Dekalog (Decalogo) è una serie tv polacca di 10 mediometraggi diretti tra il 1988 e il 1989 da Krzysztof Kieślowski, che li ha scritti con Krzysztof Piesiewicz e ne ha anticipati uno al Festival di Cannes e uno alla Mostra di Venezia in versione lungometraggio.
Dekalog (Decalogo) si può rivedere oggi su Amazon Prime in una copia non restaurata – ed è un peccato che sia stato trattato alla stregua di una serie qualunque, tra l’altro ridicolmente presentata come Stagione Prima (ce ne fosse una seconda!).

Tutti gli episodi durano circa 55 minuti e sono indipendenti tra loro, ma hanno un forte nesso tematico: ogni capitolo è intitolato a uno dei Dieci Comandamenti, presenta una storia di vita spicciola – cioè di gente comune, di coppie e di famiglie -, sovente è ambientato in una sorta di grigia periferia cittadina – siamo in Polonia ma (forse) potremmo essere ovunque – tra casermoni impersonali, abitati da uomini e donne per lo più in precario equilibrio, i cui destini si legano a un dilemma esistenziale. Il più delle volte capita di assistere al confronto tra due persone che in modo drammatico si trovano su posizioni differenti, e di approdare a un finale aperto, dovuto più al caso che a qualche arcana forma di provvidenza, figuriamoci poi quella manzoniana.
C’è un volto in comune nei dieci episodi (nove volte su dieci, almeno), un enigmatico spettatore non partecipante: in una struttura chiastica più ansiogena che armonizzante, apre il primo capitolo (Non avrai altro Dio, ecc.), diviso tra il bianco della neve e il fuoco di un falò, in un piano ravvicinato – che tra l’altro risemantizza l’aggettivo “ieratico” – e poi però diserta, snobba proprio il decimo.
Altrove lo spettatore misterioso appare come una semplice comparsa, un infermiere in ospedale, un passante in bicicletta… Chi è? Un testimone muto, ma di che cosa? O è addirittura un angelo umanizzato, privo di poteri, in un universo in cui (forse) non esiste giustizia superiore? Oppure… Decidete voi. Gli altri attori cambiano quasi tutti (fra le eccezioni, l’immenso Aleksander Bardini) e se desiderate vedere all’opera Jerzy Stuhr – interprete feticcio del regista polacco – dovete aspettare il decimo comandamento…

Avvertenza: benché Krzysztof Kieślowski affronti programmaticamente dieci “racconti morali”, si nega al pericolo del facile simbolismo, che inviterebbe lo spettatore a scolastiche traduzioni dei fatti, e non ci propone (quasi) mai personaggi che filosofeggiano – l’eccezione è l’ottavo episodio (il dostoevskiano Non dare falsa testimonianza).
Kieślowski fa cinema tout court. Dentro il suo celebre chiaroscuro, rotto da colori basici, resi oggi quasi materici dalla pellicola invecchiata, usa al meglio i diversi direttori della fotografia che ha assoldato. Merita una menzione a parte, per il quinto episodio (Non uccidere), Sławomir Idziak, il cui gusto espressionista illumina di una luce innaturale protagonisti e vittime di una mattanza. Idziak sarà poi impiegato anche nel Film Blu.
Nel piccolo schermo (quadrato come quello di una volta) scomposto e usato narrativamente grazie alla differente profondità dei piani e a un’insistita opera di récadrage, Kieślowski gira e monta con un estro poetico che non segue schemi logici e prevedibili e stabilisce, anche negli episodi più strutturati – alcuni hanno storie per così dire romanzesche, da romanzo popolare – un’infinità di quasi impercettibili e libere corrispondenze…

Ci sono i personaggi che si incontrano per un attimo passando da un comandamento all’altro (perché?), ci sono gli animali – per esempio i cani, da quello morto per il freddo del primo episodio all’alano nero incapace di scacciare i ladri del decimo – e i minerali, attraverso una notevole dispersione di elementi liquidi: per restare al capitolo uno, l’acqua del laghetto, l’inchiostro del calamaio, la cera gocciolante di una candela, il sudore sulla fronte del padre disperato…
Il Decalogo, altro che normale serie tv, è una sorta di opera mondo da “consumare” nella sua integrità – anche se è troppo densa per un binge watching da serie contemporanea -, assai più forte dei singoli segmenti in cui è divisa.
Non sono mai stato versato in argomenti spirituali, ma posso comprendere che lo sguardo di Kieślowski è tanto lontano dai dogmi religiosi (e forse dalla presenza di un Dio che sia a noi pacificamente comprensibile) quanto è vicino ai misteri crudeli della vita, al suo scorrere assoggettato al dominio apparente del caso. Disse Enrico Ghezzi al Festival della Filosofia del 2010: “Il fantasma del caso nel cinema di Kieślowski rischia di far dimenticare il caso dei casi che è il cinema in sé… Il caso della vita filmata” (che cosa volesse dire non lo so, ma in un certo senso funziona bene).

Comunque. Qual è il senso di questa maratona? Credo che Kieślowski possa suggerire che, quando siamo stati di fronte alla disperazione o siamo stati posseduti dal nulla, a un passo dal cedere, (forse) la fede coincide con lo stupore di ritrovarsi fuori dalla tempesta che ci ha attraversato – vedi tutti i finali, molto aperti, fino all’abbraccio dei due fratelli nel decimo episodio (Non desiderare la roba d’altri)…
Vero è però che la rappresentazione dell’umanità secondo Kieślowski, il suo modo di trattare e raccontare la condizione umana nasce in un tempo storico preciso, sito tra la speranza di un nuovo mondo – siamo vicini alla caduta del Muro – e i lunghi anni di oppressione politica patita dal suo Paese. È anche questo che dà una spinta in più a dieci brevi film misteriosi e affascinanti, che riflettono sulla fede e sulla scienza, sulla giustizia e sulla morale, sul desiderio e sull’amore, su quelle cose così importanti su cui non abbiamo alcuna risposta.

Credit: Alberto Terrile.1994.Krzysztof Kieslowsky by Alberto Terrile is licensed under CC BY-SA 3.0.



