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Discutendo sulla sparizione della sinistra: una lettera dall’esilio di Luca Billi

Questa lettera di Luca Billi si riferisce al pezzo di Gianluca Cicinelli, apparso venerdì scorso

Sono caduto nella trappola che Gianluca Cicinelli – con la complicità, o comunque la connivenza, di Luca Martini – ha preparato su Allonsanfàn lo scorso 5 novembre: allettandomi con un quiz su un vecchio cartone animato ungherese degli anni Sessanta e Settanta – e io sono uno di quelli che ha indovinato che si trattava di Gustav – mi ha costretto a leggere un articolo di politica. Ed è una cosa che non faccio più da parecchio tempo, da quando sono in esilio.

Si tratta di un esilio fisico, perché non vivo più – e cerco di non tornarci – nella città dove ho fatto politica. E faccio in modo di non incontrare più nessuno di quei tempi. Ma si tratta soprattutto di un esilio ideale. Non leggo né i giornali di carta né quelli on line, non ascolto l’informazione in televisione – mi concedo solo, spesso distraendomi, la rassegna della stampa internazionale delle 6.50 su Radio3, mentre mi lavo. Ormai leggo solo Allonsanfàn (e per questo ci scrivo), perché anche questo “blog in forma di magazine” vive in esilio. Confesso di usare la funzione “non seguire più” per gli amici di Facebook che pubblicano post di politica. Non firmo appelli e non partecipo a manifestazioni. Quando voto – e confesso di non farlo sempre – sto bene attento che il mio voto non vada, più o meno direttamente, ai miei ex-compagni e soprattutto che non elegga nessuno: voglio che sia conteggiato nei voti dispersi. Ogni tanto Zaira mi costringe a tornare nel mondo e mi racconta qualcosa di quello che succede, ma di solito mi trovate a Broadway o nella Zurigo dei dada. Adesso penso di trasferirmi per un po’ di tempo nella Parigi surrealista. E sto bene. Molto bene.

Gustavo (Gusztáv)

Poi è scattata la maledetta trappola di Cicinelli. E così per qualche momento sono dovuto tornare. Per aggiungere qualcosa a quello che ha scritto, se mi permette. Perché credo che abbia omesso una cosa importante, anzi fondamentale: il tema della responsabilità. Non conosco Gianluca, non so cosa abbia fatto e detto in questi anni, e mi scuso fin d’ora se mi sbaglio, ma credo che anche lui abbia responsabilità per quello che è successo in questo lungo periodo storico. Hai creduto che Mani pulite segnasse una svolta della storia di questo sfortunato paese? Hai votato per superare il proporzionale e passare al maggioritario? Hai sostenuto i cambiamenti che ci hanno portato dal PCI a quelle che chiami pudicamente le “formazioni che da quel partito ne derivarono”? Hai gioito per la vittoria di Prodi nel ’96? Hai pensato che il privato poteva fare meglio quello che il pubblico faceva male? Hai accettato di tutto, pur di far perdere Berlusconi? Hai letto la Repubblica scalfariana considerandolo un giornale di sinistra? Hai pensato che in Italia ci fosse troppa politica? Che finalmente filosofia e politica non dovessero più andare di pari passo, perché la politica è una “tecnica” e non una scienza? Che era arrivato il momento in cui l’individuo doveva contare più del collettivo? Se non hai fatto nessuna di queste cose, ne va naturalmente a tuo onore e ti puoi considerare una vittima: dovresti chiederci un risarcimento. Ma se hai fatto qualcuna di queste cose, allora porti anche tu una parte di responsabilità. Io questa responsabilità la sento molto forte, perché io in quegli anni ho fatto l’amministratore e il funzionario di partito (mi sono fermato quando è nato il Pd, ma il resto l’ho fatto tutto), io sono di quelli che ha ucciso la sinistra in Italia. Per questo mi sono condannato all’esilio. Credo sia la cosa migliore – anzi l’unica – che noi che portiamo questa colpa possiamo fare. La nostra responsabilità non è emendabile: noi certo non meritiamo una statua, neppure un basamento.

Credit: quarto stato by LucaP is licensed under CC BY-NC 2.0

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