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Libri di culto. Le Vite minuscole di Pierre Michon, compresa la sua

Ci sono libri che nascono di culto, per quello che dicono e per ciò che ci ha puntato sopra l’autore: Pierre Michon, classe 1945, nato nella Creuse, piccolo dipartimento rurale della Francia centrale, a metà degli anni Ottanta fa il botto, come il più talentuoso e disperato degli enfants du pays, con Vite minuscole – in francese esce nel 1984 finalmente per Gallimard, da noi molto dopo, nel 2016, ma quasi per forza per Adelphi (traduzione di Leopoldo Carra), essendo un tipico “libro unico” anche se in realtà sarà seguìto da una galassia di altri scritti di Michon e alla maniera di Michon.

Già il titolo pretende l’attenzione. Vite minuscole – e chi ce le ha maiuscole, poi? -, otto in totale, infine e però condite di ogni spezia e malizia, letteraria e pittorica, farcite addirittura di trucchi retorici da uno scrittore in debito perenne di grazia – Grazia con la maiuscola e, finché non compare, siamo spiaggiati con lui in derive estenuanti da maudit fuori tempo massimo – vite scelte nel mucchio per resuscitarle nel ricordo e in pagina, legate in qualche modo alla presunta o presumibile biografia dell’autore.

Nella prima di esse, per esempio, si celebra il mistero del quasi avo André Duforneau, trovatello di provincia, che da ragazzo si gioca tutto –“Tornerò ricco o morirò laggiù” – in Africa. Michon non può seguire per filo e per segno il percorso dell’ex fanciullo di brefotrofio. Ci mostra un destino di ipotesi, poiché s’imbatte in Duforneau con una tempistica sfigata.

È ancora in fasce, quando l’altro si ripresenta nel 1947 sotto un ippocastano di Les Cards. È un lampo: sparirà di nuovo in terre ignote e al bambino che cresce non resta che la fantasia per ricomporre una vita raminga. Ne nasce un testo breve ma opulento, fitto di richiami: Mallarmé e Rimbaud, certo – quest’ultimo più tardi sarà pure sfottuto – e poi Gide e Faulkner – l’americano è amato in particolare per come dà voce agli idioti -, Conrad e Omero… Ci viene suggerito subito che per Michon la scrittura stessa è “un continente”, ma “più tenebroso, più ammaliante e più deludente dell’Africa” e che chi scrive è tentato di perdersi più di qualsivoglia esploratore.

Nelle otto vite, che si fanno eco continua, Michon narra in realtà e finzione il suo viaggio umano, la sua stessa infima esistenza, “da dove viene e dove non crede di esser degno di andare” (cit. Wikipedia), all’insegna di una perentoria affermazione di poetica: “Non ho bisogno di inventare… Ci sono già abbastanza morti che aspettano che si parli di loro”.

Michon rammenta e si costruisce attraverso il guardare gli altri visti spesso dagli occhi di altri ancora; anzi, attraverso la capacità di scriverne, “salvandoli” in qualche modo e raggiungendo lui l’identità agognata di scrittore – la vocazione che millanta alle fidanzate e che dubita proustianamente di poter seguire – e, se questa identità non fosse, nessun’altra è degna di rimpiazzo. Oggi, leggendolo ammirati, in fondo facciamo più di un piacere al suo non minuscolo ego.

Al proposito, è illuminante il paragone tra il letterato incapace e furioso, svergognato nella sua impostura, e il quieto vecchio che non ha mai scritto una lettera d’alfabeto: avviene nell’ospedale di Clermont-Ferrand (non proprio il centro del mondo, ma per un attimo lo diventa), dove si svolge, tra solenni e impotenti ronde di medici rembrandtiani, il dramma muto del contadino Pére Foucault.

Comunque. Sono legati alle stagioni della vita del narratore i personaggi di cui tratta e questo differenzia l’operazione di Michon da altre coeve, versate più che all’autobiografia alla memoria degli anonimi, o degli insignificanti, come l’Enciclopedia dei morti (1983) di Danilo Kiš o le Vite di uomini non illustri di Giuseppe Pontiggia (1993), due titoli che vengono subito in mente, insieme ad altri testi di Wilcock e di Sebald, prima di risalire a inevitabili maestri, Borges e Schwob.

Anche la vita numero due si apre nell’Ottocento, a Mourioux, tra i Lari della campagna, tra scatole di dubbi tesori, dove spunta la reliquia di un santo e insieme una storia che rimanda al succedersi delle generazioni di cui proprio Michon ferma, cercando di scrivere invece di procreare, la giostra. Ma queste esistenze quasi invisibili (non ci fosse il narratore) scorrono veloci e misteriose verso e nei giorni nostri. Toccano gli studi in un collegio carcerario, dove spiccano i fratelli Bakroot, infelici di Saint-Priest-Palus – due rivali che Michon, tentato di schierarsi, cerca invece di comprendere nello stesso abbraccio, spalancando alle loro spalle la suggestione di antiche vicende regali. Passano le vite minuscole, come detto, per le corsie di un ospedale o per una strada di campagna, per solitari rifugi di provincia o per una Parigi isterica e apposta stereotipata. Si rivelano sempre, per postura esistenziale e scelta di poetica dell’autore, storie di incompiuti e dispersi, di lunatici e miserabili, di perenni assenti, come in primis il padre del narratore, la figura maschile che gli manca e che Michon insegue fin da ragazzo. Noi, dice spesso, siamo gli spettri di altri spettri. E ogni risposta risolutiva è impossibile anche se la domanda, prima di sbracare e dar di matto, viene posta con colta educazione.

Nella collana Fabula

Le pagine di Michon sono colme di letteratura, di Céline e Artaud oppure di Holderlin e Novalis – se si tratta di imbonire uno psichiatra germanofilo per avere delle pillole in più – e di pittura, tanta, quasi ovunque in una prosa che prova tra l’altro a essere molto visiva – Van Gogh ma anche Renoir, Rembrandt ma anche i fiamminghi.

È una presenza salvifica o compensatoria questo armamentario esibito e mescolato fino a rischiare di tramutarsi in bric-à-brac? È un semplice e a volte coatto gioco di prestigio, tentato da un mago irrisolto che per lunghe pagine dubita irato di sé?

Michon (credo) vuole ribadire la falsificazione del reale insita nello scrivere, o tenta di supplire con l’arte (la tanto aspettata e ingenua Rivelazione) alle dimenticanze e all’incapacità di vivere (sua), richiamando alla memoria stanze di Arles accanto a memorie addirittura medioevali.

Ubriacandosi della propria bravura quando rifa al contrario il curato di campagna di Bernanos (e di Bresson) nel testo più lungo e significativo del libro, quello di padre Bandy, vescovo decaduto alla cura di malati manicomiali, Michon descrive, nel decoro di un disastro inevitabile, una Messa per svitati dove metaforicamente San Francesco tende la mano al lupo in un rullo dei fratelli Marx. Che sia finalmente giunta, proprio qui, quando nemmeno era più attesa, la tanto bramata Grazia? Noi ci commuoviamo, Michon scarta e chiude idealmente la bottega da cui ha tratto deliri e meraviglie, con un corsivo lapidario, una citazione biblica rubata a Giobbe: “Sono scampato io solo che ti racconto questo”.

Per un riassunto, in due righe, di quanto ho cercato di spiegare (prima di tutto a me stesso), c’è un bel libro di Yona Hanhart-Marmor, Une écriture oblique (Presses universitaires du Septentrion), da cui cito: “Obliquement, Michon, encore et toujours, nous dit le monde de façon bien plus percutante qu’une approche frontale ne saurait le faire. Mieux, Michon nous invite à cette gymnastique de l’esprit. À débusquer, dans la rigueur de ses phrases, les effets obliques du dire. À dépasser l’imposture de l’écrit pour atteindre la ‘constellation essentielle de la vie même’”.

  • Vite minuscole di Pierre Michon è stato riedito ad aprile ne gli Adelphi
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