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Allonsanfàn
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The Playlist, cioè coniugare il Capitale al sogno di vivere di Arte

Cosa cerca il Giovane Daniel, programmatore (o hacker per chi si dà un tono) che vive con la mamma come fossero… parole sue nella biografia Spotify Untold (non raccontata non perché rivela ma proprio perché narrando inscena la verità sceneggiata poi su Netflix e perciò si può anche permettere di confessare in camera con il ceffo di Ulf Stenberg nei panni di un capoccione della Sony che “non è andata così cazzo!” e quindi è propriamente untold)… una coppia di falliti? Cerca dopo aver digitalizzato, novello re Mida, i coupon sul lavello del cucinotto e aver fatto a ventidue anni il botto… nella galassia nerd dove i trentaquattrenni sono già arrivati da un pezzo e perciò fanno quello che fanno i sessantenni a un passo dalla pensione: esibizioni ginniche machiste al cospetto delle stagiste e come si insegna nella Silicon Valley, dove sono ricchi ma non hanno uno spin doctor che li faccia apparire meno stronzi, tour degli uffici in monopattino per dimostrarsi al passo coi tempi che non sono più quelli dei due e dei quattro: vai di elettrico che c’è un pianeta da salvare!… cerca un’idea per coniugare quel gnommero di suoni chiamato musica, il quale non è solo somma ma molto di più, in un’app che sia il giusto mezzo tra le rivendicazioni dei pirati e l’interesse dei discografici, visto che dieci milioni di corone sono al cambio meno di 900 mila euro (e quando hai comprato la fuoriserie e l’orologio figo puoi giusto regalare elettrodomestici alla mamma e ordinare lo shottino al bancone senza volere il resto che tanto la ex compagna di scuola gnocca aspirante pop star se la fa il solito bel tenebroso magari già ricco di famiglia e coi giri giusti).

Siccome siamo nel paese del modello svedese e il lavoro è molto di più del semplice lavorare, obiettare che sgorgare un cesso intasato non fa la felicità dell’idraulico è ovvio contro i principi di chi coniuga il liberismo con regolare fattura al socialismo del bene comune, da cui la morale che è la stessa di tutte le mamme belle del globo che sia sempre meglio lavorare piuttosto che fare la vita del Michelazzo. La soluzione, mumble mumble, non è allora quella di rompere i coglioni a quei fessi di discografici rovinati dalla loro stessa idea peregrina di abbandonare il vinile per il cd al fine di rivendere ingordi il medesimo catalogo che prende l’umido in cantina ma disponendo dei dané per acquistare quei medesimi cataloghi, autoproclamatisi i mejo fichi der bigonzo, di rompere il cazzo ovvio ai pirati che in quanto categoria debole ma giammai protetta avendo rinunciato per spirito libertario pure al copyright di sé medesimi nell’attacco al cuore dell’industria discografica si meritano d’essere trattati da delinquenti, nerd ma pure sporchi e cattivi, mentre “conducono la loro ideologica terza guerra mondiale”, tacciati di offrire un servizio di pessima qualità con la scusa d’essere gratuito e perciò destinati per colpa dello sfigato nerd e del suo socio burino a essere, almeno nel business plan di questi due, gli unici a perdere nell’universale modello win-win dove a vincere saranno in tre: cantanti, major e Spotify (più non citata ovvio Netflix che quello stesso modello applicherà ai film arrivando però fino alla produzione in proprio e perciò può ora permettersi di erigersi a giudice, con ovvio la faccia politically semper correct di una donna afro ma americana, dei cartelli altrui), salvo poi riprodurne il medesimo modello economico offrendo l’ascoltatore in pasto alla pubblicità, perché al dunque scremata d’ogni intenzione rivoluzionaria (sostituirsi al potere decisionale sulla scelta della musica) quel che resta è solo la rivolta ribelle di chi a quel potere vuole sostituire il suo con buona pace degli artisti (inizino a crearsi la fan base da portare in dono come gli amici alla base della piramide di ogni schema Ponzi) e alla fine si accontenta di quotarsi in Borsa come un qualsiasi rapinatore che si fa il villone in Brianza.

The Playlist è una miniserie docu-drama creata per Netflix. Ispirata dal libro Spotify Untold, scritto da Sven Carlsson e Jonas Leijonhufvud, racconta la nascita della società svedese di streaming  Spotify  

Poco importa che pure la start up finto supergiovane finisca per l’assumere in un contesto di inoffensivi nerd (ma uno ha capito di restare il solo col cerino in mano), un avvocato con la gonna gonna gonna e perciò racchia come una milanese alla Bianciardi e una global party marketing manager tutta chiacchiere e biglietto da visita le stimmate dell’invisa Google dove apparentemente tutti giocano a fare i picchiatelli geniali ma alcuni lo sono, picchiatelli, di più e per paradosso meno degli altri come fossero, adrenalici e siliconici, sull’eterna sugar mountain in attesa invecchiando dell’upgrade a sugar mommies e daddies nell’unico mecenatismo concesso ai Millenial. E il concetto di musica gratuita spacciato davanti alle scuole non faccia altro che coniugare la pubblicità indesiderata con la rimozione della stessa a pagamento mentre l’algoritmo ti promette il paradiso quando ti svende in toto lasciandoti a suonare il piffero nella tua gabbietta digitale dove si ascolta solo ciò che piace e si conosce solo ciò che già si sa. Il Giovane Daniel può rifarsi un look col chiodo le Nike e il cranio rasato da pirata integrato nel Nuovo Sistema che è uguale al vecchio perché niente cambi mentre giovani modelle gli aprono la portiera della limo con aria sadomaso. Avesse scopato di più forse gli sarebbe passata prima tutta sta fame di coniugare il Capitale al sogno di vivere di Arte che svanisce di botto solo quando si tratta di pagare le tasse e la doppia testa del modello svedese diventa solo una rottura di scatole da aggirare con la scusa di non incentivare le start up e la minaccia di andarsene altrove (nella Silicon Valley da quegli stronzi di Google magari?).

  • Per altri (S)visti di Gabriele Nava, qui.
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