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Allonsanfàn
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Calcinculo di Chiara Bellosi: favola nera e fuga verso la libertà

Il titolo Calcinculo. Cioè: la giostra a seggiolini, più nota come calcinculo o catene, è un’attrazione dei luna park stabili e itineranti o dei parchi di divertimento, dove viene definita giostra delle catene o seggiolini volanti (fonte: Wiki). Il Calcinculo è il posto dove i protagonisti del film saranno, per un attimo (e quindi per sempre?), un po’ liberi e un po’ felici.

Ma il titolo Calcinculo sottintende anche una doppia metaforica verità, quando la regista Chiara Bellosi precisa: “Forse è vero che si cresce anche a calci in culo. Ed è vero che quando la giostra gira veloce ci sembra di volare e non vorremmo scendere mai”.

La trama La quindicenne Benedetta porta il peso dei chili in più e di una sospetta bulimia. Abita con i suoi, vicino a un campo di papaveri che sono l’unica cosa colorata del luogo. E sono di buon auspicio: un giorno, nel campo sbarca uno scassato gruppo di giostrai e fra loro Amanda, un ragazzo che non vuole  più essere un ragazzo. Per Benedetta, conoscere Amanda equivale a un invito a vivere.

Benedetta forse soffre di disturbi alimentari ma di certo patisce il body shaming che le arriva da un ambiente misero e ottuso e in primo luogo dalla madre che ha con lei un rapporto bifronte nutrito da un desiderio di rivalsa (è una ballerina fallita). Amanda è invece diverso/a due volte, perché è un animo zingaro (non per etnia pur se fa il giostraio e vive in roulotte) e vive tra due sessi, a disagio in entrambi. Benedetta e Amanda sono la coppia di freaks – di “anormali” scritto tra super virgolette – cui il film organizza una prevedibile ma improbabile fuga di libertà, il culmine di questa “fiaba nera”, come la definisce la regista.

Bellosi è al suo secondo lungometraggio dopo l’esordio con Palazzo di giustizia. Il soggetto invece è di Lucia Giovenali e Maria Teresa Venditti e la sceneggiatura di Venditti e Luca De Bei.

Ha detto Chiara Bellosi: “Questa storia è una fiaba. Ovvero: del giocare con la realtà. Quando ero piccola mi raccontavano le storie e c’era una differenza tra fiaba e favola. Così per me la favola è sempre rimasta qualcosa di un po’ triste e asciutto e barboso, con la sua morale inesorabile in chiusura. La fiaba invece è come un universo che si espande e raccoglie tutto quello che trova per strada: oggetti insensati, personaggi strambi, posti pieni di fascino ma sempre un po’ inquietanti. La fiaba tiene tutto insieme e racconta, non spiega, no, non spiega proprio niente. È una scoperta continua e alla fine nessuno ti dice cosa hai scoperto, lo sai solo tu. Quando ho letto il soggetto di Calcinculo, il primo modo di vederlo è stato questo: una fiaba nera come il fitto della foresta, ma col sentiero seminato di paillettes”. Il luogo dove si svolge l’azione, aggiungiamo, è fisicamente riconoscibile: una periferia desolata, senza una idea di centro, dove gli umani vivono alienati. È la periferia deserto di anime frustrate che campano di espedienti – il padre di Benedetta – e di aspirazioni irrealizzabili – la madre che balla su un terrazzo tra la biancheria stesa o sta fissa davanti alla tv che trasmette improbabili talent show.

I 97 minuti della “fiaba nera” sono costruiti in gran parte su silenzi e parole smozzicate e su quella staticità che è spesso lo stigma di certo cinema autorale, almeno quello girato in rigorosa economia di mezzi (espressivi oltre che economici): qui non simpatizziamo con i personaggi mediante scaltri ricatti sentimentali, ma piuttosto per forza dì narrazione, aiutata dalla efficace spontaneità della debuttante Gaia Di Pietro e dal generoso prodigarsi di Andrea Carpenzano, che ricorderete bravo ne Il campione e ne La terra dell’abbastanza.

Facciamo il tifo per loro due e li accompagniamo verso una libertà che temiamo (o sappiamo già) impossibile, anche perché il rapporto tra Benedetta e Amanda – due nomi che sono in ogni modo due nomi da predestinati – è confuso tra l’amore e la sorellanza. Ma a questo punto a voi la visione (e a voi il giudizio).

Nella foto di apertura, Andrea Carpenzano e Gaia Di Pietro

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