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Allonsanfàn
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Quell’intervista scoop (inutile) a Diego Armando Maradona

Ogni giornalista che si rispetti sogna, prima o poi, di realizzare uno scoop, un’intervista esclusiva, qualcosa cioè che gli regali grande visibilità. A me è capitato di intervistare in esclusiva il più grande calciatore del mondo, che non parlava da tempo ma non l’ha mai saputo nessuno, perché quel piccolo scoop non è mai andato in onda. Questa è la storia di un’intervista inutile.

17 maggio 1989: il Napoli conquista a Stoccarda la Coppa Uefa e mentre Diego Armando Maradona alza la coppa al cielo, gli si avvicina il presidente Corrado Ferlaino che gli sussurra all’orecchio: «Non ti vendo, te l’ho detto solo per motivarti di più». Diego confesserà che in quel momento avrebbe voluto spaccare la coppa in testa a Ferlaino.

Si è vociferato a lungo di un accordo verbale tra Ferlaino e Maradona: la Coppa Uefa doveva essere il regalo d’addio, il modo migliore per salutare una piazza a cui Diego aveva dato tantissimo, forse tutto. Ma il rifiuto di Ferlaino aveva fatto inalberare l’argentino, ferito mortalmente dai fischi piovuti dal San Paolo il 18 giugno 1989, durante Napoli-Pisa, inutile trentatreesima giornata di un campionato dominato dall’Inter dei record.

Diego, che aveva già saltato la trasferta di Ascoli per una discussa colica, si stira dopo 17 minuti e alza bandiera bianca. Per il pubblico è la resa di chi ha già deciso di lasciare Napoli: Maradona incassa insulti ed è nella pancia del San Paolo che Diego mette il timbro alla scelta di andarsene.

Da qualche giorno è in corso una trattativa segreta tra il Marsiglia di Bernard Tapie, proprietario dell’Adidas, e Maradona per convincerlo a giocare nel campionato francese.

In realtà Diego è già convinto, ma c’è da superare l’ostacolo Ferlaino, che appare possibilista, ma poi non si presenta all’appuntamento decisivo con Tapie. Sembra una partita a scacchi con mosse e contromosse. La notizia della trattativa esce sull’Équipe e scatena in finimondo in due città: Napoli e Marsiglia.

La telenovela estiva è solo all’inizio e si consuma tra interviste, dichiarazioni, smentite e colpi bassi. Maradona intanto è in vacanza prima in Brasile e poi in Argentina, dove si fa fotografare a pesca di dorados.

Il campionato inizia senza una delle sue stelle più splendenti: il primo Napoli di Bigon è tutto italiano, vista anche l’assenza di Alemao e Careca, e arrivano due vittorie di misura: 0-1 ad Ascoli con gol di Crippa, 1-0 al San Paolo contro l’Udinese, firma di Renica.

Ferlaino non molla, Maradona non può scappare e si ripresenta a Napoli sessantotto giorni dopo l’ultima volta. È il 5 settembre ed è un arrivo che fa discutere, perché il calcio italiano è ancora sotto shock per la prematura scomparsa di Gaetano Scirea e Diego si abbatte sul campionato come un uragano.

Il Mattino del 6 settembre pubblica 71 fotografie, molte delle quali ritraggono Diego in compagnia di Carmine Giuliano, uomo di spicco di uno dei clan che dominano la città da Forcella, del fratello di Carmine, Raffaele, e di altri pregiudicati. Maradona era perfettamente a conoscenza di queste foto, ne aveva addirittura parlato con i pm Lucio Di Pietro e Linda Gabriele in un interrogatorio del dicembre 1986, perché quelle foto, sbattute in prima pagina a poche ore dal ritorno di Diego in Italia, hanno più di 3 anni.

Stavolta è Maradona a essere con le spalle al muro. Chiede e ottiene il fatidico colloquio con Ferlaino, bastano 40 minuti per riportare una pace apparente. L’argentino pretende dalla società un comunicato per spiegare la questione delle fotografie, ha già parlato con i compagni di squadra scusandosi per il comportamento.

E arriviamo a noi. Vengo inviato nella penisola iberica per seguire due partite di coppa Uefa a distanza di un giorno l’una dall’altra. Il 13 settembre volo a Madrid per Atletico-Fiorentina. I viola di Roberto Baggio escono sconfitti dal Vicente Calderron per 1 a 0. La mattina dopo alle 9 mi reco presso la sede della tv di stato spagnola per inviare le interviste realizzate la sera prima, quindi raggiungo l’aeroporto di Barajas per volare a Lisbona, dove la sera alle 21 è in programma Sporting Lisbona-Napoli, gara di andata del primo turno di Coppa Uefa.

Il nuovo allenatore degli azzurri è Alberto Bigon, col quale qualche anno prima ho passato parecchie ore su un campo da tennis di Asiago quando giocava nel Milan.

Al vecchio stadio Alvalade il Napoli, detentore della Coppa Uefa, gioca col coltello tra i denti, resiste alle folate dello Sporting e strappa uno 0 a 0 prezioso in vista del ritorno al San Paolo.

Maradona è aggregato al seguito della squadra, ma naturalmente non viene neppure messo a referto, viste le sue precarie condizioni fisiche. Segue la partita da una panchina aggiunta e dopo il triplice fischio dell’arbitro farà alcuni giri di campo, tanto per giustificare la sua ingombrante presenza, sottolineata dai fischi del pubblico portoghese. A fine partita il collega della Rai Salvatore Biazzo lo intervista in diretta: sono le prime parole di Maradona in Italia dopo mesi di silenzio.

Scendo negli spogliatoi per le interviste del post partita e decido di provare anch’io a sentire Diego. Sono solo nella pancia dello stadio Alvalade, stranamente non vedo i colleghi della carta stampata e la cosa mi insospettisce. Intorno alla mezzanotte, l’una in Italia, si apre finalmente la porta dello spogliatoio per fare uscire l’ultimo ospite: Diego Armando Maradona, accompagnato dal capo ufficio stampa del Napoli Carlo Iuliano. I due vengono prontamente attorniati da un gruppo di poliziotti portoghesi, come se dovessero essere protetti dall’assalto dei tifosi, mentre in realtà l’unico pericolo avrei potuto essere io, che però sono tutt’altro che aggressivo.

Cerco di avvicinarmi per fare una domanda, allungo il microfono, ma vengo respinto dalla gomitata di un simpatico tutore dell’ordine. Diego mi vede, si ferma, chiede alla testuggine di aprirsi e dice: «Voglio parlare con questo signore». Mi sembra un miracolo, lo ringrazio e Carlo Iuliano mi autorizza a cominciare l’intervista, che dura 7 o 8 minuti.

Maradona risponde in maniera esauriente a tutte le domande, ribadisce di sentirsi tradito da Ferlaino, ma promette che si impegnerà al massimo perché è comunque un giocatore del Napoli e ha un contratto fino al 1993. Alla fine lo ringrazio, sono soddisfatto del lavoro, perché anche noi avremo finalmente la voce di Maradona dopo tanti mesi. Ma non avevo fatto il conto con l’imprevisto.

La mattina dopo, il mio volo di rientro non è su Roma, bensì su Milano per andare in redazione a montare il servizio. Nella business class della TAP (allora eravamo ricchi e si viaggiava così) mi ritrovo in una prima fila a tre posti avendo alla mia sinistra Azeglio Vicini, CT della Nazionale che qualche mese dopo avrebbe disputato i Mondiali di Italia ’90, e alla mia destra Bruno Pizzul, che la sera prima aveva curato la telecronaca della partita su Rai 2.

Bruno mi dice: «Hai saputo che siamo in sciopero?». Non sapevo nulla, anche perché all’epoca non c’erano ancora i cellulari. «Da quando?» gli chiedo. «Dalla mezzanotte di ieri e per tre giorni, per il rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti» risponde.

Comincio a preoccuparmi: vuoi vedere che la mia intervista va a farsi benedire? L’ho realizzata intorno all’una ora italiana, cioè quando lo sciopero era già cominciato. Infatti, quando arrivo in redazione a Cologno Monzese mi fanno i complimenti, ma mi dicono che la mia intervista non potrà andare in onda perché è stato proclamato uno sciopero di tre giorni della nostra categoria. Ne prendo atto, non posso fare altro. Ma sarà per sempre uno dei miei più grandi rimpianti.

Credit foto di apertura: “Diego Armando Maradona” by lainformacion.com is licensed under CC BY-NC 2.0.

 

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