Esce nel maggio del 1968, fatidica data, un romanzo leggero ma non troppo, tra le cui righe si sente battere leggiadramente una macchina per scrivere Olivetti – le Underwood, nota l’autore, sono un po’ funebri. E poi Il letto in piazza – Rizzoli editore, l’ho appena acquistato su una bancarella per due euro ed è pure autografato – ha per sfondo gli alti e bassi della prestigiosa rivista letteraria Universo.
Bassissimo è l’umore del direttore Bruno Nogara, in apertura di libro: gli sono sfuggiti, per colpa del molto sinistrorso e scazzato redattore Baldi, i diritti di un romanzo poi divenuto miliardario; al Baldi era parso una “trombonata” (magari alla Gattopardo?) e invece adesso ha vinto il premio Venezia…

L’autore de Il letto in piazza è un giornalista scrittore in vita assai prolifico e ora molto dimenticato. Nantas Salvalaggio (1923-2009), veneziano, aveva una penna brillante e la dedicava a un pubblico famigliare sebbene speziasse spesso con un pizzico di erotismo la sua scrittura. Riletto adesso, Salvalaggio è brioso e spiritoso e di mano svelta (quasi troppo) sulla distanza del romanzo, e però si capisce bene perché era bocciato dall’intelligenza del tempo, che lui tra l’altro irrideva.
Già inviato del Giorno e tenutario di rubrica su Oggi, Salvalaggio incomincia presto a confondersi con i personaggi delle sue opere di fiction: si rivelerà infatti un autoproclamato viveur, un dandy dalla roca e suadente voce – la radio sarà un’altra delle sue specialità -, che non crede affatto alle umane sorti e progressive. Come i suoi disinvolti antieroi farà mostra di conoscere il mondo beffandosi di chi si agita troppo, in specie se sogna una improbabile rivoluzione.
Il letto in piazza, che peraltro per trama e lingua è più sofisticato di metà dei romanzi italiani in questo momento in classifica, cade nella fascia della letteratura popolare – “popolare” significa semplicemente “di largo consumo” – che si avvicina appena ai “romanzi della tradizione” e schiva decisa gli esperimenti risvegliatisi col gruppo 1963.
Il middlebrow Salvalaggio appartiene alla razza dei narratori-cronisti di costume, che intrecciano giornalismo e letteratura, e che – accade in Dino Buzzati, Orio Vergani o Indro Montanelli – traspongono la cronaca, l’aneddoto e l’osservazione sociale nelle loro opere narrative.
Non per caso ne Il letto in piazza, tramite il personaggio del giornalista Alberto Fiumi, Salvalaggio si prefigge di creare lui una “letteratura della realtà”, ma della realtà vera, quella di paese e del Paese. Niente ubbìe esistenzialiste o, peggio, incomunicabilità a buon mercato. Si imbatterà così, durante la sua missione sul lago di Garda, in un borioso dongiovanni noto come “Il falco da fienile” e si destreggerà in un racconto che per metodo dovrebbe richiamare (lo dice, esagerando, l’aletta di copertina) A sangue freddo di Capote.
In verità, molto presto lo scrittore Salvalaggio, che pure aveva aperto bene, perde lo sprint e sbaglia i toni in una vicenda bozzettistica, tutta cliché e personaggi fantasmatici, siano pure femmine fatali, rimanendo lontano nel risultato da altri umorali scrittori delle sue terre – chi ricorda Il commissario Pepe di Ugo Facco De Lagarda? – e anche dal cinema coevo, mi viene in mente il Germi di Signore & Signori, datato 1966.
Scopro adesso che anche Il letto in piazza è diventato un film nel 1976, regista l’onesto artigiano Bruno Gaburro, protagonista Renzo Montagnani, allora dominatore incontrastato di una versione scollacciata della commedia all’italiana. D’amore e di corna, appunto. Lo cercherò.
Ecco: ero partito per rivalutare il buon vecchio Nantas, e ho fallito, forse stornato dalla mia seriosità e dalla sua giornalistica fatuità. Vi segnalo però che, sulla trentina che ne ha scritti, alcuni romanzi veneziani sono godibili, per quanto meno ambiziosi di questo, per esempio Il campiello sommerso o Fuga da Venezia… E poi annoto brevemente qui sotto perché Salvalaggio (per una volta bacchettone!) non cadrà mai davvero nell’oblio.

Nel dicembre del 1980, un semisconosciuto Vasco Rossi si esibisce in tv durante Domenica In dal Motor Show di Bologna cantando Sensazioni forti. Salvalaggio scrive un pezzo critico, insolitamente violento, su Oggi nella sua rubrica La società in cui viviamo.
“Ma poi, come una manciata di guano in faccia, è apparso un ‘complessino’ che io destinerei volentieri a tournée permanenti in Siberia, Alaska e Terra del Fuoco. Il divo di questo ‘complesso’, che più complessato di così si muore, è un certo Vasco. Vasco de Gama? Ma no, Vasco Rossi… per descriverlo mi ci vorrebbe la penna di un Grosz, di un Maccari: un bell’ebete, anzi un ebete piuttosto bruttino, malfermo sulle gambe, con gli occhiali fumè dello zombie, dell’alcolizzato, del drogato ‘fatto’…”. Salvalaggio, vecchio viveur da nightclub, non riconosce affatto il nuovo viveur da spericolata vita rock.
Vasco decide di non replicare, ma di usare la sua musica. Quando presenta Vado al massimo al Festival di Sanremo nel 1982, inserisce nel testo una frecciata ironica per Salvalaggio: assicura che non diventerà mai come “quel tale che scrive sul giornale”…

Nella foto in apertura, Nantas Salvalaggio nel 1998



