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Brando. In Non c’è #storia i cliché storici nei media italiani

Quante volte sentiamo dire che viviamo in un Medioevo, che è una caccia alle streghe o che qualcuno fa un processo inquisitorio? Tante, senza dubbio. Ogni giorno si utilizzano riferimenti storici. E lo si fa certo non in senso positivo: preistoria, medioevo, caccia alle streghe, inquisizione e Far West sono, nel lessico dei media e nella cultura di massa, sinonimi di regressione, caos, arretratezza, inciviltà, imbarbarimento, violenza, oscurantismo. Ma quanto c’è di realmente storico in queste espressioni? Davvero molto poco secondo Marco Brando, autore di Non c’è #storia. I cliché storici nei media italiani (Salerno editrice). Si tratta di luoghi comuni che finiscono per deformare la percezione del passato e, allo stesso tempo, impoveriscono il dibattito sul presente.

#Non c'è storia Brando

Nel suo nuovo saggio Brando (giornalista, divulgatore, storico e autore di numerosi libri) analizza con rigore, ma anche con un linguaggio chiaro e spesso ironico, il modo in cui i media e i social network trasformano intere epoche storiche in etichette pronte all’uso, ricorrendo continuamente a immagini e paragoni storici per semplificare eventi complessi. Scorciatoie che finiscono spesso per alterare il significato stesso della storia, trasformandola in un repertorio di slogan più che in uno strumento di comprensione.

Non c’è #storia è un viaggio tra stereotipi consolidati che smonta molte convinzioni diffuse e invita il lettore a guardare la storia con maggiore senso critico. Si parte da un interrogativo: “Perché” scrive Brando “scegliamo proprio la Preistoria, il Medioevo e il Far West come discariche dei nostri pensieri, per lo più quelli negativi e pessimistici? È un caso fortuito o, più verosimilmente, si tratta di una scelta determinata dalle stesse radici storiche di quegli stereotipi, dal modo in cui sono stati concepiti e utilizzati in periodi più o meno lontani?”. Un tema complesso, su cui Brando costruisce un saggio scorrevole, ricco di esempi concreti tratti dall’attualità mostrando come certe espressioni siano diventate formule automatiche, ripetute senza una reale consapevolezza del loro significato.

#Non c'è storia
Marco Brando

Nel giornalismo si sta diffondendo sempre più quella che Sergio Lepri chiamava malattia professionale. “Si manifesta attraverso l’uso abbondante di frasi fatte” scrive. “Come agghiacciante sciagura, tragedia maturata, dramma della gelosia, vero e proprio…”. E ancora: “questo lessico inevitabilmente imperversa sulle piattaforme digitali, che a loro volta influenzano i professionisti dell’informazione (in particolare i giornalisti) e della comunicazione (influencer, creator digitali, youtuber, tiktoker, pubblicitari, conduttori televisivi…)”.

Più che una semplice critica al linguaggio giornalistico, Non c’è #storia è comunque un invito a usare le parole con attenzione. Comprendere il passato significa evitare di piegarlo alle esigenze del presente, riconoscendo la complessità delle epoche storiche invece di ridurle a slogan.

Non c’è #storia è un saggio consigliato a chi la storia ama e ama anche il giornalismo, la comunicazione e il fact-checking culturale. A tutti quei lettori curiosi che desiderano capire come nascono e si diffondono i luoghi comuni storici. Non offre soltanto informazioni: insegna un metodo (dubitare delle semplificazioni, verificare i riferimenti e recuperare il valore autentico della conoscenza storica) che smonta luoghi comuni consolidati e restituisce complessità agli eventi storici.

Non c’è #storia parla certamente di storia, ma anche di informazione, di responsabilità del linguaggio e di spirito critico. ricorda che le parole hanno un peso. Sottolineando come il passato non possa e non debba essere ridotto a una metafora buona per ogni occasione.

 

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