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Allonsanfàn
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Massimo Calvi. Guardare insieme all’uomo che guardava la montagna

Massimo Calvi parte dalla concretezza della roccia e racconta in tanti brevi capitoli una storia reale (realistica), che dura dodici, anzi tredici giorni: quella di un uomo che sta per morire e chiede di essere lasciato, ogni mattina che gli resta, davanti a una montagna amata.

La montagna, in differenti stagioni e modi, ha accompagnato e segnato la sua vita, e la sua conoscenza della vita, dalle gite e dalle amicizie giovanili all’amore adulto, e poi genitoriale, dall’infanzia fino alla vecchiaia.

Mentre faticavo a scrivere in questi torridi giorni due cose semplici e chiare su L’uomo che guardava la montagna (edizioni San Paolo) – forse anche perché io morirò più probabilmente davanti alla tv e con l’aria condizionata rotta, cioè senza nessuna particolare fede – mi sono accorto di quanto Calvi è stato sciolto, limpido e leggero, nel fare di ognuno dei capitoli di cui è composto il romanzo – ma forse più che capitoli di un romanzo i testi possono richiamare i fogli di un quaderno, dedicati a una personale meditazione, e a tratti persino essere presi per prose poems, poiché nella forma offrono spesso la condensazione della poesia oltre che dell’aforisma – il passo di un possibile percorso.

Comunque. Calvi, giornalista di Avvenire, ha preso un sentiero per lui inconsueto avendo finora pubblicato libri di economia, saggi su Banca etica e operatori non profit, ma lo ha affrontato col ritmo sicuro e costante dell’esperto camminatore e con quell’attenzione capace di aderire alle piccole cose e di aprirsi alle epifanie della quotidianità: si dice spesso così, lo so, ma questa volta è vero.

Ogni breve capitolo ha un senso o una promessa di senso che è ogni volta la sfida dell’uomo che ricorda. L’uomo (o è qualcuno che sa tutto di lui?) si rivolge a se stesso attraverso un efficace “tu” da ineludibile resa dei conti e negli anni ha imparato, con rispetto e cura, stupore ed esaltazione, tranquillità e coraggio, a capire la montagna (e insieme la sua vita).

Ogni breve capitolo è fatto di pietra e di vento, di ghiaccio e di bosco, di emozione e di azione, dei volti e dei gesti delle persone trovate e perse, ed è una riflessione sul significato di un’esperienza, per esempio dell’essere figlio, marito o padre – le donne, nel novero delle montagne, sono i vulcani – o dell’evidenza o assenza del sacro nelle nostre esistenze – i bambini sono dei teologi precoci, viene notato, e tra l’altro Calvi in queste pagine parla moltissimo di bambini.

È forte la consapevolezza del limite umano e deciso il tentativo di affrontarlo a viso aperto senza aggirarlo. Sottolineo qua e là: “Smettere di essere bambini è chiudere il grande libro illustrato delle avventure”. La vera avventura, che è “crescere”, comincia quando hai smesso di viaggiare e sai sempre che cosa ti aspetta. Oppure: “Ciò che siamo e diventiamo lo definisce la malattia. Dio ci parla attraverso la malattia”. Il paradiso è come la montagna, possiamo farne parte, ma mai possederlo. “Il paradiso è la fatica che si dissolve non appena arrivi”…

Ecco. Credo di aver fugato l’impressione che il libro sia prigioniero di una dimensione simbolica. L’uomo che muore e la grandezza muta (ma è non sempre muta, vedi alla voce Pietre) della montagna vivono nel fluire delle parole e delle piccole storie che si guadagnano quasi un tempo a parte, penso al capitolo sull’incontro con un matto che si proclama Gesù e alla – mi sembra speculare e in qualche modo oscura – incursione di un brigante.

Ogni lettore, come detto, può scegliere o condividere – o anche rifiutare, perché no? – il percorso. Indicare la propria pietra nel movimento fraterno degli uomini di Amici o fermarsi nella promessa di Eternità, appena prima del fatidico tredicesimo giorno.

Scrive Calvi, rivolgendosi alla “sua”montagna: “Ci saranno altri a guardarla, non è nata con te, e con te non morirà. È la tua compagna, ma anche il solo infinito che riesci a sentire, la tua eternità”. Poi è di nuovo tempo di mettersi in cammino.

Sono arrivato alla fine del libro e ho saputo che è stato il lockdown a dare il via alla riflessione di Calvi. L’uomo che guardava la montagna è una prova, tra le tante contrarie, che stare un po’ fermi aiuta a capire che cosa abbiamo davanti e intorno, ed è una lettura viva e utile nel modo particolare dei libri con cui possiamo discorrere o persino discutere.

IL LIBRO Massimo Calvi, L’uomo che guardava la montagna (edizioni San Paolo)

Il disegno della cover è di Koen Ivens

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