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Allonsanfàn
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25 aprile. La mia maestra partigiana

Quando ho iniziato a frequentare la scuola, la guerra era finita da meno di venti anni.

Di rado se ne parlava, nonostante a Villadeati, Comune in provincia di Alessandria, ci fosse stata una terribile rappresaglia da parte dei nazisti, che uccisero dieci uomini.

Anche il parroco, che si si era offerto in cambio della liberazione dei suoi parrocchiani, venne fucilato con loro.

Non erano trascorsi vent’anni ma della guerra, a noi bambini, ne parlavano di rado, a bassa voce, mezze frasi, con un’espressione dolorosa. Credo che la gente volesse dimenticare e immaginare una nuova vita.

Posso solo immaginare cosa avessero vissuto quelle generazioni e credo che, in questo modo, pensassero di allontanare noi bambini da quel periodo così disumano e assurdo.

Posso solo immaginare come fossero felici quel 25 aprile.

Possiamo solo immaginare…

Il 25 aprile mi fa tornare in mente la mia maestra Giuseppina Garoglio, detta Maria.

Non so se Maria fosse il suo nome da staffetta partigiana. Lo immagino, ricordando che amava tenere un altarino a Maria sempre adorno di fiori in un angolo della classe.

A scuola ci insegnava Bella Ciao, e del periodo della guerra ne parlava a modo suo.

Si era ritrovata a insegnare a una multiclasse, pochi bambini dalla prima alla quinta elementare. Nonostante questa situazione e una salute cagionevole, che la costringeva a numerose assenze, è stata per me la maestra per eccellenza.

Allora la scuola cominciava il primo ottobre, il 4 era già festa, e noi della frazione Zanco la prendevamo comoda. Prima che arrivassero le piogge autunnali facevamo una scampagnata all’interno del piccolo comune.

Partivamo di prima mattina dalla scuola. La maestra, fatto un rapido esame, decideva se affrontare tutto il tragitto a piedi o se chiedere un aiuto automobilistico. La sua casa, sul limitare del bosco a Lussello, era la prima tappa. Ci riposavamo qualche minuto, assaporando la sua speciale bevanda al tamarindo, prima di proseguire. Da qui ci inoltravamo nei boschi del Bricco di San Lorenzo, dove il nostro passaggio veniva annunciato dal chiacchiericcio e dal fruscio delle foglie secche calpestate lungo i sentieri. La piccola comitiva saliva attraverso i boschi per poi scollinare verso Tribecco dove, attraversato l’ultimo boschetto cosparso di ricci e castagne, raggiungeva finalmente la Fontana delle Sette Gocce. La fontana era una nicchia nella roccia, tappezzata di capelvenere, dove alcune gocce stillavano continuamente dal soffitto in una pozza naturale.

In quei luoghi, che le erano così famigliari, la maestra ricordava qualche episodio vissuto quando era staffetta partigiana. Raccontava di quella volta che, mentre attendeva il segnale – un numero concordato di richiami di uccelli – si era seduta nei pressi della fontana. A un certo punto si era accorta di un movimento sulla parete boscosa che la sovrastava. “Che strano! Una radice che si muove” aveva pensato, invece si trattava di un serpente che scendeva tranquillo verso la fontana. Noi con gli occhi spalancati riuscivamo quasi a vederlo, quel serpente.

Ci spiegava che doveva fare molta attenzione quando saliva al rifugio dei partigiani. Stare attenta che nessuno la seguisse, facendo ogni volta un percorso differente. Il bosco non aveva segreti per lei, ma prima di salire al rifugio doveva attendere il segnale dei partigiani. Come facesse a distinguerlo, tra tutti quei richiami canori che echeggiavano nel bosco, rimane un mistero. Poi ci invitava al silenzio, facendoci notare come ogni goccia che cadeva dal soffitto della fontana producesse un suono differente dalle altre. Intanto, mentre raccontava, staccava alcuni rametti da una pianta cresciuta accanto, li distribuiva, ci sollecitava a scortecciarli e al suo segnale li gettavamo nell’acqua. La prima volta si rimaneva stupefatti nel notare che, in poco tempo, da quei rami si espandeva un colore simile al verderame che tingeva di grigioazzurro l’acqua nella pozza, magia.

Ma quella era solo una tappa intermedia. La nostra meta era la Balma, il rifugio dei partigiani. Una caverna, più in alto tra alberi e rocce, con un ingresso un po’ occulto, di non facile accesso. Per raggiungerla si doveva ritornare sui propri passi lungo il sentiero, risalire la vigna del Treitoc, dove potevamo trovare fragole minuscole dal sapore molto intenso.

Sopra la vigna il sentiero spariva e noi seguivamo la maestra serpeggiando tra gli alberi fino a raggiungere l’ingresso della caverna. L’accesso era un po’ pericoloso, a sbalzo su una scarpata, ma eccoci finalmente alla Balma. Il pavimento era piano e polveroso, con alcuni cunicoli lungo le pareti.

La maestra ci raccontava che la volta fitta di spaccature celava un passaggio che permetteva un collegamento a un antro superiore. Da lì si poteva raggiungere un’uscita, nascosta tra le rocce, in alto sulla collina.

I partigiani, quando usavano la Balma come rifugio durante la guerra, utilizzavano un piccolo tronco coi rami spezzati come scala per salire nel cunicolo, dove veniva accuratamente nascosto.

La nostra immaginazione correva. Alle nostre continue domande rispondeva senza enfasi, come se si trattasse di episodi quotidiani.

Per il pranzo era d’obbligo portare un uovo fresco, un pezzo di pane e un frutto. Tra un racconto e l’altro, la maestra aveva già acceso il fuoco e dal suo borsone estratto una padella. Un filo d’olio, un rametto di rosmarino, e a turno friggeva le uova, alla strapazzata. Ecco, fritte in quel modo, con un po’ di sale, in quel posto unico, le uova erano davvero squisite.

Rimarrà sempre impressa nella memoria l’immagine di quei bambini, attorno a una donna che raccontava e cucinava sul fuoco, nel ventre della caverna. Poteva essere lo stesso diecimila anni fa.

Il pranzo finiva in fretta ma non le sorprese. Quando il fuoco stava per spegnersi, mandava i più grandi a cercare delle fronde fresche che metteva sulle braci rimaste. Subito si sprigionava del fumo, che salendo verso il soffitto si insinuava nelle spaccature. Non si può immaginare quale stupore ci assalisse nel vedere all’improvviso spuntare i ghiri dalle loro tane. Allarmati, correvano sul soffitto con le loro soffici code, come se la gravità non avesse alcuna ragione.

Era una giornata davvero speciale.

Ancora oggi ne conservo un ricordo profondo e vivo, tra le cose più belle della vita.

Nella foto in apertura: la maestra Giuseppina Garoglio (Maria) con la sua classe.

  • Paolo Scapinello, autore di questo articolo, vive in Monferrato con uno sguardo oltre la siepe.
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