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Allonsanfàn
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La solidarietà e il green pass. Dove e che cosa abbiamo sbagliato

Riconosco di essere stato fortunato, ma devo dire una cosa che credo di aver già scritto e detto diverse volte: io ho conosciuto un mondo diverso. Eppure non sono così vecchio – anche se ho il vezzo di dire di essere un figlio del secolo scorso. Io ho conosciuto un mondo che di fronte a un’emergenza come quella che stiamo vivendo avrebbe reagito in una maniera completamente diversa. E soprattutto che di fronte alla riconosciuta necessità di avviare una campagna vaccinale di massa avrebbe dedicato ogni energia affinché questo risultato fosse raggiunto nel minor tempo possibile.

Io ho conosciuto un mondo in cui i partiti, le associazioni, le parrocchie, i sindacati – insomma i corpi intermedi, come dicevamo una volta – si sarebbero mobilitati, anche in uno spirito di competizione, per fare in modo che tutti potessero vaccinarsi. Ho conosciuto un mondo in cui non sarebbe stato necessario il green pass, che non è un mezzo di schedatura nazista, come tanti cretini dicono, ma è certamente il segno di una sconfitta, perché l’unico modo che questo paese ha per costringere la persone a vaccinarsi è il ricatto: se non ti vaccini non vai allo stadio, se non ti vaccini non vai in vacanza, se non ti vaccini non vai in pizzeria.

Sconfiggere le malattie, così come curare tutte le persone allo stesso modo, è un obiettivo socialista, se questa parola avesse ancora un senso

Ne avevo un sospetto, per quel poco che mi lascio raccontare da mia moglie Zaira, ma dal momento che non ho praticamente nessuna vita sociale né leggo i giornali o vedo la televisione, né guardo le bacheche dei miei “amici” su Facebook, non mi ero reso conto fino in fondo del grado di abbruttimento sociale e civile che c’è attorno a questo tema. Che è tanto più sorprendente perché è una cosa che ci dovrebbe unire: perché uno non si vaccina per se stesso, ma lo fa inevitabilmente per gli altri, soprattutto per quelli che per motivi di salute non possono farlo. L’immunità di gregge è proprio questo: vaccinarsi in moltissimi affinché chi non può farlo goda della stessa protezione che abbiamo noi che invece possiamo vaccinarci. Ed è il modo in cui abbiamo debellato tante malattie e l’unico modo in cui per ora possiamo combattere questa nuova, e le future che verranno. O che sono già arrivate.

Quando ho scritto sui social, invece delle solite mie storie sui film in bianco e nero e sui musical di Broadway, che la vera libertà non è quella di non vaccinarsi, ma appunto quella di aiutare gli altri facendolo, si è scatenato un putiferio. Ho scritto che parlare di “dittatura sanitaria” è una castroneria, e l’ho voluto scrivere non a caso il 25 luglio, perché quella era una vera dittatura. Ammetto di essere stato anch’io cattivo, perché pensavo di parlare contro miei nemici storici, fascisti e compagnia cantante, con cui sapete che non ho pazienza né voglia di parlare, invece ho scoperto che c’è non solo una differenza politica, ma antropologica. E che la distinzione non è per forza di cose ideologica. Anzi. Ormai è così radicata la sfiducia verso tutti, è così entrato nelle viscere un individualismo violento, che non si è disposti a ascoltare una elementare regola di buon senso.

Io ho conosciuto un mondo in cui i partiti, le associazioni, le parrocchie, i sindacati – insomma i corpi intermedi – si sarebbero mobilitati, anche in uno spirito di competizione, per fare in modo che tutti potessero vaccinarsi

Questo l’ho certamente già scritto, ma lo ripeto. Una cinquantina d’anni fa – ma sembra che sia passato molto più tempo – i miei genitori non si sono posti il tema se vaccinarmi o meno. Per quelli della loro generazione il vaccino non era solo un obbligo sanitario, ma in qualche modo una conquista sociale, il segno che il mondo stava cambiando, in meglio. La possibilità che tutti i bambini venissero vaccinati rappresentava una conquista, perché questo avrebbe significato debellare una serie di malattie, per cui molti, troppi, bambini loro coetanei erano morti. C’era probabilmente un’ingenuità eccessiva in questo affidarsi alla magnifiche sorti e progressive della scienza, così come era a volte mal riposta la fiducia che avevano comunque per il medico, che era uno che aveva studiato e quindi aveva più ragione di loro, che invece non avevano studiato. E infatti uno dei loro principali obiettivi era che noi studiassimo, che diventassimo anche noi dottori. E giustamente noi adesso siamo più attenti e critici, ma la possibilità che tutti i bambini – e gli adulti come in questo caso – siano vaccinati è ancora una conquista sociale e di progresso.

Sconfiggere le malattie, così come il curare tutte le persone allo stesso modo, è un obiettivo socialista, se questa parola avesse ancora un senso. Ma mi sono accorto che ormai non l’ha più. E allora se il mondo in cui viviamo è questo, anch’io mi vaccino solo per proteggere me e mia moglie. Ma questa è una sconfitta.
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