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Elena Loewenthal. Il Giorno della Memoria e la cattiva coscienza

Il Giorno della Memoria viene celebrato in tutto il mondo il 27 gennaio per commemorare le vittime dell’Olocausto. La data è stata scelta perché il 27 gennaio del 1945 l’Armata Rossa liberò il campo di sterminio di Auschwitz.

Elena Loewenthal è l’autrice di un piccolo libro intitolato Contro il giorno della memoria (ADD editore). Poiché viviamo nell’epoca in cui individui non si sa se più imbecilli o più mascalzoni indossano i pigiami a strisce di Auschwitz per protestare contro la politica sanitaria dei loro governi, è bene precisare che la Loewenthal ha insegnato cultura ebraica all’università Vita-Salute San Raffaele ed è stata addetta culturale dell’Ambasciata d’Italia in Israele.

Contro il giorno della memoria Loewenthal

Contro il giorno della memoria è un pamphlet. Appartiene al genere satirico-polemico che di norma ha vita breve. Quello della Loewenthal è stato scritto nel 2014 ma regge la sfida dal tempo. Ciò significa una cosa sola: non è un testo d’occasione che si scrive e si legge sull’onda di una battaglia politica legata a un fenomeno circostanziato. Contro il giorno della memoria è una riflessione sulla nostra cattiva coscienza. Sul fatto – paradossale, aberrante, scandaloso? – che il Giorno della Memoria venga interpretato come una sorta di risarcimento della Shoah; sul fatto che la giornata della memoria nella coscienza collettiva abbia finito col riguardare sostanzialmente gli ebrei, quelli morti e quelli vivi; che la Shoah sia una sorta di prezzo pagato affinché Israele avesse il diritto di esistere. Ecco, con questa ricorrenza sembra che ogni anno il mondo ripaghi il prezzo: gli ebrei sono stati risarciti, che altro vorrebbero? Pensino piuttosto a Israele e a quello che sta compiendo contro i palestinesi.

Scrivo queste frasi con difficoltà e vergogna. Le ho scritte, cancellate e riscritte nel timore di poter essere frainteso. Ma dopo l’emozione iniziale è indubbio che il Giorno della Memoria sia diventato un evento masticato dalla retorica, reso surreale dallo sforzo compiuto dalle istituzioni – penso in particolare a quelle scolastiche – di inventare ogni anno modalità “convincenti e innovative” per riuscire a offrire a un pubblico di adolescenti non si sa se più annoiati o più indifferenti il frisson dell’orrore: del resto ad Auschwitz non si va forse in gita scolastica?

Come la Loewenthal dimostra in poche lucidissime pagine, il guaio del Giorno della Memoria al di là dell’usura da retorica è che gli ebrei non c’entrano nulla: chi è morto non può ricordare e chi è sopravvissuto non potrà dimenticare mai. Il 27 gennaio non riguarda loro, riguarda noi, la civilissima Europa, il continente in cui gli ebrei credevano di essere parte integrante sino al punto di aver scordato di essere ebrei; questa giornata dovrebbe farci pensare al presente invece che al passato, alle nubi che si addensano sull’Europa: l’antisemitismo, in tutte le sue forme e varianti a partire dall’antisionismo e all’odio per Israele, è di nuovo all’ordine del giorno. Forse è più corretto dire che non ha mai smesso di essere d’attualità. L’ultimo pogrom europeo risale al 1968 a opera del governo Gomulka che decretò l’espulsione degli ebrei sopravvissuti in Polonia. Le pagliacciate dei no-vax che si paragonano alle vittime di Auschwitz, i funerali con la svastica sulla bara, le aggressioni, le scritte, gli sputi alla Brigata Ebraica il 25 Aprile, appartengono ai nostri giorni. Dovrebbero bastare per farci comprendere che il Giorno della Memoria riguarda tutti “fuorché gli ebrei che in questa storia hanno messo i morti” scrive Elena Loewenthal, “che questa storia non l’hanno neanche vista, perché si sono limitati a caderci dentro”. Ricordare perché non accada mai più è una frase vuota. Se anche non dovesse accadere mai più, non sarà per merito della memoria, ma del caso.

credito foto in apertur: “Shoah Memorial” by AntoineMeu is licensed under CC BY-SA 2.0

 

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