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Allonsanfàn
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DeLillo, la morte e il Rumore bianco

Netflix la fa un po’ facile: “Il regista candidato all’Oscar® Noah Baumbach firma questa commedia assurda su una famiglia che si confronta con l’amore, la morte e una nube tossica”. La commedia assurda è White Noise/Rumore bianco, dal romanzo cult del 1985 di un autore cult come Don DeLillo, e si può vedere su Netflix dal 31 dicembre – il film è già passato per Venezia 2022 e per le sale cinematografiche.

Proprio in questi giorni DeLillo mi è comparso tra i santini di Amici scrittori (Mondadori), vecchia compilation di incontri con autori Usa a firma Fernanda Pivano. In perenni jeans celesti e capelli lunghi d’artista, posato come un gentleman pur giungendo dal Bronx, parla lentamente ma a ruota libera delle sue ossessioni di solitario scrittore (aggettivo e sostantivo che per lui si saldano insieme).

È il 1987. In occasione della pubblicazione presso Tullio Pironti di Rumore bianco (traduzione Mario Biondi), DeLillo confessa a Nanda le sue paure molto americane, di cui traccia una mappa sociale e politica, con retropensiero quasi metafisico. Dice DeLillo, pressapoco, prima di perdersi a raccontare del mistero di Dallas (il grande mistero americano, il loro delitto Moro, insomma): “La maggior paura del nostro tempo sono le nubi tossiche e il terrorismo”. Interessante notazione per un ripasso del testo che esce di nuovo per Einaudi (traduzione Federica Aceto) – con o senza l’aiuto del film di Netflix.

Il principale pensiero di DeLillo è rivolto a tutto ciò che ci spossessa della vita – e anche della possibilità di sognare un’american dream – per cominciare e per finire con la morte, la cui idea va tenuta in qualche modo a bada, pena lo stallo e la totale paresi; morte che si presenta a suo modo storicizzata, legata allo nostra contemporaneità.

In White Noise, DeLillo scrive: “It is when death is rendered graphically, is televised so to speak, that you sense an eerie separation between your condition and yourself. A network of symbols has been introduced, an entire awesome technology wrested from the gods. It makes you feel like a stranger in your own dying” (dal capitolo 21).

DeLillo ama giocare in seconda battuta, interessato a svelare i meccanismi della nostra cultura e le loro alienanti conseguenze. Posto che esista una struttura pura dell’esistenza, DeLillo la illumina alla luce della sovrastruttura spesso nutrita di tecnologia che genera un’infinità di messaggi esoterici. DeLillo si muove, a volte con la svelta ironia dell’ultimo uomo post modern, in mezzo a tutto ciò che processa e reinventa la nostra realtà, fomentando paranoia – da cui per esempio la teoria del complotto –, tutto ciò che ci rende vittime depresse e impotenti nella cerimonia enigmatica della nostra presenza in vita e in quella della nostra inevitabile scomparsa. “It is possible to be homesick for a place even when you are there”.

Soprattutto in White Noise il tema della morte è forte, pervasivo. La morte è nominata di continuo, è una parola che cade con apparente disinvoltura fin dalle prime righe nella prosa di DeLillo. Tutto, nell’azione dei suoi personaggi, sembra fatto per neutralizzarla, attraverso forme di repressione. Ovunque affiorano i sintomi e le risposte culturali e sociopsicologiche che essa provoca. Fare acquisti al supermarket – luogo saturo di onde e di radiazioni, di voci e di scritte, che paiono tanti criptomessaggi – in un capitolo magistrale viene equiparato a un passaggio nel Bardo tibetano da un docente universitario che tiene un corso sulle icone viventi. Morte che, come fosse un agente virale, varia di continuo (e qui mettiamo un bel punto esclamativo!) a fronte dei nostri miseri sforzi per allontanarla.

White Noise su Netflix

Spiega DeLillo, a proposito del suo protagonista, Jack Gladney, professore di studi hitleriani: “I never set out to write an apocalyptic novel. It’s about death on the individual level. Only Hitler is large enough and terrible enough to absorb and neutralize Jack Gladney’s obsessive fear of dying—a very common fear, but one that’s rarely talked about. Jack uses Hitler as a protective device; he wants to grasp anything he can” (NYT Book Review, 1985).

Dissentiamo con lui sul fatto che White Noise non sia anche “an apocalyptic novel”, ma conveniamo su una specificità della società ipercivilizzata in cui si muovono i suoi personaggi: “The world of White Noise… There’s a connection between the advances that are made in technology and the sense of primitive fear people develope in response to it. In the face of technology everything becomes a little… atavistic.’’ (NYT, 1985).

Non per caso in un saggio uscito di recente in Usa, Death, Time and Mortality in the Later Novels of Don DeLillo (Routledge), Philipp Wolfe si focalizza sul significato della morte nelle pagine dello scrittore del Bronx in quest’epoca segnata dai media e dalla tecnologia e dominata dal capitalismo finanziario e dal consumismo. Il discorso si estende fino all’ultima prova di DeLillo, The Silence/Il silenzio (Einaudi, 2021). Il romanzo breve sul mondo che improvvisamente si spegne ribadisce le molte doti di preveggenza dello scrittore del Bronx, qui alle prese con una catastrofe che investe il dominio degli algoritmi. Stupisce quasi che l’impero dei segni e dei veleni incontrollabili che sorge dalle pagine di Rumore bianco – e che si incanala in una processione di sfollati memore a suo modo di Furore – sia elaborato in un mondo ancora molto televisivo e ignaro di Internet. La nuvola tossica sembra, agli occhi di Jack Gladney e famiglia, una pubblicità su scala nazionale della morte, una campagna da milioni di dollari, supportata da spot radio, lanci di agenzia e, naturalmente, affidata a una totale copertura tv. Certo, i computer sono già ben presenti nell’etica più che nell’estetica di White Noise e, molto prima che noi sproloquiassimo su Big Data, si cibano di dati personali per scopi poco trasparenti e per ogni sorta di simulazione, utile o apparentemente fatua.

Anche ne Il silenzio, in fondo e nel profondo del black out più totale e più kafkiano della letteratura americana, DeLillo resta fedele alla sua purissima ispirazione: parla, con meno ironia del consueto, della morte di un uomo, forse della sua stessa morte. Appunto: tutti moriamo, DeLillo, scrivendo, ci dice anche come.

A margine I seguaci di qualsiasi teoria del complotto trovino ispirazione al capitolo 21, dove i profughi inseguiti dalla nube tossica, e in via di schedatura in sinistri colloqui, per passare il tempo leggono su un tabloid le previsioni dei parapsicologi per il futuro. La riemersione di Atlantide e la lotta per impadronirsi della Sindone di Torino, Elvis Presley e Ali Ağca, gli UFO e Marilyn Monroe, killer reincarnati e membri del culto del disastro aereo si succedono in un irresistibile elenco pop di incredibili apocalissi e di ancor più improbabili redenzioni…

Credit: american magic, and dread by adm is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

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