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Allonsanfàn
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RepDom. Viaggio al termine del paradiso

La chiave elettronica non apre la porta della mia camera XXL al primo piano del Bávaro Barceló Beach Only Adult – che detto così farebbe sognare paradisi esotici e pure erotici stile villaggio Valtur anni Ottanta, e invece è quanto di più asettico si possa immaginare: animatori per niente dediti alla ossessiva caccia al turista e nanna alle 11: calmo e accogliente lo definisce la Direzione – l’esclusivo resort all inclusive di Punta Cana in forma di finca coloniale, praticamente un foglio excel (per assonanza col significato italiano di finca) con i piani divisi da staccionate e i ballatoi da colonne come in un tabulato, bianco immacolato su carminio, promessa vista mare per i clienti Premium e poco importa se invece l’affaccio è sul campo di bocce, gli scacchi giganti da giardino e la piscina pare uno splash celeste di Play-Doh, malleabile ed elastico come il freudiano “sentimento oceanico” che da subito mi pervade: siamo ai Caraibi, splende il sole, la spiaggia è bianca e il mare blu come da catalogo della vacanza perfetta.

Ma parte dell’isola è esposta all’Atlantico turbolento, e tutto in RepDom allora si sdoppia, la parte alla luce dedicata al relax estremo dei vacanzieri burnout lascia intravvedere il suo lato oscuro sotto la crema solare protezione 50: vieni al mare e poi stai in piscina col drink in vetro para quì (se trangugi sui tavolini del bar) o in plastica para llevar (se preferisci in ammollo), mangi dal menù salutista e poi ti sfondi di alcol sulle drunkboat, fai una svogliata lezione di merengue sul bagnasciuga e poi senza opporre alcuna resilienza ti ritrovi a roteare senza vergogna le chiappe al ritmo del reggaeton…

Muffin e raggamuffin, ball cap e guayabera, cioccolato e sancocho, donnina-massaggio sulla sabbia e spa di lusso al 5 stelle, mare ma anche collina con vista panoramica sull’altalena, l’acquario coi delfini ma anche le balene infoiate, comfort estremo a Punta Cana ma pure into the wild a Samanà, cenotes di acqua dolce e il vero-finto Mekong di Apocalypse Now nell’enclave città-stato di Casa de Campo, il Kathmandu Park di ispirazione buddista ma anche il villaggio medievale per matrimoni cattolici, surf a Playa Macao e zipline a Montaña Redonda, mega resort sulle spiagge e boutique hotel nella capitale: trolley o backpack in RepDom lo hay todo, c’è una soluzione per tutti i gusti, devi solo accontentarti di passare in rassegna tutti gli stereotipi veri che accontentano l’Ente del Turismo Dominicano: fondali cristallini, spiagge di sabbia finissima, panorami idilliaci, vegetazione rigogliosa, pregiatissimi rum, sigari strutturati…

E soprattutto è un trionfo di altissime palme, palme intorno alla capanna della pool, palme nei cortili e tutto in giro ai ristoranti, palme palme palme pure in spiaggia, con grande scorno dei bagnini romagnoli ai quali a quest’ora in riviera toccherebbe il rito della chiusura degli ombrelloni e qui invece al limite riallinei le sdraio (certo con un po’ di spirito imprenditoriale – quello che il nostro console onorario qua nella Repubblica Dominicana che ancora fa fatica a eradicare la sineddoche dei connazionali che la confondono in toto con la capitale Santo Domingo definirebbe “da italiani svegli come grilli” – una fila di pedalò magari a energia solare per non turbare il pieno di pigrizia farebbe la sua porca figura!). Se però domandi, con inflessione romagnola, a uno qualsiasi del personale che mastichi un minimo di inglese se non è pericoloso stare tutto il giorno sotto le palme, causa caduta cocchi dalle stesse, lo vedrai assumere subito quell’aria da esperto in problem solving: “Sono palme royal”, dirà dispettoso come il Diablo Cojuelo, “non fanno frutti”. Che su 60 km di spiaggia battezzata Costa del Cocco fa sogghignare il prevenuto bagnino di Cesenatico che già immagina quanta dura fatica è sgrollare i cocchi nottetempo per evitare incidenti da vacanza.

Per ora invece che inaugurare l’open bar col braccialettino Premium mi tocca fare avanti e indietro dalla lounge per risolvere ’sto problema che la porta non si apre (con incluso lo scorno che i miei compagni di viaggio mi hanno già messaggiato nella chat di gruppo che in camera, gradito omaggio della Direzione, c’è in attesa una bottiglia di pregiato rum Brugal): risponde semaforica col rosso che al limite si accende assieme al verde ma con identico frustrante risultato. Né la cosa pare turbare più di tanto le impiegate autoctone della direzione, tutte dominicane perché con scelta felice si è optato di dare un tocco di colore locale al resort, che altrimenti varcato l’ingresso potrei trovarmi, recintato, in qualsiasi luogo della terra esclusa la Romagna per via degli ombrelloni: mi guardano perplesse come se in realtà l’idiota fossi io, mentre rispondo per l’ennesima che no la chiave l’ho messa nel verso giusto e non l’ho accostata allo smartphone smagnetizzandola nella tasca dei calzoni.

Dev’essere un input della Policy, questo di mantenere una certa distanza coi clienti, forse per evitare erotici equivoci come in certe video storie famose con sposine di Desio ben prima che la censura di Zuckerberg ai topless stimolasse l’offerta dei perizoma, forse per una indolenza naturale che comunque, nelle intenzioni, invece che far girare le balle, dovrebbe indurre il forestiero, pure il milanese da imbruttimento consolidato, a rinunciare alla falsa religione dell’efficienza per un più generico rammollimento di tutti i sensi pure a fronte della logica soluzione più immediata per un cinque stelle: cambio camera e boccia di sciampagnino per il disturbo, ascolta il Dogui.

Mi sa che la colpa è del Polo Magnético a Barahona, dove le macchine vanno misteriosamente in salita in folle: se vieni a Punta Cana non devi fare nulla, nemmeno inserire il pilota automatico. Solo che a non occuparsi di niente si finisce – con occhi assonnati alla Derek Walcott – per pensare a se stessi, cosa sempre complicata figuriamoci “dove il sole è più sole che qua” e basta una richiesta di una foto con palma instagrammabile a Isla Saona per mettere in crisi la coppietta in luna di miele. Lei sparandosi la posa da Maya desnuda colore più gamberone che chocolate sexy sul tronco ricurvo come impone l’estetica mainstream: “Me la rifai che prima sono venuta male!”; lui: “Un momento, eh…”, già sulle spine; lei: “Ora dài amo’ che poi arriva la gggente”; lui col telefono infuocato in mano: “È stato sotto il sole, scotta!”; lei: “Sbrigati”; lui, scaraventando via l’iPhone: “Sai che ti dico? Ma vattene a quel paese!”.

Perciò dopo aver cenato sulla spiaggia con le sneakers che le infradito qui non sono chic come a Parigi per i canoni della direttrice dell’ufficio del turismo della Repubblica Dominicana, dopo che alle 23 scatta al Bavaro Only Adult il coprifuoco rispettoso di chi va in vacanza per riposarsi e tornare poi a casa pronto a essere spremuto di nuovo – ma a un chilometro (5 minuti sul trenino dei balocchi o 15 a piedi dalla hall del resort) se sei un impenitente viveur svezzato al Cocoricò trovi comunque una disco lynchiana semideserta con techno mixata alla bachata e pure un casinò con tanto di lap dancer per tirare almeno le due illudendoti sia la Lola di Junot Díaz – mi pare trasgressivo anche il semplice considerare una strategia per arrivare alla mega disco Coco Bongo, in quella che qui chiamano esagerati downtown (mall, pompa di benzina, ufficio di cambio, real estate agency per refugee in guerra con se stessi…) perché alla fine sono qui per seguire il programma di viaggio ma il posto è da vacanza e dopo giornate intere spese a visitare le deluxe dei resort e delle fascinose casas coloniali, presenziare a pranzi ufficiali, fiere e inaugurazioni di centri benessere, inseguire tartarughe nei cenotes smeraldini pare brutto non concedersi almeno lo svago – considerando quanto possa essere meravigliosa ma breve una vita da dandy alla Oscar Wao – che mi riconduca sul nastro di Möbius dall’altra parte dello stesso percorso: è un lavoro duro ma mentre gli altri vanno a nanna qualcuno lo deve pur fare…

Prima del tramonto ho preso l’abitudine di andare a vedere le drunkboat di ritorno dalle gite giornaliere, e se poi mi sorprende pure una giornata di cielo coperto proprio la mattina che non ho impegni di site educativi metto a frutto l’esperienza degli italiani che si godono la pensione a Casa de Campo a La Romana, dove mi hanno chiesto il passaporto per accedere, e quando sono stufi degli sterminati campi da golf, di tennis, tiro, maneggi, porticcioli per l’approdo degli yacht, outlet per lo shopping, piscine, ristoranti gourmet, negozi, gallerie d’arte, scuole, del museo archeologico, del cerchio zen per meditare, dell’anfiteatro greco-romano nel borgo posticcio di Altos de Chavòn, prendono la golf car elettrica e provano a vedere se trovano – finiti i giardini con prato all’inglese delle ville lussuose con una patina agée per patiti del modernariato – il muro o la rete di recinzione entro i quali si estende la tenuta, anche a me non resta che passeggiare sulla spiaggia col drink para llevar per vedere dove finisce il paradiso o se sono dentro al Truman Show.

E quando trovo il gabbiotto che presidia il confine, il guardiano in divisa al quale domando se mi è concesso di uscire mi risponde “a tuo rischio e pericolo”. Che poi non è altro che sentirsi felici per un istante, quaggiù ai tropici, nel Paese della libertà.

Tutte le fotografie sono di Gabriele Nava

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