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Lawrence Osborne, vivere sotto minaccia in un Regno di vetro

Il nuovo romanzo di Lawrence Osborne Il regno di vetro (Adelphi) è inscritto formalmente nella metafora del Kingdom, imponente centro residenziale di Bangkok. Quattro torri di ventuno piani che compongono “…un regno verticale fatto di vetro dove ciascun abitante era parzialmente in mostra: vite sprecate, accese, impilate l’una sull’altra nell’anonimato”.

Qui i personaggi stazionano, quasi si trovassero parcheggiati nella mente dello scrittore inglese, immaginabile come un dio sornione e cosmopolita o come un mazziere neutrale fino a essere crudele che distribuisce loro le carte; qui i personaggi, una donna, tre sedicenti amiche e poi gli altri, si sfiorano negli spazi comuni, in piscina o sui lunghi ballatoi, percorsi da vecchie cieche che potrebbero rivelarsi veggenti o da efficienti ma troppo occhiuti addetti alla manutenzione, fornendo l’innesco di una storia.

Il fantasma – una figura cara all’Oriente come allo sradicato britannico Osborne che ne ha riempito i suoi romanzi – il fantasma più importante de Il regno di vetro questa volta è forse una modalità narrativa di Osborne stesso, il fantasma del promettente scrittore che, quasi un ventennio fa, cominciò a raccontare in prima persona in libri ibridi e saggi di viaggio la sua vita all’avventura e forse alla deriva nell’estremo Est degli espatriati.

È il fantasma di uno scrittore atipico che si attiene da tempo a trame di romanzi tradizionali, dalle parentele sì altolocate (Greene, Maugham, Ballard, Chandler…), ma pur sempre derivativi, a loro modo “commerciabili”, in cui però si può accendere, nel crescere della suspense, il bagliore improvviso e il fuoco di un’arte sofisticata e superba, umilmente artigianale e insieme in qualche modo orgogliosamente sprezzante.

Arb ban ron ma kon, dice un personaggio a un altro ne Il regno di vetro, “Ho fatto il bagno caldo prima di te” cioè “Io la so più lunga di te”, questo ricorda spesso Osborne (o il fantasma dello scrittore che era) a chi legge.

Comunque. Il punto di vista più forte ma non l’unico de Il regno di vetro è quello di Sarah. Americana di provincia, è una truffatrice di piccolo cabotaggio; passata per Manhattan, dopo aver approfittato di una vecchia scrittrice cui faceva da factotum, è ripartita da lì senza più identità ma con una valigia piena di soldi: “…era sgusciata via da un sistema di classi che la tormentava da una vita, la braccava, la teneva in riga”.

Ha scelto Bangkok perché “…la città assomigliava alla sua idea di un mondo caotico e senza legge in cui poter facilmente scivolare nell’anonimato” e ha optato per il Kingdom perché era “… un angolo di opulenza upper-class nascosto dentro uno sfacelo dimenticato”. E il Kingdom, il “regno di vetro” dove Sarah incontra le altre, in piscina e poi in serate a base di poker e di ganja, amplifica lo straniamento, quasi avesse una natura animale. “Le chiacchiere viaggiavano alla velocità della luce. Il palazzo si alimentava con le voci come le auto col carburante e vi si nascondeva tutto, come nel mondo di fuori”.

Sarah. I soldi avvolti nella plastica e nascosti in una valigia. La sbrigativa Mali dai grandi occhiali neri. Ryo, misterioso amante giapponese di Mali. La cagnetta Whiskey. La chef cilena Ximena che forse si annoia soltanto forse chissà. Natalie che lavora al Marriott, e sopporta a stento Roland, marito curioso. I thailandesi e i farang. Goi e Pop del Kingdom. Il sashimi immangiabile nel frigo dell’interno 77. Una bambina e un ricatto. E poi: l’esterno sempre più minaccioso di un paese in rivolta, gli spari e i botti, gli scontri e i lunghi e angoscianti blackout, che preludono, insieme ai locali disertati e al vagabondare per strada e nel Kingdom dei branchi di cani, a una restaurazione militare del potere. Tutto si deteriora e peggiora, di pagina in pagina, ne Il regno di vetro, i rapporti tra i protagonisti e la violenza in città, e spetta a Sarah, collocata da Osborne al centro di una vicenda via via più cupa, cercare il significato della propria vita mentre sente di essere sotto minaccia. Sarah si trova nella pericolosa situazione kafkiana di chi non sa adeguarsi o soltanto riconoscere regole arbitrarie in vigore da ben prima del suo arrivo.

Arb ban ron ma kon, sembra dirle Osborne, “Ho fatto il bagno caldo prima di te”, mentre licenzia i capitoli in un incremento di tensione, a tratti esagerando rispetto al suo solito con misteri e segnali svianti, intrighi e bozzetti di decadenza thai, antichi riti e nuovi crimini, e intanto constatando che “…ormai (a Bangkok) c’era tutta una categoria di persone incapaci di tornare al punto d’origine”.

IL LIBRO Lawrence Osborne, Il regno di vetro (The Glass Kingdom), trad. di Mariagrazia Gini, Adelphi

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