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Edith Wharton, L’età dell’innocenza: tra stecche di balena e servizi d’argento

Con L’età dell’innocenza Edith Wharton fu la prima donna a vincere il Premio Pulitzer nel 1921, e sarebbe un errore credere che lo abbia vinto scrivendo un romanzo d’amore. Infatti il corposo volume che ci troviamo davanti è lontanissimo dall’essere un’opera convenzionale, anche se si mimetizza molto bene. Qui siamo nella New York degli anni ’70 dell’Ottocento, in un contesto alto borghese e Newland Archer, giovane rampollo di ricca famiglia, è promesso sposo di May Welland, ingenua, virginale e ovviamente innocente. L’idillio si interrompe quando compare un’altra donna, l’affascinante Ellen Olenska, una lontana parente che, sposata malissimo a un conte ungherese in Europa, è ritornata in America per riprendere il suo posto.

Madame Olenska è bellissima, esperta, affascinante, esotica, intelligente e Newland perde la testa, fino a immaginare di abbandonare tutto per lei, però è un vile e non ha il coraggio di infrangere le regole della buona società e così sposa May, fa un ragionevole numero di figli e lascia che Ellen se ne torni, sola a Parigi. Sembra proprio il plot di una storia d’amore, di quelle struggenti senza lieto fine, eppure c’è un enorme “ma” che aleggia e che si rivela nell’ultimo sorprendente capitolo: Newland Archer, ormai vedovo, viene a sapere dal figlio che in punto di morte la moglie May gli ha confessato che lei ha sempre saputo che il marito aveva amato profondamente la contessa Olenska, ma che aveva rinunciato all’amore in nome del rispetto per la famiglia. Il figlio ha organizzato un incontro a Parigi tra il padre e Ellen, per concedere finalmente a Newland di vivere quel sentimento che ha atteso per tutta la vita, ma lui, arrivato fino sotto casa della donna, se ne va senza nemmeno entrare avendo capito che il passato non può ritornare.

L’età dell’innocenza Edith Wharton
Lo studio di Edith Wharton, The Mount, Lenox, Massachusetts

La Wharton, abile e astuta, è riuscita a creare una straordinaria opera a chiave, un trattato di sociologia tra stecche di balena e servizi d’argento. Infatti l’autrice apparteneva alla stessa altissima borghesia newyorkese che descrive e, dopo un matrimonio sfortunato presto archiviato, era diventata una espatriata di lusso nella Parigi dei primi del Novecento, dedicandosi ai viaggi, all’acquisto di meravigliose proprietà, al giardinaggio e soprattutto alla stesura di romanzi di grandissimo successo.

In Europa aveva conosciuto un altro emigré, Henry James, di cui era divenuta intima amica e che l’aveva incoraggiata nella sua carriera letteraria. È molto probabile che la Wharton abbia usato il cognome Archer per il protagonista di L’età dell’innocenza come omaggio all’amico scomparso nel 1916 e alla sua eroina Isabel Archer, indimenticabile protagonista di Ritratto di signora, senza dubbio il capolavoro di Henry James.

Edith Wharton
Henry James ritratto da John Singer Sargent

In effetti, risulta interessante il confronto tra le opere dei due autori: la Isabel Archer di James è una ragazza ricca e libera, che vuole sfruttare la propria vita per uscire dalle convenzioni del suo ceto sociale, ma fallisce miseramente e solo per colpa sua, perché non ha la furbizia, né l’esperienza o le capacità per riconoscere il tranello che le sta giocando Osmond, l’uomo che riuscirà a farsi sposare e a rinchiuderla nella gabbia da cui lei era convinta che sarebbe riuscita ad uscire. Anche Newland Archer della Wharton non riesce a uscire dalla gabbia delle regole imposte dalla società americana, regole che lui ha introiettato e sull’obbedienza alle quali ha basato la sua intera vita. La società è più forte dell’individuo, e il denaro ne è il collante, ma anche il fine ultimo, che tiene insieme il complesso meccanismo di sorrisi, menzogne, mezze parole, pettegolezzi di cui la società stessa si nutre. Solo Ellen Olenska, la donna della scandalo, chiacchierata e contesa, in definitiva farà la scelta migliore, andandosene da New York e rinunciando all’amore, per conservare la propria dignità.

Wharton Età innocenza
Nella traduzione di Sara Antonelli, Feltrinelli 2017

Per mostrare queste dinamiche sociali, Edith Wharton usa l’affilatissimo strumento dell’ironia, senza trascendere mai né nella comicità né nel sarcasmo, e che deriva dallo sguardo distaccato dell’autrice che osserva con piglio antropologico o meglio entomologico ciò che accade nella high society, ingabbiata in riti di autolegittimazione, per lo più basati sull’ostentazione del censo. In quei salotti, teatri, appartamenti viene premiato il conformismo più radicale, e in quella società dell’apparenza viene premiata l’ipocrisia, non solo quella strategica della Madame de Merteuil de Le relazioni pericolose, ma anche quella ipocrisia di chi sa o crede di essere dalla parte della ragione, in quanto giusto e puro (e si sente molto il puritanesimo americano) e perciò si autoassolve dai propri peccati.

Se mai Newland ha sognato di uscire da quelle pastoie, ha fallito e ha dimostrato di essere due volte schiavo: in primis è schiavo delle convenzioni, e poi è schiavo della moglie May, la vera eroina del libro. Infatti è lei che vince su tutta la linea, ottenendo esattamente quello che voleva, posto che si possa chiamare vittoria l’asservimento a regole assurde e umilianti, fingendo per tutta la vita di essere una donna docile e poco intelligente. May si è installata in un ordine borghese senza metterlo in discussione e la rivelazione finale che fa in punto di morte al figlio è quella che scardina tutto il romanzo: Edith Wharton, così, ci mostra quanto sia devastante e violenta la lotta degli individui che cercano di trovare uno spazio nell’ordine borghese.

Wharton
Nella traduzione di Mariarosa Bricchi, Bompiani, 2019

Proprio la brutalità sottintesa alle raffinatissime scene del libro è ciò che ha attirato Martin Scorsese, che nel 1993 ne ha diretto la versione cinematografica, traendone una pellicola pluripremiata e, a conti fatti, perfettamente in linea con la sua filmografia. Lo stesso Scorsese, senza mai giocare sul melodramma e scrivendo una sceneggiatura particolarmente fedele al testo della Wharton, non esita a farci sentire lo stridore dei denti e la rabbia dei personaggi imprigionati in una rete di sottintesi e maldicenze. Quando finalmente nell’ultima scena vediamo Newland che, in un tripudio di violini, se ne va lentamente, rinunciando di nuovo all’amore, consapevole che non si può mai tornare indietro, ci ricordiamo che questa stessa lezione la imparerà tragicamente anche il Gatsby di Fitzgerald, anche lui sconfitto dalle illusioni, a dimostrazione che il mito dell’idealizzazione del tempo perduto aveva già iniziato a scricchiolare.

In apertura, fotografia di Edith Wharton, scattata da E. F. Cooper, a Newport, Rhode Island. Courtesy of the Beinecke Rare Book & Manuscript Library, Yale University (altri credit: Edith Wharton’s studio, The Mount, The Berkshires, MA by pabsanch is licensed under CC BY 2.0.)

  • Lorenza Lullini, docente di italiano e latino in un liceo di Bologna e blogger culturale, scrive qui di libri importanti e dimenticati
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