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Allonsanfàn
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Zack Snyder’s Justice League. Il mondo salvato da supereroi semidei un po’ stanchi

Quando abbiamo conosciuto i supereoi della DC Comics, Superman, ex Nembo Kid, era un uomo d’acciaio che non aveva mai letto Nietzsche, e Bruce Wayne-Batman un miliardario sensibile all’ingiustizia che, se dava un pugno nei telefilm, produceva sullo schermo delle scritte da fumetto, qualcosa tipo Ka-pow!

Era un mondo semplice. Filosoficamente e psicologicamente, un residuo della Guerra Fredda, ossia delle categorie del Bene e del Male. E amen.

Quanti anni sono passati – e quanta storia – quando ci sintonizziamo su Sky per vedere Zack Snyder’s Justice League, il film che nasce da un doppio lutto e si apre visivamente su un’atmosfera da notte dei tempi.

Il nostro povero vecchio pianeta appare sotto minaccia – compreso l’oceano con dentro Atlantide e il tatuato Aquaman. È Steppenwolf il mostro ferrigno che, inviato da forze extraterrestri, per fare il disastro deve unire tre arche prodigiose, le “scatole madri”.

Non fosse per la Lega dei Giusti che recupera forze primigenie e suggerimenti – noi eravamo fermi al bat-segnale – anche dal popolo delle Amazzoni… Questo il punto della situazione. O qualcosa del genere.

Dicevamo di un doppio lutto. La morte di Superman (impensabile!), che precede la vicenda di tenebra del racconto deprimendo la fede nell’ineluttabile vittoria del bene, e una morte più terribile, perché reale, che ha davvero quasi mandato in malora il film.

Per la scomparsa improvvisa della figlia, nel 2017 Zack Snyder abbandona il set e affida Justice League in post produzione a Joss Whedon – non proprio l’ultimo arrivato, visto che ha firmato due capitoli di The Avengers: ma il film esce diverso da com’era stato concepito.

La Warner Bros preme infatti affinché questo capitolo del cosiddetto DC Extended Universe (DCEU) sia meno cupo, più affabile, persino light hearted. Si rigira, si fanno tagli fino a 120 minuti, il flop del pasticcio sforbiciato è persino peggio dell’unione delle tre “arche madri”.

Passa il tempo: a furor di fans e, come in un rilancio a poker degli Studios, Zack Snyder viene richiamato al comando per questo Director’s Cut di 234 minuti.

Snyder ha rigirato il finale e poco altro: l’80 per cento del film è un recupero dei suoi scarti. Ecco la nuova prima mondiale in Usa per HBO, per noi su Sky Cinema e in streaming su Now tv.

Ma che cosa è successo in cinquant’anni ai supereroi? Il loro carisma è stato contaminato dall’umanizzazione del ruolo fino a giungere allo sputtanamento – complice fin dagli esordi l’imprinting Marvel del sorridente Stan Lee.

Mentre Batman entrava nelle buie visioni di Frank Miller – i fumetti anni Ottanta di The Dark Knight – e nella cine-staffetta Burton-Nolan, mentre si sviluppavano e complicavano le esistenze e i traumi dei singoli X-Men e Avengers, il picco negativo per i giustizieri iperdotati è stato forse Watchmen, miniserie a fumetti di Alan Moore e Dave Gibbons, portata sullo schermo proprio da Snyder nel 2009: la lotta privata contro il crimine era stata dichiarata addirittura illegale.

Zack Snyder’s Justice League segue un’altra ricetta-tendenza per fare tornare grandi i suoi protagonisti e il loro cinema. Scartata l’ingenuità che apparteneva all’infanzia del genere, lascia alla concorrenza l’esistenzialismo nero o straccione – e cioè l’evoluzione nel senso del Dark Knight o dei Watchmen – al quale questo si era votato in età matura.

Per superare il distacco tra uomini e superuomini – e non continuare l’ormai stantio cahier de doléances di questi ultimi – sceglie la solennità di un poema epico da giocare sopra le nostre teste. Superuomini semidei. Severi molto e antichi, persino scostanti, come il Batman dal respiro affannoso di Ben Affleck.

Ma la differenza di stili adottati – c’è molto 300, qui dentro, molta fantasy o dark fantasy – e la prolissità roboante di una storia semplice rende irrisolto il film – che diventa abbastanza interminabile nel finale – e lascia lontani dal cuore l’Uomo Pipistrello in tenuta all black, il Flash ragazzino di Ezra Miller, e la collaudata Wonder Woman di Gal Gadot, inquadrati per di più nell’austero formato 4:3.

Forse per questo gli sforzi di Affleck a inizio film per combinare la sua Lega sembrano quasi la metafora di quelli produttivi della Warner, incapace di guadagnare dollari con i suoi DCEU.

PS: possiamo però dirvi che, come quand’eravamo piccoli, ci siamo divertiti lo stesso?

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