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Allonsanfàn
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(S)visto per voi. In Time, tanti indecisi perdono il tempo in carcere

Si intitola Time ma avrebbe dovuto chiamarsi Choice questa serie ingabbiata nel filone carcerario laddove il tempo è l’ultima cosa di cui tener conto, a meno di essere fermi all’epoca del Conte di Montecristo, pena il fine pena del giorno mai, come anche chi percorre la retta via, senza mai aver sentito almeno l’odore della strada sbagliata, avrà sperimentato in questi tempi belli del lockdown dove la guardia è al contempo il benefattore che si preoccupa della salute mondiale dei corpi non interessando lo spirito ai nati già morti, spiriti essendolo già, e pure mancanti di spirits, avendoli usati tutti per disinfettare la casa, e di spirito, l’unica consolazione per chi se ne fotte della somma algebrica degli anni, e ha intuito da tempo quanto nel computo finale si ragioni piuttosto per sottrazione, che tolte quelle quattro cinque ore buche il resto è mancia per l’indifferenziata, tutte ore d’aria per respirare biossido d’azoto facendo finta d’essere sani.

La scelta invece è il vero tema di una serie in sole tre puntate, e quindi senza menate da storyteller che si guadagnano la pagnotta allungando il brodo con le sottotrame per far vendere ai mecenati più pubblicità. Da ora in poi alle scuole dei geni lasciati maturare in botti di barrique previa retta annua prolungabile ben oltre la maturità scolastica, essendo quella artistica perseguibile solo da chi non ha compreso che le opere sono databili solo per le agiografie, dal momento che se fossero capolavori e non operette sarebbero contemporanee tutte e universali, classici di autori vivi e non memoir di uno zombie con un’autobiografia dei primi 40 anni in uscita da fotocopiare per i secondi 40, quando ancora si illude d’imbroccare il Grande Romanzo al prossimo giro mentre se crede nel percorso è più facile fosse definitivo il primo proprio perché ignaro lui che fosse anche l’ultimo, dalla lavagna spariranno i geroglifici dell’intreccio con annessi flash back and forward, spin off, salti temporali e tutto il repertorio dello storytelling che cerca quello che ogni scrittore autentico rifiuterebbe per principio: uno storyholder attaccato ai maroni, e si insegnerà l’arte regina degli asciugoni, previo nuovo abbonamento premium con incluso il reset per essere di nuovo vergini al nuovo verbo narrativo?

Time è un tv drama in tre episodi scritto da Jimmy McGovern, diretto da Lewis Arnold, con Sean Bean e Stephen Graham. Prima messa in onda: BBC One il 6 giugno 2021

L’insegnante di letteratura deve scontare la pena del Bevitore per aver seccato, dopo un paio di shottini, il Santo ciclista che tornava all’ovile con i cioccolatini per la famigliola felice (fosse stato almeno un editor di quelli che si preoccupano che il lettore che frequenta le loro menti venga accompagnato dallo scrittore con la manina pure sulle strisce pedonali, guai dovesse perdere la retta via perché conduce a senso unico da se stesso a se stesso!).

La guardia carceraria si troverà alle prese col dilemma del Secondino. Intorno una collezione di scelte sbagliate, per idiozia conclamata: avendo perso tutto al Bingo, per tema di confessare la sciocchezza alla moglie, prima mi arrovello se sia più opportuno il suicidio o l’uxoricidio, poi la risolvo facendomi beccare mentre tento di rapinare la stessa sala giochi; temendo di perdere la precaria identità sociale, avendo un coltello in tasca e deciso di mostrarlo in pubblico poi non posso che utilizzarlo, per essere al livello non della casalinga ma dell’assessore di Voghera; rifiutato nel mentre rivelo la mia propria identità di genere al migliore amico, il suo rigetto implica la sua eliminazione perché il poveretto frequenta la parrocchia degli straight che considerati avvantaggiati non hanno a tutela nemmeno un DDL Zim Zum Zam.

Nel mentre il Teacher compie il suo percorso di redenzione costellato di scelte errate (non c’è bisogno di aver frequentato una galera per sapere che se offri il fianco al bullismo finirai bullizzato a vita, basta essere andati a scuola, come non è il caso di chiedere protezione al Padrino al quale promettere di rendere un favore per il consiglio di fare a botte col bullo mentre lui si impegna a insegnarti come si tirano due pugni: finirà a prenderle lo stesso e rifiutandosi di contraccambiare pure dal Padrino con l’ausilio metaforico di palle da biliardo), il Secondino al quale hanno incarcerato il figlio in un’altra prigione si presta per proteggerlo a diventare il galoppino del medesimo Padrino col capello frisé come il mocho con il quale si adatta ai lavori sociali, facendo da corriere fuori e dentro la prigione col giubbottino imbottito di droga (con beneficio non calcolato della vita di tutti in prigione, a dispetto delle intenzioni dello sceneggiatore), che si sa che se tieni famiglia ogni orrore, dal chinare la testa in ufficio alla faida, è ritenuto per convenzione se non proprio concesso, tollerato, assolto, quanto meno eticamente più giustificabile. Affrontato il suo destino, che altro non è che l’unica scelta possibile, quella d’assumersi la responsabilità delle proprie scelte precedenti sia che ci si illuda di averla, sia che si creda che ogni fato è già una condanna all’ergastolo, alla faccia del Coro che nell’ora di ricevimento parenti e in quelle di autoconsapevolezza a uso e consumo delle giovani generazioni non sa che ripetere quanto sia meglio stare alla larga dalle prigioni, ma i fantasmi della colpa non la faranno altrettanto facile, pure se si strappa la promessa di un perdono alla moglie della vittima con una lettera che pare la punizione dell’allievo svogliato (alla lavagna, somaro: scrivi cento volte la parola “scusa”), il Teacher sarà restituito con lo sconto di buona condotta alla vita sociale, mentre il Secondino dovrà affrontare frignando la sua pena, che la giustizia s’applica al lordo, non al netto delle ragioni di ognuno, pure ritenendo da padre di non avere avuto scelta, non rendendosi conto di averla innanzitutto tolta al suo proprio figlio regalandogli un immeritato soggiorno premium nelle carceri di Stato.

Tra tanti indecisi, chi ci fa un figurone è il compagno di cella del Teacher, il quale non avendo padri da onorare né figli maggiorenni da proteggere sceglie consapevolmente di fare da scudiero del Padrino e nasconde un cellulare nel televisore, agendo poi di conseguenza. Avendo promesso di sbarazzarsene, perché un’eventuale ispezione avrebbe messo nei guai entrambi, non può che negare di possederlo ancora quando al Teacher per convenienza personale e a lui per tornaconto a buon rendere farebbe invece comodo utilizzarlo.

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