Se la prima inquadratura non mostrasse una mano sapiente che pulisce le sue pipe, non indovineremmo mai che Jules Maigret è il minutino, pelato, seduto alla scrivania e ci concentreremmo sulla silouhette massiccia che si vede di schiena, e che invece risponde al nome di Janvier, uno dei suoi sodali.
Pascal Bonitzer, il regista di Maigret – L’amore e la morte ha deciso di spiazzarci, scegliendo come protagonista Denis Podalydès, attore della Comédie Française, un tipo mercuriale che cammina e si muove in fretta nonostante il pesante cappotto, tra i pochi pegni estetici pagati alla famosissima figura letteraria del commissario simenoniano. Non è l’unica libertà che si è concesso: la storia, tratta dal romanzo Maigret et les velillards (Maigret e i vecchi signori, Adelphi), pubblicato nel 1960, è qui contemporanea, e accentua ancora di più la distanza siderale tra il mondo moderno e un’enclave di mummie con titoli nobiliari e costumi medioevali.

Monsieur Berthier-Lagès, ex ambasciatore bon vivant, è stato ucciso nel suo studio a colpi di pistola. Lo ha trovato la fedele tuttofare Jocotte (Anne Alvaro), di fatto l’unica donna che ha condiviso ogni giorno con lui. Eppure, l’uomo è stato legato per tutta la vita alla principessa de Vuynes (Dominique Raymond), regolarmente sposata con un principe, come da desiderata familiari, che guarda caso è morto pochi giorni prima dell’omicidio. La storia con Berthier-Lagès era di tutt’altro genere, un amor cortese apparentemente mai sfociato nella fisicità, ma alimentato da una fittissima corrispondenza epistolare alla base dell’inchiesta.
Fanno capolino anche un enigmatico nipote antiquario (Micha Lescot), unico famigliare del morto, che l’ex moglie descrive come un sadico, e il figlio della principessa (Laurent Poitrenaux), rassegnato spettatore dell’eterna storia d’amore mai consumata tra la madre e Berthier-Lagès.
Ogni vestale del culto di Maigret sarà inizialmente spiazzato dalla fisicità anomala del commissario, così lontana dal ricordo del nostro Gino Cervi o di Jean Gabin, per citare gli interpreti più amati, o dall’ultimo Gérard Depardieu diretto da Patrice Leconte in Maigret. Eppure, passo dopo passo, a Denis Podalydès riesce il miracolo di annullare questa incongruenza; il suo fastidio rispetto ai cicisbeismi di un certo mondo chiuso traspare sotto pelle in maniera molto efficace, gli interrogatori si fanno meno formali e sempre più incalzanti, concreti, diretti.

Ritroviamo insomma il nostro Maigret, ritroviamo soprattutto Georges Simenon e non a caso il figlio John figura tra i produttori del film, distribuito da Lucky Red.
La disamina sottile dell’universo umano, dove il non detto ha sempre il peso più rilevante e quel che si vede spesso invece è un contenitore vuoto, disegna la cifra anche di questa storia, ben gestita da Bonitzer.
Quando torna a casa – dove a volte addirittura cucina lui! – Maigret abbraccia la sua signora, che ha le belle fattezze non trasformate da ritocchi estetici di Irène Jacob, meravigliosa musa di Krzysztof Kieślowski. Un piacere ritrovarla, anche se in un piccolo ruolo.
Nella foto di apertura, Denis Podalyd in Maigret – L’amore e la morte (copyright LuckyRed)



