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Ero pronto per il Salone del libro di Torino. Poi stocazzo! è scoppiato il virus

Era tutto pronto. Lo stand prenotato al Salone del libro di Torino, il lancio del nuovo sito, migliaia di copie degli otto titoli in catalogo stampate e ristampate e inscatolate e parcheggiate in salotto.

Andava tutto bene. Pococondriaco aveva venduto 9.000 copie, non uno scherzo nel panorama editoriale di questi tempi.

Poi…

«Stocazzo di coronavirus!».

Stocazzo sì, proprio come il nome che Maurizio Sbordoni (nella foto in alto) ha dato alla sua casa editrice («Cercavo un editore che permettesse alla mia opera di arrivare al lettore e, soprattutto, pagasse il mio lavoro di autore. Stocazzo, penserai tu, fa tutte queste cose, e addirittura ti paga i diritti d’autore? Sì, e allora l’ho chiamato così quell’editore. Che sono io»).

Di Sbordoni ho raccontato la storia che partiva da quando, al responsabile di un’agenzia di comunicazione milanese molto cool, amante di termini come brand positioning, product brand, visual, programmatic advertising, aveva risposto che il segreto per vendere è il cuore.

Una provocazione? Decisamente. Ma – altrettanto decisamente – ha funzionato. Poi si è messo in mezzo il virus.

Maurizio Sbordoni stocazzo editore
Maurizio Sbordoni

Maurizio, quante volte hai esclamato “stocazzo!” in questi giorni?

«Mah! Neppure tante se parlo di me. Io sono un ipocondriaco e l’obbligo delle mascherine, la distanza tra le persone, la vita ritirata danno tranquillità. Ho sempre sognato questo tipo di misure anche durante i picchi virali – come quello dell’influenza – che ogni anno causano decine di migliaia di morti.

Se parlo come editore, però, le cose cambiano. Dopo un anno di investimenti, sacrifici e tanto lavoro ero sulla rampa di lancio: tre… due… uno… stavo per decollare alla volta di Torino. Ma il virus ha bloccato il lancio e nessuno mi risarcirà del danno. Che è grande. Al Salone del libro avrei dovuto presentare Stocazzo al mondo editoriale. E lanciare il sito stocazzoeditore.it».

Al Salone di Torino saresti stato presente come Stocazzo editore?

«Certo. Quando sarà – l’anno prossimo ormai – a Torino aprirà lo stand di Stocazzo. Ho un rapporto meraviglioso con i responsabili del Salone: hanno capito il significato della mia scelta e hanno chiuso un occhio sulla parolaccia».

Cosa avresti presentato a Torino?

«I titoli in catalogo. Otto libri, tra cui Pocondriaco e Stavo soffrendo ma mi hai interrotto e la favola per bambini Capricciosetta. Tutti scritti da me. Perché Stocazzo pubblica solo me. Pubblicare altri era un’idea che stava maturando ma in un momento come questo è prematuro parlarne».

E adesso, in piena pandemia, Stocazzo che fa?

«Il sito, dove è possibile acquistare i libri, è andato in Rete. E io ho pensato che anche un’idea provocatoria come Stocazzo potesse dare una mano agli ospedali. Il ricavato dalla vendita del libro L’Italiana va interamente allo Spallanzani di Roma e all’Humanitas di Milano».

Di cosa parla L’Italiana?

«Guarda, io di solito scrivo nella sfiga. Ho pubblicato Stavo soffrendo ma mi hai interrotto quando è morta mia mamma. Quando si è ammalata mia suocera ho scritto Come fanno i pesci rossi a girare dentro una boccia di vetro senza impazzire?

Sul virus avevo un’idea in testa da un po’. Una riflessione sulla pandemia che, nata in Cina,  trova terreno fertile nel diffondersi in Italia. Dove c’è un popolo che ha fatto della gestualità la sua peculiarità. Che tocca e si tocca e conosce la realtà toccandola, che abbraccia, urla, si dimena, litiga. Che parla con le mani, che ha fatto dell’artigianalità e del parlare a pochi centimetri l’uno dall’altro il suo segno di riconoscimento nel mondo.

L’Italiana è il racconto disincantato, ironico, caustico e cattivo, ma senza mai cedere al “ve lo avevo detto io!”, di un editore-scrittore che fino a poche ore prima che tutto cominciasse era felice come una pasqua tra libri da incartare, ordini da spedire e in 24 ore si trasforma in consulente medico che spiega ai suo familiari e amici cosa non fare e soprattutto cosa fare. Perché dal coronavirus si fa presto a passare al “cojonevirus”, il virus della stupidità. Quello davvero non perdona».

Che risposta hai avuto?

«Commovente tenuto conto che io ho una platea limitata, i miei lettori sono le persone che mi seguono su Facebook. Ti faccio un esempio: Pocondriaco ha venduto 9.000 copie ad altrettante persone con cui, almeno per metà, ho un rapporto diretto, personale.

La mia strategia editoriale è nuova e diversa rispetto a quella tradizionale: per un anno ho proposto i libri porta a porta nel mio condominio. Bussavo e… “Le interessa il mio libro?”.

Credimi, ha funzionato. Con il sito avrei dovuto uscire nel mio quartiere, e poi nel quartiere accanto, e poi in città, e poi cambiare regione. Ma è arrivato il virus ed è scoppiata la terza guerra mondiale».

Chi sono i tuoi lettori?

«Sono persone che, in nove casi su dieci, non leggevano un libro da almeno otto anni. Se di fronte a ciò lo scrittore è addolorato e l’intellettuale è disperato, l’editore non è così scontento: chi compra una dei miei libri acquista un’idea, una provocazione, persino la parolaccia. E si limita a un titolo, perché lo scherzo vale una volta sola. Poi c’è la parte restante, quell’uno su dieci, che legge abitualmente. E che, dopo il primo, acquista anche il secondo e il terzo dei miei volumi».

Come vedi Stocazzo tra un po’ di tempo?

«Io penso di avere un mercato potenziale molto vasto. Oso: sono convinto che entro 5-6 anni sarò riuscito a vendere un mio titolo a metà degli italiani».

Una prospettiva un po’ audace, non trovi?

«Come tutte le persone che hanno intuizioni e vedono qualcosa prima degli altri, ho un po’ di difficoltà a raccontarla a parole. E solo il tempo dirà se io sono un mitomane molto simpatico e un po’ megalomane o uno che ha visto giusto».

Sei ancora convinto che per vendere libri serva il cuore e non il marketing?

«Certo che sono sempre convinto. Perché vendo un prodotto che senza il cuore non potrebbe nascere».

 

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