UN BLOG
IN FORMA DI MAGAZINE
E VICEVERSA

Allonsanfàn
{{post_author}}

My name is Orson Welles, il più grande di tutti in mostra a Torino

Pur di riuscire a fare soldi e dar vita ai suoi mille progetti visionari, «Il faisait des bêtises», sorride Frédéric Bonnaud, direttore della Cinématèque Française, e come dargli torto? Qualcuno ricorda ancora un Carosello italiano annata 1966: Orson Welles per pubblicizzare l’amaro Stock 84 finge di provinare un’attrice danese in italiano, con un buffo accento Usa, ma il tocco da larger than life si sente eccome, quando per scusarsi, avvisa: «Non parlo un toscano purissimo», e non dice “un italiano”, perché passi fare bêtises, sciocchezze, ma almeno riferendosi alla Toscana dei geni del Rinascimento, che lui senza dubbio considerava suoi pari!

Orson Welles
Il cittadino Kane

In effetti Orson Welles in Italia è stato – anche – una meravigliosa puttana, che si vende al cliente più ricco, ma per farlo con tanta nonchalance occorre avere l’ego d’acciaio inossidabile che al nostro non mancava, altrimenti è impossibile essere l’enfant prodige che a soli 25 anni firma Citizen Kane (Quarto potere), il capolavoro della storia del cinema, e poi prestarsi a Silenzio si gira, la serie di spot di cui sopra, dove ammicca come ci si aspetta che ammicchi, gigioneggia, gioca alla caricatura di se stesso.

Ha una sua coerente e nobile giustezza il fatto che proprio la Mole Antonelliana di Torino ospiti la mostra My name is Orson Welles (fino al 5 ottobre), che arriva appunto dalla Cinémathèque di Parigi, dove ha iniziato il suo percorso. Welles ha vissuto in Italia per circa 6 anni, dal 1947 al 1953, in fuga da un’America dove imperava la caccia alle streghe del maccartismo, in cerca di nuove opportunità. Se ne andò poi dopo un amore finito malissimo, con l’attrice Lea Padovani – e come fanno a volte i maschi, si vendicò in seguito parlandone come di: «Un cessetto italiano che mi tirava scemo» (A pranzo con Orson, Henry Jaglom, Adelphi) – un pugno di film dimenticabili (Cagliostro, La rosa nera, Il principe delle volpi); una curiosità da cinéphiles oggi assurta a film di culto come L’uomo, la bestia e la virtù di Steno, con Totò; una nuova moglie, la contessa Paola Mori, che gli diede l’ultima figlia, Beatrice, e naturalmente dopo aver girato parte dell’immenso Otello.

Ma ci furono anche intellettuali italiani che lui corteggiava, e che lo capirono ben poco, trasudanti quell’atavico scetticismo fonte d’ispirazione per Un marziano a Roma di Ennio Flaiano. Per paradosso, ne comprese invece appieno la portata un uomo politico, Palmiro Togliatti, che dopo un famoso incontro, lo definì: «L’americano più intelligente che abbia mai conosciuto».

Orson Welles
Un grande da piccolo

La mostra torinese è bellissima, elicoidale, perché segue le sinuosità della Mole e inizia proprio dall’inizio, ovvero da un Orson di 10 anni, con ciuffetto sulla fronte e guance paffute, già protagonista di un articolo pubblicato sul Capital Times in quanto piccolo genio: disegnatore di fumetti, attore, poeta. Da un anno, il futuro grande regista era orfano di madre, morta prematuramente a soli 43 anni.

Beatrice Ives, pianista, suffragetta, e il padre Richard, inventore, alcolista, si erano separati quando Orson aveva appena 4 anni e il figlio maggiore, Richard junior, nato con gravi problemi psichici, viveva già da tempo in un istituto. Orson venne dunque adottato da tutta la cerchia di amici intellettuali dei genitori, e proseguì a vivere educato in maniera originale ed eclettica, a dipingere, recitare, fare radio.

Incominciò a viaggiare in lungo e in largo in Europa, e nascono qui le meravigliose leggende che la mostra ci ricorda, è bello crederci anche quando ad alto tasso d’improbabilità (gestore di un bordello a Siviglia!). In fondo, la realtà è deludente, ha ragione il nostro Paolo Sorrentino, con cui, probabilmente, sarebbe andato d’amore e d’accordo.

Orson Welles
Un incontro con Shakespeare

Locandine dei film più noti, fotogrammi che fanno tremare i polsi, come quello che illustra Xanadu, la dimora caravanserraglio del protagonista di Citizen Kane, ispirato alla figura dell’editore Randolph Hearst. Ovviamente, molte foto di lui, alcune famosissime, come quella che lo vede nell’ottobre del 1938 mentre spaventa per radio tutta l’America facendole credere fosse in corso lo sbarco dei marziani, adattando il romanzo di H.G. Wells The War of the Worlds, La guerra dei mondi, o quella, capolavoro, di Nicolas Tikhomirof, che nel 1964 lo immortala in Spagna, sul set di Chimes at Midnight (Falstaff), mentre fuma l’immancabile sigaro cubano, illuminato da un fascio di luce che entra da una piccola finestra.

A proposito di sigari, sono una vera chicca della mostra le meravigliose scatole di Montecristo che Welles dipinse a olio e china per l’amico Angelo Francesco Lavagnino, il compositore della colonna sonora di Otello. «Le nostre opere in pietra, in pittura, in stampa, vengono risparmiate. Alcune di esse, per qualche decennio o un millennio o due, ma alla fine tutto deve finire in guerra, o svanire nella cenere ultima e universale: i trionfi, le frodi, i tesori e i falsi», dice in F for fake. Sarà, ma intanto, spolpiamolo ancora come lui avrebbe amato, Orson, godiamo del suo genio.

  • Fino 5 ottobre 2026, il Museo Nazionale del Cinema ospita la mostra My name is Orson Welles. Info, qui
I social: