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Allonsanfàn
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Giordano Tedoldi. Phallus Dei e le misure del potere

La vita di una grande azienda, la Axum, viene vista dai cessi, dove Sodal Sodal è vice-pulitore, volonteroso e preciso. Ma il suo trantran viene spezzato da un’imprevista infrazione alle regole. Durkheim, ad dell’Axum – il quale Durkheim forse non per caso ha il nome di un padre della sociologia mentre quello dell’azienda richiama un noto obelisco -, Durkheim, dicevo, per motivi misteriosi invita a cena il più umile dei suoi sottoposti. Il ristorante elegante si chiama Kraepelin, come lo psichiatra che ha definito la demenza precoce. Comunque: dietro le allusioni, le felpate minacce e le promesse velate del capo, Sodal Sodal intravede un mondo in subbuglio, dove forse nuove regole stanno per investire i pigri – e abbastanza stolidi e feroci – impiegati.

Forse tutta la società funziona – lo suggeriva Fellini – come un’orchestra di mentecatti. Tino, fratello di Sodal Sodal e direttore incompreso, gli spiega che i musicisti altro non sono che poveri diavoli, e apre, in un altro incontro a tavola, un secondo fuoco di interesse nutrito di profondità e ovvietà psicanalitiche: quello degli affetti di Sodal Sodal, comprendenti oltre a Tino, una moglie definita malata, che forse piega i cucchiaini col pensiero.

Il Phallus Dei del titolo entra prepotentemente nel quadro quando, in mezzo all’alluvione di termini tecnologici e farlocchi su cui è imbandita la routine impiegatizia – startup, networking, personal branding… – si rivela persistere il mito mistico della virilità: Sodal Sodal, altro che illuminato, è un superdotato, scelto da Durkheim perché ha un pene dalle misure invidiabili.

Stop qui, per un attimo: sto leggendo il nuovo romanzo autopubblicato su Kindle del ragazzo che scrisse Io odio John Updike – era un gran racconto e ha meritato due edizioni, da Fazi e minimum fax (proprio tra parentesi: quanto tempo è passato da quando John Updike era un nome divisivo e Martin Amis lo lasciava nel moronic inferno!). Ma dicevo: Giordano Tedoldi (classe 1971) è finito negli anni in una nicchia da autore underground famous o più semplicemente nel gran loculo dell’irrilevanza come ormai capita a una moltitudine di scrittori e scriventi (lui è uno scrittore). Ma amen. È più che vivo e sperimentale nel vendersi così, online, mentre si serve, almeno al principio di queste trecento pagine, di un registro spesso trascurato dall’intelligenza letteraria italiana: Tedoldi rispolvera il buffo della commedia borghese cui aggiunge manciate di grottesco.

Cosi Phallus Dei parte forte, e dapprima diverte, seppure o proprio perché Tedoldi lo battezza in un diluvio di nichilismo sarcastico e irridente. Svelando però presto il suo ambizioso gioco di prestigio: la trasfigurazione di un affresco sociale in un tour de force letterario e filosofico in cui la sua storia quasi sontuosamente deraglia. Gran protagonisti: il fallo e il potere, scandagliati in una sorta di Odissea per il povero Sodal Sodal, che scorre dalla circoncisione all’estrema erezione.

Entrano ed escono dal romanzo la moglie amata con purezza (sparisce!), archetipi di donna dalla misteriosa pelle sintetica e temperamentali pianiste ungheresi, pool di scienziati votati a un improbabile rimedio per la Terra minata dal climate change – verrà ricreata chissà dove e chissà quando nel caso andasse a male; e mentre si fa la conoscenza di studiosi maniaci di culti della fertilità, sorti in isole sperdute acquistate per scopi oscuri proprio da Durkheim, ci si imbatte in mistress spietate e pietose come Padrona Perdono, in ambigui padri edipici e in autodistruttivi adolescenti manniani, senza contare i luminari dell’urologia, che certificano da notai il pene del di per sé quieto pur in uno stato di deprimente alienazione Sodal Sodal.

Sodal Sodal si atterrisce man mano che l’ascesa al potere, facilitata dal suo protettore, sembra procedere in automatico e con l’elevazione a cariche per cui non ha competenza alcuna. E il lettore si trova a temere per lui: sarà che – lo insegna il Julio Cortàzar de La nuit face au ciel e con lui molta letteratura esoterica – anche nelle più urbane rappresentazioni simboliche, specie se resuscitate dai primordi, è sempre presente il rischio di un reale, troppo reale sacrificio.

Del resto, come dice a Sodal Sodal un collega: “Il controllo, la razionalità, la logica non sono più i criteri di gestione di un’azienda come Axum e nemmeno della ricerca scientifica a essa collegata” (pag. 228). Del resto, è lo stesso Sodal Sodal a insegnarlo a uno junior minidotato – è lui che si rivela essere il suo Tadzio, cresciuto da streghe sadiche (ci sono anche loro nel romanzo): “È soltanto nell’adolescenza che, senza farsi scrupolo, cominciano veramente a abusare di te e non la finiscono mai” (pag. 272).

Ma ora, oltre la trama, non guardo troppo nel vortice di influenze sotteso a Phallus Dei, né rimetto sul giradischi Amon Düül II o Third Ear Band. Mi limito a notare che l’ecfrasi musicale (chissà se si può dire così) è il pezzo di bravura che riesce meglio a Tedoldi, finissimo intenditore di classica e non solo, capace di descrivere l’esecuzione di una sonata di Bartók o quella (sognata) del terzo concerto di Brahms.

Soprattutto, non riapro i due più espliciti “romanzi del cazzo” della letteratura italiana del Secondo Novecento (Io e lui di Moravia e Il protagonista di Malerba), né vado a frugare tra i mali oscuri di Berto e di un certo impiegatizio Parise. Tedoldi si nutre di letture e di ascolti (dall’Ecclesiaste al Ring di Wagner) assai più solidi e sofisticati dei miei e non voglio sfigurare mentre gli faccio educatamente tutti i complimenti possibili per la sua verve narrativa (neanche troppo ossessiva).

Aggiungo solo che in copertina di Phallus Dei, c’è la ben nota e ben scelta quercia di Flagey dipinta da Courbet, sulle cui radici avrebbero potuto dibattere a lungo Sartre e Jünger – già, anche i Kindle hanno una copertina, e allora che cosa gli manca?

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