iniziative viene organizzata sabato 21 e domenica 22 agosto ai Giardini Margherita. Nonostante il divieto della Questura, i compagni “addobbano” la statua del Nettuno. Il Gigante – come lo chiamano con affetto i bolognesi – annuncia solenne la “Grandiosa Festa de l’Unità ai Giardini Margherita”.

Anche per quest’occasione ai Giardini arrivano compagne e compagni da ogni parte delle città e della provincia. Lungo i vialetti vengono allestiti i “bettolini” per vendere il vino: non si può preparare da mangiare, visto che tutto è ancora soggetto al razionamento. Le famiglie portano da casa i loro “cartocci”, con quel poco che si possono permettere: sono le feste della miseria.

Due sono le novità introdotte quell’anno: il concorso per preparare il miglior “giornale murale” e un concorso di bellezza. Le giovani compagne si contendono i titoli altisonanti di “Stella de l’Unità”, “Stella di Rinascita” e “Stella della Lotta” e una pelliccia del valore di quindicimila lire.

La Festa dell’Unità del ’47 vede per la prima volta la “Parata degli Amici de l’Unità”: per tre ore, dalla Montagnola ai Giardini Margherita sfilano carri allegorici, complessi ginnici, gruppi sportivi, bande musicali, trofei giganteschi sorretti da otto-dieci compagni che si danno il cambio ogni duecento metri, cartelloni colorati, tante bandiere. Enfatica e retorica la descrizione del giornale: “Se il ricordo della Parata potrà col tempo svanire, mai potremo dimenticare quella selva di drappi fiammeggianti simboli della nostra fede e delle nostre lotte”.

Nel corso degli anni la preparazione e la costruzione dei carri diventa sempre più complessa: ogni sezione realizza nel più assoluto segreto il proprio carro, come avviene nelle varie società e congreghe carnevalesche della provincia. Leggiamo ancora dalla cronaca del ’47: “Ammirata una grande conchiglia che ha al centro una perla (l’Unità) e ai lati due meravigliose sirene”. E in questo modo, tra una sfilata e un concorso di bellezza, al suono della “filuzzi”, la Festa dell’Unità diventa un appuntamento ricorrente per la città.

Grandi tavolate, grandi spettacoli, salsicce e boxe

1951, Bologna diventa Nazionale, tutto pieno con pioggia

Il 1950 è l’anno in cui si comincia a chiamare Festival de l’Unità. Anche se il Nazionale viene organizzato a Genova – perché si deve mostrare il sostegno alla città ligure per l’affronto dei fascisti – a Bologna si fanno le cose in grande: la festa dura nove giorni, si costruisce ai Giardini Margherita una grande arena con diecimila posti a sedere. L’inaugurazione viene affidata all’orchestra e al coro del sindacato bolognese che si esibisce in un concerto di musiche verdiane. Nelle serate successive l’ormai tradizionale appuntamento con l’elezione della miss, e, tra le altre iniziative, una sfilata di moda e una riunione di boxe importante: Italia-Inghilterra, con l’incontro di cartello tra Duilio Loy e Johnny Hazel. Si tratta di un grande successo.

Anche grazie a questo risultato Bologna viene incaricata di organizzare la Festa nazionale dell’Unità del ’51, la prima di una lunga serie. “La scelta di Bologna – recita un comunicato della Federazione – quale sede della Festa Nazionale de l’Unità 1951 ha riempito di soddisfazione e di legittimo orgoglio i compagni e i lavoratori di tutta la nostra Provincia”.

Quel Nazionale del ’51 rimane per molti anni nella memoria delle compagne e dei compagni bolognesi. Il Prefetto, dopo una lunga serie di trattative e nonostante la protesta di tante associazioni democratiche e anche di tanti cittadini, nega il permesso per i Giardini Margherita: soltanto 23 giorni prima della prevista inaugurazione del 18 settembre viene concessa la Montagnola. Lo slancio dei compagni è incredibile, ingigantito, se possibile, proprio dal maldestro tentativo della Prefettura di vietare la manifestazione. Ma se la Festa dell’Unità non può essere fermata dal Prefetto, la pioggia non può essere “controllata” dalla tenacia dei compagni: comincia a piovere la sera del 17 e va avanti per tutto il giorno successivo. L’inaugurazione viene spostata al 19.

Di quella edizione è memorabile la manifestazione conclusiva. Merita citare alcuni passi dell’Unità: “La Sezione Chiarini apre la sua parata con grandi cartelloni con le parole d’ordine in difesa della pace. Gli operai della Casaralta portano il plastico della loro fabbrica […] Gli operai della Calzoni portano un grosso scarpone che spezza le armi della guerra, anche gli operai della Sabiem-Parenti hanno costruito un carro allegorico significativo: un colossale martello che schiaccia i carri armati e le fabbriche di armi”. Sono alcune delle grandi fabbriche metalmeccaniche della città, quelle che stanno facendo la ricchezza della regione e creando il boom economico. E l’enfasi sulla pace racconta bene il clima della Guerra fredda.

Alla parata seguono raffigurazioni ginniche e rappresentazioni in piazza VIII Agosto: “I ragazzi della Sezione Irma Bandiera hanno eseguito esercizi alla sbarra con agilità ed esperienza da ginnasti consumati. Medicina ha trasformato l’arena in una risaia: le betulle ai lati, un immenso cappello di paglia al centro, un coro di braccianti in sottofondo. Dal cappello sbocciano un bracciante e una mondina con una rossa bandiera. […] il grande complesso delle Sezioni Galanti e Busi ha formato successivamente e con movimenti ritmici e perfettamente eseguiti, i distintivi della Cgil, del Pci e del Psi”.

Finalmente segue il comizio di Palmiro Togliatti. Sono venuti compagni da tutta Italia. Le persone sono assiepate nella piazza e tutto intorno: da Porta Zamboni fino a piazza dei Martiri e su per via Marconi fino a piazza Malpigli; tutta via Indipendenza dal Nettuno alla stazione è piena. Togliatti parla per due ore. Fine parte prima

La seconda puntata è qui

Le foto di questa storia sono da tanto in possesso di Luca Billi, che se ne è perso il credit. Se gli autori ci contattano saremo pronti a rimediare  

 

 

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