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Allonsanfàn
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Sulle bancarelle. Il nudo e il morto di Norman Mailer

Sembra oggi che il romanzo definitivo della Seconda Guerra mondiale (e di ogni guerra?) sia il monumentale Stalingrado di Vasilij Semënovič Grossman, che la Russia sovietica cercò di cancellare ma senza successo, dato che è finalmente riemerso e adesso gode anche della prima traduzione in italiano per Adelphi.

Ma proprio mentre mi dibattevo tra una pletora di russi virtuosi (tutti buoni almeno fino a pag. 250) nella loro divisione del lavoro (e del sacrificio) per far grande o salvare la patria (e il mondo) dall’attacco nazifascista – tra parentesi: ma perché l’orso sovietico, cioè Stalin in persona, voleva distruggere un simile esempio dolente e accorato di eroismo comunista? – be’ mi è capitato tra le mani, su una bancarella, un tascabile Garzanti de Il nudo e il morto di Norman Mailer (datato 1970, 11esima edizione del 1976, 2 mila lire il vecchio prezzo).

Tanto per “dorricare” un po’ (cioè comportarsi come Antonio D’Orrico noto cronista letterario di Sette) mi verrebbe spontaneo dire che il libro della Seconda Guerra Mondiale – levati Grossman! – è quello del piccolo e coriaceo americano. Dopo essere uscito da Harvard sentendosi un dio e aver adoperato, a labbra serrate e tenendo botta, tutto il suo coraggio come rifleman in un’isoletta del Giappone, Mailer venticinquenne comincia a scrivere il suo romanzo in un freddo inverno parigino – 25 pagine a settimana in prima stesura – ed esce nel 1948 con un testo monstre che, diventato subito un best seller, quasi gli esplode in faccia.

Norman Mailer nel 1948

Mailer, quando fa due conti con se stesso in Advertisement for Myself (1959), parla dell’esaltazione e del disagio che gli ha lasciato il successo di The Naked and the Dead – il titolo è in realtà I nudi e i morti, al plurale, e giustamente, ma chissà perché in Italia hanno cannato a tradurlo, forse al marketing dell’ignoranza pareva più “poetico” il singolare – e spiega come l’arrivo imprevisto di fama e di dollari gli ha impedito di imparare in umiltà, poiché ai tempi, mentre viveva in Europa con la prima moglie, si sentiva un uomo modesto, ignorante della vita. Non avrebbe più avuto la possibilità di fare, come tutti, “un lavoro stupido alle dipendenze di uomini odiati” (dall’esercito alla vita civile, ogni salariato capirà al volo che cosa Mailer intende dire). Aggiunge poi qualcosa di assai credibile, quando afferma che il romanzo è stato easy to write.

Si capisce. Inoltrandomi nello scassato mattoncino Garzanti mi è parso di sentire insieme al crepitìo della mitragliatrice il rumore della macchina da scrivere di Norman Mailer. Le pagine che giro sono fogli tirati fuori dal rullo e impilati uno dopo l’altro, sporchi d’inchiostro, in una cartellina sullo scrittoio. Voglio dire: quella de Il nudo e il morto è scrittura che viene giù sulla pagina dall’alto in basso, incidendosi frase dopo frase, in un flusso preciso e continuo che potrebbe essere interminabile – non è insomma la prosa da odierno debole autore post post post modern, rabberciata e imbellettata dai continui inserti di make up permessi dal computer.

Mailer è qui figlio e fratello e padre di Hemingway e dei grandi narratori americani che ha raggiunto, appaiato e superato senza sforzo: scrive la “storia onesta” di un battaglione scomposto in tanti individui indimenticabili (perché almeno una volta li abbiamo conosciuti tutti dal vero) e nei flashback intitolati La macchina del tempo gioca con la forma; àncora alla contemporaneità letteraria il romanzo realista, condensando ed elidendo, trafiggendo nello stream la coscienza dei suoi personaggi persi prima che sull’isola giapponese nella grande America da cui anche Mailer orgogliosamente e miserabilmente proviene.

Il nudo e il morto è il romanzo definitivo sulla guerra perché mostra con lucidità tutto quello che c’è da vedere (ed è troppo) tenendosi lontano da ogni ideologia o apologia di eroismo: colpisce il cinismo pragmatico dei generali – sanno che l’esercito è un anticipo della società a venire – come la violenza da frustrazione che alberga nell’animo dei soldati; colpisce la degradazione brutale delle menti e dei corpi – i morti reificati sono povere cose scassate che si decompongono sotto un cielo da cui sono stati cacciati gli dei. Appunto: ma c’erano mai stati gli dei, prima? I giovani militi americani credono di partenza, fino alla crudele prova contraria, ai grandi sogni di un grande Paese –; colpisce, dicevamo, la noia cattiva e il buio terrore, la vigliaccheria e il senso della propria insignificanza che cala nei combattenti, sul punto di essere privati della civile illusione che la vita si possa padroneggiare e abbia addirittura scopo.

Easy to write. Norman Mailer è l’immenso scrittore che, salito al primo colpo sull’altare degli immortali, passerà la vita a vivere e scrivere nella luce della sua irripetibile grandezza, anche se vincerà il premio Pulitzer con Executioner’s Song e si agiterà per cinquant’anni da protagonista sulla scena letteraria, giornalistica e politica combinandone sul serio di tutti i colori.

Intanto in Russia… Vasilij Semënovič Grossman lo finisco un’altra volta e capisco che ha influito sulla mia antipatia il momento storico – ma i russi come popolo, dice uno, che c’entrano? Boh. Forse sono colpevoli di tenersi in casa da decenni un dittatore che tra l’altro non ha neanche la favola bella del comunismo da propinargli.

  • Il libro di Norman Mailer è stato acquistato per tre euro alla bancarella di Fabrizio, in piazza Loreto a Milano. Si può trovare un’edizione recente del romanzo (2020) nel catalogo de La Nave di Teseo
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