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Allonsanfàn
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Lost in the Stars. Kurt e Maxwell guardarono le stelle anche per noi

Maxwell ha già cinquantatré  anni: è troppo vecchio per potersi arruolare. Kurt ne ha solo quarantuno, ma non ha ancora la cittadinanza quando gli Stati Uniti entrano in guerra, anche se ormai lui e sua moglie vivono lì da quasi sei anni. E poi quei due non hanno proprio la stoffa dei soldati: probabilmente sarebbero ridicoli con un fucile tra le braccia. Però vogliono fare la loro parte e così si uniscono al servizio civile volontario e fanno molti turni di guardia sull’High Tor Mountain, per segnalare l’arrivo di eventuali raid aerei nemici. Gli americani temono che i tedeschi siano riusciti a progettare e costruire dei bombardieri in grado di attaccare New York e così quel servizio di sentinelle notturne che controlla la grande città sulle rive dell’Hudson viene mantenuto attivo per tutta la durata del conflitto.

Kurt Weill e Maxwell Anderson

I servizi segreti probabilmente sanno che si tratta di timori infondati, ma anche quella paura serve a tenere vivo lo sforzo bellico del popolo americano. E infatti in quelle lunghe notti di attesa i due amici non avvisteranno mai un aereo mandato da Hitler. Ma hanno tutto il tempo di osservare il cielo e di raccontarsi delle storie, anche perché è questo quello che loro due sanno fare, rispettivamente con le parole e con la musica. Maxwell e Kurt, osservando il cielo stellato sopra l’oceano, immagino abbiano provato la stessa meraviglia che prova ciascuno di noi quando alza gli occhi verso l’alto durante una notte d’estate, perché non è necessario essere Kant per rimanere sopraffatti da questo incredibile spettacolo della natura. Sono tutti e due atei e vivono in un tempo in cui è sempre più difficile credere alla legge morale dentro di sé. Kurt è uno di quelli che è riuscito a fuggire, ma sa bene quello che sta succedendo agli ebrei come lui in Germania e in gran parte d’Europa. Maxwell ha scritto un dramma basato sulla storia di Sacco e Vanzetti, nelle sue opere teatrali e nei suoi articoli ha raccontato il razzismo e le ingiustizie sociali dell’America. In quel mondo, sconvolto dalle guerre, schiacciato tra Auschwitz e Hiroshima, è difficile credere in qualcosa. Forse si può credere soltanto alla bellezza delle stelle.

Una breve collaborazione, un lungo successo

Credo sia proprio durante una di quelle notti che i due amici pensano di scrivere insieme un’opera sulle peregrinazioni di uno schiavo afroamericano che cerca di ritrovare la strada di casa durante la guerra di secessione. Maxwell comincia a scrivere il libretto e i testi delle canzoni, mentre Kurt abbozza le musiche di quello che nelle loro intenzioni dovrebbe intitolarsi Ulysses Africanus, perché nella storia ci sono molti riferimenti all’Odissea. Non sono soddisfatti di quel lavoro, anche se c’è una canzone che a entrambi piace molto. L’opera rimane incompiuta, ma nel 1946 la Chappell & Co. pubblica lo spartito di Lost in the Stars come canzone a sé stante, uno dei capolavori, insieme a September Song, della feconda, per quanto breve, collaborazione creativa tra il drammaturgo Maxwell Anderson e il compositore Kurt Weill.

Anche dopo che è finita la guerra, dopo aver smesso di fare le sentinelle sull’High Tor Mountain, Maxwell e Kurt continuano a raccontarsi storie e nel 1948 leggono un romanzo appena pubblicato dello scrittore sudafricano Alan Paton, intitolato Cry, the Beloved Country: è una storia di ingiustizie, in cui i buoni soccombono e vincono i cattivi, è una storia che Maxwell e Kurt conoscono bene, anche se non sono mai stati in Sudafrica. Forse non sanno esattamente cosa sia l’apartheid, ma conoscono bene l’America e il suo razzismo segregazionista, forse non sanno come può essere la condizione di un minatore nero in quel lontano paese africano, ma conoscono bene come vivono i neri nella città che hanno “protetto” durante quei lunghi turni di guardia. Così in poche settimane riescono a trarre da quel romanzo un musical che debutta al Music Box Theatre a Broadway il 30 ottobre 1949.

Il disco di Weill cantato dai divi del rock

Il protagonista è Stephen Kumalo, un pastore anglicano di un piccolo villaggio sudafricano. Stephen è preoccupato per la sorte di suo figlio Absalom che vive a Johannesburg e decide di andare nella grande città, dove abita anche la sorella di Stephen, che vive facendo la prostituta. Il pastore vorrebbe salvare entrambi, ma arriva troppo tardi. Gertrude sta morendo e può solo affidare a Stephen suo figlio, il piccolo Alex. Absalom è in prigione, per aver ucciso durante una rapina Arthur Jarvis, un ricco bianco che si batte contro il nascente regime dell’apartheid e che è un vecchio amico di Stephen. L’uomo si rende conto che il suo arrivo è stato inutile. Alex, nella sua innocenza infantile, cerca di confortarlo: “Puoi chiedere a Dio di aiutarti. E sicuramente ti aiuterà”. Stephen ha ormai perso la fede, ha perso Gertrude, ha perso Arthur, ha perso Absalom, lui stesso si sente perduto; è convinto che Dio se ne sia andato e esprime tutta la sua amara disillusione cantando Lost in the Stars.

Todd Duncan è Stephen in quella produzione che rimane in cartellone fino a luglio del 1950. Todd era stato scelto da George Gershwin nel 1935 per interpretare Porgy ed è solo grazie alla sua resistenza che al National Theatre di Washington anche le persone di colore possono assistere allo spettacolo: Todd non accetta di salire su un palco di un teatro in cui le donne e gli uomini non possono sedere in platea. E finalmente nel 1945 è il primo cantante afroamericano a cantare alla New York Opera insieme a un cast di bianchi, quando interpreta Tonio nei Pagliacci di Leoncavallo. Todd è uno dei più grandi tenori della sua epoca, ma il colore della sua pelle è “sbagliato” e quindi la sua carriera non potrà mai essere come quella di un cantante bianco: è un altro che sa che quella piccola stella si è persa. Per sempre.

Da una guerra all’altra, oltre il Vietnam

Nonostante sia stata scritta per un’altra opera, Lost in the Stars si adatta perfettamente, sia dal punto di vista musicale che da quello drammaturgico, al nuovo spettacolo. Nell’America che ha conosciuto la guerra, nonostante la soddisfazione per la vittoria, le ferite sono ancora vive, molte famiglie piangono per un soldato che è morto in Europa o sul Pacifico. I versi di quella canzone colpiscono la sensibilità del pubblico.

Continua a vivere anche fuori di quello spettacolo, che viene raramente riproposto a Broadway, perché tocca un tema, il razzismo, troppo sensibile per il pubblico americano. Tra gli anni Cinquanta e i Sessanta sono tanti gli artisti che incidono la canzone di Anderson e Weill. Judy Garland la canta nel suo seguitissimo show televisivo sulla CBS, e poi i grandi crooner, da Frank Sinatra a Tony Bennett, e alcune delle regine del jazz, da Sarah Vaughan a Mahalia Jackson, e naturalmente Lotte Lenya che la incide in un album in cui interpreta i grandi successi del marito, morto il 3 aprile 1950, prima di vedere quanto la sua musica sia apprezzata in quello che alla fine è diventato, nonostante tutto, il suo paese.

Lost in the Stars by Spock

Ma quei versi continuano a raccontare qualcosa anche all’America del Vietnam e perfino a quella degli anni di Reagan. La incidono nei loro dischi due attori che hanno una certa abitudine a stare in mezzo alle stelle: Leonard Nimoy e William Shatner; a dire il vero il capitano Kirk la recita, mentre Spock la canta con una bella voce blues. E poi cantanti lirici come Samuel Ramey e signore di Broadway come Patti LuPone. E molto intensa è la versione di Elvis Costello in un album del 1994 in cui tanti artisti rendono omaggio al genio di Kurt Weill.

Riascoltate Lost in the Stars, scegliete la versione che preferite – a me piace molto questa di Barbara Hannigan, accompagnata al pianoforte da Simon Rattle – fatevi trascinare dalla poesia della musica di Weill, e ascoltate con attenzione le parole di Maxwell Anderson, perché questa è anche la “nostra” canzone, persi tra la pandemia e le guerre, in mezzo a una imminente catastrofe ambientale.

Può essere cantata come un inno o come una ninnananna. È come una specie di fiabesca cosmogonia: Dio, prima di creare l’acqua e la terra, tiene tra le mani le stelle, ma una di queste, una delle più piccole, scivola tra le sue dita. Il Creatore, dopo averla a lungo cercata, finalmente ritrova quella piccola stella e promette che se ne prenderà cura e che farà in modo che non possa perdersi di nuovo. Ma chi canta questa struggente canzone, che non offre la speranza di un inno né regala la tranquillità di una nenia, spiega che ormai Dio si è dimenticato di quella promessa e gli uomini se ne stanno persi tra le stelle, piccole e grandi, sparse nel vento della notte.

È quello che noi sentiamo ogni momento, osservando le stelle del cielo, mentre aspettiamo un aereo che non arriverà.

  • Luca Billi è noto sul web anche con il nome di Protagoras Abderites. Trovate un intero vocabolario delle sue storie, qui. Ha da poco pubblicato il romanzo Una mucca alla finestra (Villaggio Maori Edizioni)
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