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Il decoro secondo David Leavitt: vizi, omissioni e segreti dell’upper class anti Trump

Forse non è un caso leggere in pochi mesi due romanzi che trattano del decoro non tanto nel senso di una composta dignità ma in quello dell’arte d’arredare gli spazi, un décor detto alla francese.

Dopo Maylis de Kerangal che ha dedicato al trompe-l’œil Un mondo a portata di mano (Feltrinelli), David Leavitt con Il decoro (Shelter in Place) licenzia un romanzo in apparenza lieve, che si rivela una commedia spietata, quasi nera, al cui centro ideale si erge un palazzo veneziano, da comprare e ridonare a nuovo splendore, e attorno al quale – in presenza assenza poiché la scena è a Manhattan – si svolge un balletto di personaggi tra cui si nota, per sensibilità, un irrisolto arredatore di mezza età.

Non è un caso: un rovello dei nostri tempi confusi e maleducati è quello di trovare almeno la cosmesi che protegga dall’epidemia di bruttezza, disordine, caos, violenza. Se l’arte è per pochi, o terreno scivoloso, il rifugio può essere un alto artigianato. Kerangal e Leavitt, così diversi, entrano per questo nella medesima frase: con più o meno convinzione, notano il senso o la disciplina – al di là dell’ipocrisia – che stanno nell’artificio. Anche in quello letterario.

Ma rimaniamo a Leavitt, quasi sessantenne e oggi votato all’ironia caustica. La sua New York vista da Park Avenue e dalla villa dei week end nel Connecticut, è una palla di vetro che lo scrittore scuote piano piano, capitolo per capitolo – atto per atto, verrebbe da dire per la loquacità dei protagonisti -, dove si muovono Eva Lindquist e la sua corte (wolfianamente) radical chic, a un passo dalla vecchiaia ma tutt’altro che doma, e molto preoccupata all’indomani dell’elezione choc di Trump, l’innominabile di queste pagine.

L’algida e viziata Eva adocchia la magione in laguna proprio per sfuggire a un’America in cui non si sente più libera e sicura. S’immmagina di chiedere asilo politico – il che è di per sé comico – in Italia, e convince all’acquisto milionario il marito consulente finanziario, l’arrendevole – per scelta e tranquillità di vita – Bruce.

Intanto Leavitt si scalda con la letteratura di casa: la sua storia upper class strizza l’occhio a Henry James – e infatti si chiamano come personaggi jamesiani i tre impegnativi terrier Bedlington di Eva e Bruce – e al mito dell’americano attratto dalla marmorea bellezza del Vecchio Mondo, fino a tangibile prova contraria. Di più: mentre cesella i suoi dialoghi irresistibili, sfotte le generazioni di scrittori venute dopo di lui, accusate di essersi perse in una sorta di torpore.

Lo fa per interposta (e ambigua) persona, quando nel paesaggio da palla di vetro affida con soavità l’anatema sull’editoria contemporanea all’ex editor Aaron, licenziato e in odore di #metoo, che se la prende con tutti gli scrittori che si chiamano Jonathan ma anche Jeffrey (Eugenides) e Sheila (Heti).

L’algida e pestifera Eva, il cauto Bruce, l’amica giornalista Nin, che ha militato in tutta la cartaccia di giornale cool fino all’altro ieri – molta Condé Nast meno il New Yorker -, la divorziata e falsa naïf Sandra, gli scenografici disoccupati gay che fanno il catering in villa, l’arredatore Jake, che nicchia sul prendere in cura la casa veneziana (non può farlo Peregalli?), prima o poi saranno tutti messi sulla graticola per le loro omissioni o per i segreti che nascondono.

Unica eccezione al gruppo altolocato: Kathy, segretaria malata di cancro che offre a Bruce una chance di redenzione – per inciso, il cancro è da sempre un jolly che spariglia nei racconti di Leavitt dai tempi di Ballo di famiglia.

A ogni frullata della palla di neve, lo scrittore regala smottamenti e ricomposizioni di potere nella cerchia di amici, scorci e scenari imprevisti, meschinità e imbarazzanti disvelamenti, fino a un happy end posticcio dopo un capitolo/racconto a sé – questo sì pieno di pathos, in cui Leavitt ritorna (guarda caso) a una storia di aids di fine anni Ottanta – e a un fermo immagine sberleffo da sipario in una commedia goldoniana.

A libro chiuso, resta una certezza: i personaggi di Il decoro come non erano pronti ieri per l’arrivo di Trump non lo sono oggi per la sua caduta.

La traduzione di Fabio Cremonesi e Alessandra Osti rende tutto meravigliosamente scorrevole.

IL LIBRO David Leavitt, Il decoro, SEM

 

Credit: “David Leavitt/Kodak Medalist II + FomaPan 400” by DaseinDesign is licensed under CC BY-NC 2.0

 

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