Paolo Strippoli potrebbe rappresentarci agli Oscar col suo L’estranea ed è un’ottima notizia. That’s entertainment, è un film di quelli che è difficile non ammettere t’inchiodino alla sedia, la trama apre interrogativi che vuoi risolvere, persino quando decide, con estrema chiarezza d’intenti, senza barare, di rispettare in pieno i canoni del genere horror-thriller.
È appunto un film di genere, evviva! Sembrerà banale esserne contenti, ma rispetto ai cugini d’Oltralpe, ad esempio, noi bazzichiamo il genere con esagerata parsimonia. Sarebbe ora di invertire la rotta, uscire dai tinelli marron dei soliti attori feticcio, spesso male utilizzati. Anche Strippoli li usa, ma bene, e ci ricorda cosa voglia dire saper dirigere un cast.
Il regista pugliese ha 33 anni, età con la quale non ha fatto ancora in tempo a diventare né il solito stronzo, né un venerato maestro, come direbbe Arbasino. Un plauso quindi ai 5 di ANICA che hanno avuto coraggio e molto a sorpresa. l’hanno candidato a rappresentarci a Los Angeles, cito tra tutti la regista Cristina Comencini.

Anni Novanta, entra in scena la famiglia Colonna, proprietaria della boutique di riferimento della Bari ricca, all’apice della sua luccicanza. Anna (Jasmine Trinca), la madre, è una bella donna con antiche velleità d’attrice, e ha deciso di dare un ricevimento il giorno arci-italiano per eccellenza, a Ferragosto. È l’occasione per inaugurare la bella villa con piscina che abiteranno, con un white party dove il marito Walter (Adriano Giannini) gigioneggia alla grande e i due bellissimi figli Alice e Tobia giocano con gli amichetti, in un’atmosfera che potrebbe benissimo riecheggiare la California.
Sole, bicchieri pieni, gioielli, chiacchiere, e un prato verde-verdissimo, puro technicolor. Dopo una fotografia che immortala il momento dorato, il dramma: Alice viene morsa dall’amato pitbull di famiglia, finisce in ospedale e rischia di perdere la gamba. Nella chiesetta del nosocomio, Anna incontra una bizzarra signora in trench (Valeria Bruni Tedeschi) che le propone un patto diabolico, quasi fossimo in una fiaba nera dei Fratelli Grimm o di Andersen: la bimba non perderà la gamba, ma solo in cambio di qualcos’altro.

Non sono pazza, non ci penso neppure a raccontare il resto, dirò solo che ci sono quattro capitoli (La Figlia, Il Figlio, Il Padre, La Madre) più un epilogo, e che la bizzarra signora ricomparirà più volte nel corso degli anni a reclamare i suoi pegni, implacabile. Il racconto procede à rebours, è la Madre a svelare alla Figlia il lato b di tutta la loro esistenza, uno stratagemma narrativo iper classico, ma è giusto così, siamo in una fiaba.
Trama a parte – un film così va visto senza troppe anticipazioni – il diavolo è soprattutto nei dettagli, godibilissimi: Strippoli ha i suoi riferimenti, che si vedono (ah, quel formicaio sul prato, in puro stile Lynch! Ah, Kubrick e le sue fotografie che svelano! Ah, il balletto sorrentiniano delle bimbe vestite a festa!) eppure ci mette molto di suo, gioca e ci trascina nel suo gioco talentuoso. La strega cattiva, ad esempio, anche grazie alla leggerezza di una Valeria Bruni Tedeschi in gran spolvero, ha una bellissima ironia, «Peccato, io tifavo per la Francia», sorride snob quando ricompare il giorno della finale dei Mondiali di calcio del 2006.
«Questo film non ha niente di sociale», mi dice un collega, che pure se l’è goduto. Mica vero. Non ha il messaggio forte e chiaro di un Parasite, lotta di classe, invidia e problema abitativo declinati in chiave distopica, ma è un viaggio sull’ottovolante vertiginoso e spaventoso della figura materna, della paura atavica che gli uomini hanno delle donne.

La Madre che nutre (pure troppo…) e poi lascia a bocca asciutta d’attenzione vera, tanto da essere l’ultima ad accorgersi dell’omosessualità della figlia, che da adulta è un’intensa Romana Maggiora Vergano; la Madre egotica che sposta le figurine del suo presepe famigliare mentre mastica rotelle di liquerizia, in un spirale che richiama allo strapotere, almeno in famiglia, di un femminile che in questo momento storico non ha un contraltare degno («Non credevo che gli uomini fossero così imbranati, non riescono neppure a suicidarsi!», ride la strega).
Jasmine Trinca è molto brava, a riprova che la regia conta moltissimo, specie ricordandola in quel pasticciaccio, brutto, di Illusione: spiace per Francesca Archibugi, ma laddove Trinca era stereotipata e prevedibile, qui è credibilissima, sfaccettata, cangiante, un’altra attrice.
Strippoli sa girare, e gli si perdonano persino un diluvio universale un po’ troppo insistito, un brano dei Baustelle, Nessuno, che diventa lui stesso protagonista, tocchi di autocompiacimento nella scena essenziale della folla che festeggia la vittoria dei Mondiali di calcio, perché è oggettivamente bella da vedere, e alla fine il cinema dev’essere bello, visionario, volare alto e se ce lo ricorda un regista nostrano, siamo contenti.
Nella foto di apertura, nella bufera: Romana Maggioni Vergano con Jasmine Trinca



