In un’epoca in cui le competenze richieste sembrano aumentare a dismisura e le esperienze pregresse non sembrano mai abbastanza, un’intera generazione di studenti e professionisti viene colta da un’improvvisa, ma familiare, sensazione di non star facendo abbastanza.
Portare avanti un corso di studi, apprendere nuove lingue, trovare tirocini, rimanendo comunque sempre attenti alle attività extra-curriculari, possibilmente in qualche Paese dal clima esotico; sia mai che il volontariato rimanga un qualcosa da portare avanti per il bene della res pubblica.
Gli atenei, sempre più avidi, cavalcano questi nuovi orizzonti, troppo spesso senza farsi scrupoli.
Sogni di essere giornalista? Perfetto, ecco a te un corso dove, concretamente, non ti verrà insegnato niente, se non un mero esercizio mnemonico. Triste? Forse, ma perfetto da inserire su LinkedIn, in modo che tutti possano guardare la tua vetrina perfetta e sentirsi sempre più indietro.
Speri di diventare un diplomatico o un funzionario delle Nazioni Unite? Ancora meglio, hai a tua disposizione una vasta scelta di simulazioni e forum. Tu paga, non preoccuparti, il tuo attestato di partecipazione sarà pronto a breve.
Vuoi fare esperienza in quello che sogni essere il tuo campo? Puoi dormire sonni tranquilli, è pieno di realtà pronte a farti fare i caffè o, ancora peggio, a farti pagare per essere parte del team.

La rappresentanza studentesca, ciò che a mio parere dovrebbe costituire le fondamenta di un sistema così importante, adempie ancora al suo vero ruolo? O rischia di essere un palcoscenico per personaggi con manie di protagonismo?
Entriamo in università e ci insegnano l’importanza del networking, scordandosi di raccontarne la vera essenza: ispirare, essere ispirati, insegnare, imparare.
Arriviamo al secondo anno di università sommersi da informazioni, opportunità che sembrano non finire mai, ma allo stesso tempo, incredibilmente inaccessibili. Ci sentiamo spronati, ambiziosi, ma sempre troppo indietro.
Non sarà sorprendente per nessuno leggere che, in questo vortice, chi rischia davvero sono, ancora una volta, i più deboli. Tutte quelle studentesse e quegli studenti che non possono pagare, che non possono spostarsi negli atenei più all’avanguardia, che non riescono a reggere il peso delle aspettative di una società in cui non abbiamo scelto di nascere, ma alla quale, involontariamente, contribuiamo quotidianamente.
In questa situazione, dove si collocano la cultura, la passione e i sogni? Siamo davvero certi di avere lo spazio necessario per coltivare anch’essi?
Questa riflessione, che potrà forse risultare arrogante o troppo critica, è frutto in realtà di grandi momenti di autocritica e riflessione, in cui io stessa mi sono messa in discussione. Ho il privilegio di frequentare un’università privata, di avere alle spalle una famiglia pronta a supportarmi, anche economicamente, in ogni mia prossima scelta. Potrei, potenzialmente, essere una delle vincitrici di questa corsa senza regole, che ti spinge a competere con i tuoi colleghi, a cercare connessioni utili, senza mai vedere chi realmente c’è dietro quel ruolo istituzionale. Eppure, qualcosa non torna. Non siamo più interessati al viaggio, ma piuttosto al raggiungimento della meta. Che poi, siamo sicuri di voler davvero raggiungere questa meta?

In una società che, sempre di più, ci spinge a performare, a guardare chi sembra non correre alla nostra stessa velocità come poco ambizioso, non è forse giunto il momento di rivendicare il nostro diritto a essere appassionati?
Non ho mai apprezzato coloro che, lamentandosi e criticando, non provano comunque ad avere un approccio ottimista e propositivo. Dunque, proverò a immaginare una soluzione, con la consapevolezza che la risposta a questo problema, del quale spesso non ci rendiamo neanche conto, debba essere necessariamente collettiva. Una soluzione che, mi piace pensare, non veda protagonisti esclusivamente i singoli atenei o il sistema dell’istruzione, ma piuttosto noi studenti, in particolar modo noi studenti privilegiati, che ci riscattiamo da questo stato di meri contenitori, utili solo al fine di immagazzinare tutto ciò che ci viene offerto, se così possiamo definirlo. Momenti in cui ci riscopriamo, ci ricordiamo perché facciamo ciò che facciamo, che il nostro compagno del liceo che ha scelto, o forse è stato costretto a scegliere, di non proseguire gli studi non è uno sfaticato. Momenti in cui ci ricordiamo che ancora prima di pensare alla nostra carriera, senza mai propinarci la storia del “devi fare solo ciò che ti piace senza pensare ai soldi e allo status sociale” (forse questa è una prospettiva ancor più privilegiata), dobbiamo pensare al perché ci piace, cosa ci ha fatto innamorare del nostro campo di studi. Cosa ci ha fatto sognare di diventare giornalisti, diplomatici, medici, ingegneri?
In una società che sembra remarci contro in ogni modo, in un sistema così instabile e poco fiorente per la nostra generazione, forse una possibilità di riscatto possiamo immaginarla nel cambiamento che ognuno di noi potrebbe portare alla società e alle nostre singole vite, facendo con passione ciò che facciamo. Etimologicamente, per quanto ormai la nostra concezione sia stata radicalmente stravolta, la Filantropia non è qualcosa che appartiene ai ricchi e ai potenti. E non è forse fare ciò che facciamo con amore, pensando alla collettività, il vero modo per essere filantropi?
Mi piace pensare, ogni volta che faccio qualcosa, alle parole di Lorenzo Orsetti: “Ogni tempesta comincia con una singola goccia. Cercate di essere voi quella goccia.”
E se fosse proprio questa, la soluzione alla quale aspirare?
Credit foto in apertura: Rete degli Studenti Medi Massa



