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Rileggendo La mia vita di uomo di Philip Roth nell’era del memoir

La biografia monumentale di Blake Bailey (W.W Norton & Company) ha rilanciato, pur non volendo, il solito – ormai è “il solito” – dibattito sui supposti e sordidi comportamenti di Philip Roth (1933-2018), fulminato al tirassegno tra arte e vita. Così oggi ho davanti agli occhi un’immagine un po’ tragica e un po’ ridicola: quella di un pupazzo gigante con le fattezze del vecchio Philip Roth, che scorre per la mira dei “cancellatori” sulle oliate rotaie di un baraccone da fiera sito a Newark, New Jersey.

Succede per caso che sto rileggendo La mia vita di uomo (Bompiani, 1975), ritrovata nella traduzione storica di Pierfrancesco Paolini, e di nuovo annoto che – e forse mai come qui – Roth, alla stregua di tutti i grandi scrittori, ha sempre reinventato e sciolto il mero dato biografico dentro la sua arte. Oppure che, volgarmente – secondo la pretesa dei “cancellatori”, male abituati dai fasti decennali dei memoirs votati alla “verità” dei fatti – ha celato in pagine stratificate di menzogne letterarie le tracce delle sue vergogne.

La prima parte de La mia vita di uomo, uscito in Usa nel 1974 – e dunque scritto attorno ai quaranta – si compone di due testi che raccontano con tono diverso ma non troppo due diverse giovinezze del più notorio degli alterego di Roth, Nathan Zuckerman, qui al debutto – una versione con suicidio di moglie, l’altra no, ma entrambe vissute con la vergogna addosso per chissà quali sensi di colpa. Roth cerca di spiegarceli, qualche pagina dopo, con l’aiuto di uno psicoanalista particolarmente inetto, il dottor Spielvogel (nomen omen). Ma non divaghiamo.

Tutt’e due gli abbozzi di racconto sul giovane Zuckerman scopriamo essere opera di un altro scrittore che, svelato in esergo, prende corpo nella seconda tranche del romanzo. È Philip Roth, dunque, in vena di preveggenti concessioni all’oggi imperante memoir? Macché, lo scrittore è Peter “Pep” Tarnopol – un altro alterego, in seguito pensionato, e oltretutto vittima di un collasso nervoso; Pep ci narra la sua vera (?) storia di romanziere alle prese con la pestifera Maureen, moglie, nemesi e musa, finita (forse per fortuna?) anch’ella suicida.

Dribbling ubriacanti di alias. E ancora: queste confessioni (vedi il titolo molto promettente del romanzo) appartengono a un giovane uomo – nel romanzo Tarnapol è alla soglia dei trenta – che ha a dir poco un senso complesso della vita e della scrittura a meno che non si tratti di sofisticazioni astute di un orco – allampanato e spiritato, ripieno di letteratura europea come solo sa essere un intellettuale americano frustrato – il quale desidera mondare nella fiction i propri misfatti…

Ma è questo il punto? No. Quello che vale è il mondo, i mondi, creati dal romanziere Roth. E comunque: il particolarmente contorto e funambolico autore di La mia vita di uomo conferma di basare – e rimarrà fedele al proposito – una parte non esigua del suo talento – quella che gli procurerà la fama – sulla capacità di guardarsi/inventarsi, sforzandosi di produrre nel corpo a corpo con la scrittura un’idea sulla condizione umana a un certo punto del Secolo Breve. Come ha già fatto e come sempre farà. Persino attraverso le parole di un alterego che porta beffardamente il suo nome, a partire da I fatti. Autobiografia di un romanziere (Leonardo, 1989), nei cosiddetti Roth books.

Non potrebbe funzionare meglio come documento d’identità di uno scrittore non confessional – era la vecchia parola per memoir – a onta delle apparenze, il passo raccolto in Perché scrivere (Einaudi, 2018): “…Il che non significa che non abbia attinto alle mie esperienze per nutrire la mia immaginazione. Questo però non per rivelare me stesso, esibire me stesso o anche solo esprimere me stesso, ma per inventare me stesso. I miei diversi me stesso. I miei mondi”.

Certo. All’Uomo di Newark, restringendo il campo, la genia maschile può risultare parecchio significativa fin dalla nascita tanto da comparire quasi schedabile, oltre che nella serie ubriacante degli alterego, in differenti fasi sessuali durante una vitalissima produzione la quale giunge fino all’impotenza dei personaggi principali post cancro alla prostata.

Si prenda nota. Le pippe con filamenti di sperma che si appiccicano al soffitto di casa Portnoy, le continue richieste di blowjob con deglutizione a partner renitenti – che si moltiplicano nei romanzi giovanili e medi (per questo, Martin Amis sfotte Roth in un saggetto del Moronic Inferno) – le eiaculazioni di Mickey Sabbath sulla tomba dell’amante deceduta… appartengono a un campionario sterminato di machismo post hemigwayano con cui l’Uomo di Newark ha fatto i conti – incastonando in un Roth book persino l’eco (ma giusto quello) della sua storia (felicissima e poi infelicissima e giudiziaria) con Claire Bloom e portando nel ciclo del professor Kepesch le erezioni messe per iscritto fino all’ultimo dei coiti inutili (quelli per schivare la falce) de L’animale morente (Einaudi, 2001). Abbiamo letto in tutti questi anni il più grande e depistante scrittore di amore, sesso e saggezza/follia della mente maschile della seconda metà del Novecento e necessitiamo di un’altra biografia per scoprirlo tra stupore e indignazione? Avanti la prossima.

Ma torniamo per un attimo al pupazzone di Philip Roth del tirassegno di Newark: ognuno ha poi le sue sensibilità, così come nel caso della pandemia ci sembrano funesti e demenziali solo gli assembramenti prodottisi per attività che non ci interessano. Mi spiego. Se la cancel culture avesse davvero a che fare con il cattivo gusto – o l’opportunità storica e umana – di svelare sentimenti sessuali inappropriati, manderei al macero Roth per un solo caso: quando, in un impeto giovanile nutrito di megalomania, Zuckerman immagina di portarsi a letto addirittura Anna Frank, scampata ai campi, e ritrovata a casa di Lonoff-Malamud sotto lo pseudonimo di Amy Bellette, nel peraltro sorvegliatissimo stilisticamente romanzo breve Lo scrittore fantasma (Bompiani, 1979). Titolo che potrebbe peraltro rivelarsi malauguratamente profetico se il Grande Philip verrà prima o poi colpito e “cancellato”. Ma vedrai che no. Speriamo.

IL LIBRO Philip Roth, La mia vita di uomo, traduzione Pierfrancesco Paolini, Bompiani. Poi Einaudi 2011, traduzione di Norman Gobetti

  • Altro Roth su Allonsanfàn . A proposito della serie HBO tratta dal The Plot Against America, qui. Invece, sullo scrittore e il mestiere di leggere, qui

 

 

(Credit: “roth photo” by BibliBeaune is licensed underCC BY-NC-SA 2.0)

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