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Zagrebelsky: la lezione non è un tram ma una passeggiata nel bosco

«Sono al termine della mia attività di insegnante. E dopo più di 50 anni di docenza mi pongo – forse con un po’ di ritardo – un interrogativo che, guardando ai miei colleghi, vedo formulato non di frequente: quali sono i doveri dei professori e quali i diritti degli studenti? Troppi pensano che per insegnare sia sufficiente aver vinto un concorso: si va in aula e si comincia a parlare. No, non è questo».

È iniziata così, a Biennale Democrazia a Torino, “la lezione sulla lezione” di Gustavo Zagrebelsky, giurista e accademico, già giudice costituzionale e presidente della Corte Costituzionale. Una riflessione sul fare scuola e sul significato, le condizioni, i doveri e i diritti che si intrecciano in quello che è il momento essenziale della vita scolastica: quella lezione che Zagrebelsky descriverà come «una passeggiata nel bosco» e che definisce «una comunanza di vita attorno all’insegnamento e all’apprendimento». Che scontata proprio non è. «Accade che si crei uno scambio al ribasso: i professori danno il meno possibile e in cambio dagli studenti pretendono il meno possibile. Ma così si affossa la scuola».

La lezione secondo Zagrebelsky è altro. È qualcosa con un sapore quasi magico. A partire dall’aula dove si svolge. «Entra il professore e agli studenti dice “fate silenzio”, che non significa semplicemente “state zitti”, ma “create intorno a voi un vuoto nel quale possano udirsi le vibrazioni della lezione”. Un silenzio che è silenzio di attesa di qualcosa di inatteso, di nuovo».

Intorno alla lezione si crea una comunità «che non è solo la somma di tanti studenti, ma un’unità nella quale stanno le individualità. Ogni classe è diversa dall’altra perché è il prodotto dei tanti interessi, originalità, propensioni che professori e studenti mettono insieme».

Proprio la classe ha un’importanza fondamentale «essendo quasi una rappresentazione in miniatura della società. Formata da elementi che provengono dalla società con le sue divisioni, le sue caratteristiche culturali e anche politiche. Chi lavora nella scuola deve sapere che è come lavorasse sulla società nel suo insieme. Una responsabilità enorme, sia di chi forma le classi, sia di chi insegna, sia degli studenti che costruiscono insieme un piccolo tassello che, unito agli altri tasselli, rappresenterà la società del futuro».

Nel mondo della cultura le idee vanno, vengono, si consolidano «ma nessuno le può controllare in una scuola che sia un luogo di libertà, diceva Pavel Florenskij, monaco filosofo, matematico, scienziato e maestro che sollecitava negli studenti il libero pensiero. Che li incoraggiava a guardare l’oggetto del pensiero da punti di vista diversi. Perché il professore deve aiutare a pensare ma non pretendere che la si pensi come lui». La lezione non è un tram che porta da un posto all’altro ma è una passeggiata, diceva Florenskij. «È il momento in cui ci si guarda intorno, in cui ogni grande questione ne apre sempre una diversa, in cui nasce l’idea che il mondo in cui ci si è avventurati è così complesso che non si riesce a decifrarlo fino in fondo».

Guardarsi intorno è importante «perché la conoscenza è diventata sempre più specialistica. E questo è pericoloso perché priva del discernimento etico. Pensiamo all’energia nucleare che può servire alla guerra ma anche alla medicina, alla genetica che può creare mostri ma anche curare malattie, alla tecnologia digitale che può essere strumento di diffusione della conoscenza oppure di controllo capillare delle nostre esistenze…».

Quello che accadde in un passato non così lontano. Citando ciò che diceva Primo Levi, Zagrebelsky ha ricordato, tra l’altro, che il gas usato per lo sterminio nei campi di concentramento era stato realizzato dalla stessa azienda che – dopo la guerra – avrebbe continuato a produrre l’aspirina. «In quel periodo gli uomini di scienza, le scuole, le università si erano concentrate esclusivamente sull’approfondimento delle loro tecniche, senza guardarsi attorno. Fino a quando è arrivato chi ha usato per fini suoi le scoperte “ingenue” della scienza».

Quando l’insegnante può sentirsi soddisfatto del suo lavoro? «Quando comincia ad avvertire che la sua classe si anima, è percorsa da dubbi e anche da obiezioni. Quando uno studente gli dice “Ci sarebbe anche quest’altro aspetto”. Oppure fa una domanda a cui l’insegnante non sa rispondere se non: “Ci penserò, studierò e magari domani ti dirò”. Non accade di frequente, perché spesso il docente tende a difendersi, a trovare una spiegazione qualunque. Invece, il “vero” professore è quello che è grato agli studenti che gli forniscono stimoli, che gli prospettano punti di vista che mai avrebbe preso in considerazione. Che lo costringono a non sclerotizzarsi sui libri di testo».

In questo contesto voti ed esami, secondo Zagrebelsky, non hanno senso. «Il voto attesta se hai ripassato bene, se hai preso appunti fedelmente, ma non se dentro di te l’insegnante ha acceso la passione e l’interesse per la cultura». Per questo, negli ultimi anni di docenza, Zagrebelsky ha deciso di dare 30 a tutti i suoi studenti. «Ai miei colleghi che mi dicevano ma come, ma perché, ho risposto quello che ho detto a quegli studenti che magari conoscevano a memoria il libro di testo ma non erano riusciti ad accendere dentro di sé una passione, un interesse, una forza creativa: ricominciate a fare la passeggiata».

Tre film sull’insegnamento citati da Gustavo Zagrebelsky

L’attimo fuggente (1989): il professore, brillante e romantico, «in realtà è un manipolatore di coscienze. Della professione ha una visione distorta, fa della sua classe una specie di branco organizzato, con i capi e i capetti che in suo nome trascinano gli altri. Si rivolgono a lui chiamandolo “capitano, mio capitano”. Ma l’insegnante-capitano non corrisponde all’idea della comunità scolastica in cui ciascuno deve dare il suo contributo con la propria personalità e la propria originalità».

Machuca (2004) è ambientato nel Cile del 1973 appena prima (e durante) il golpe di Pinochet. Il preside di una scuola, padre McEnroe, mette in una classe ragazzi di famiglie benestanti e altri che provengono dalle baraccopoli. Un esperimento di integrazione sociale che, dopo un primo momento positivo, fallisce per la presa di posizione della politica e delle famiglie. «Testimonianza di quanto sia importante l’autonomia della scuola rispetto alle pressioni esterne».

Ne L’onda (2008) un insegnante, tramite un esperimento sociale da lui stesso ideato, vuole dimostrare alla sua classe come nascono le strutture sociali autoritarie. L’esperimento gli sfuggirà di mano e gli studenti diventeranno davvero autoritari. «A ricordare che la classe è una comunità ma la comunità ha qualcosa in sé che rischia di schiacciare i componenti».

 

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